| Giorni
fa mi capitò fra le mani una fotografia fatta a fine anno scolastico
1995-96 con la quarta Magistrale. Lo sguardo mi andò subito
su una allieva: una piccola suora argentina che chiamerò Suor
Ines. Di lei ho un ricordo particolare a causa di un episodio
che mi colpì molto: era l’ultimo giorno di scuola prima delle
vacanze di Pasqua; alla fine delle lezioni, nella strada, davanti
al portone dell’Istituto, oltre alla solita folla chiassosa
di studenti, quel giorno c’erano anche molti Insegnanti. Io
stavo salutando la collega di Lingue quando improvvisamente
si avvicinò a noi una motoretta con due giovani a bordo e uno
di loro, velocissimamente, scippò la borsa alla mia collega.
Tutto avvenne in pochi attimi lasciandoci attoniti e turbati.
La
mia collega reagì bene (forse anche perché era riuscita a non
cadere) e, accompagnata dal Professore di Lettere, volle subito
recarsi presso il Comando di Polizia per denunciare l’accaduto.
Il
gruppo di studenti, divenuto improvvisamente silenzioso, si
andava intanto diradando. Anche io mi avviai verso il Lungotevere,
dove avevo posteggiato la macchina, pensando a quanto era accaduto.
Mentre percorrevo il Corso si affiancò a me Suor Ines che si
recava alla fermata dell’autobus.
Suor
Ines è una suorina proveniente da un villaggio montano dell’Argentina,
ai confini con la Bolivia. Molto riservata e taciturna, anche
nei temi non parlava mai di sé, dei suoi sentimenti, delle sue
origini. Esile e minuta, si rammaricava molto quando faceva
errori di Italiano, mi ringraziava sempre quando la correggevo
e un buon voto la rendeva felice. In quel periodo avrà avuto
circa venticinque anni ed io avevo notato come il suo volto
avesse invece un’espressione molto matura, un aspetto grave
e serio, in contrasto con la sua giovane età.
Quando
si avvicinò a me inevitabilmente cominciammo a commentare quanto
era accaduto all’Insegnante di Lingue. Ricordo di aver detto
con lei come la società contemporanea abbia bisognoso di ritrovare
dei valori fondamentali, di come sia necessario trovare un freno
alle "fughe" di tanti giovani verso la violenza, l’intolleranza,
la droga, di aver affermato che, fra i tanti "segni dei
tempi" che caratterizzano la nostra società, è proprio
quest’ultima, la fuga verso la droga, la più devastante. A questo
punto Suor Ines, che era stata sempre zitta, con un filo di
voce mi disse: "Anche io ho consumato la coca per tanti
anni". Rimasi in silenzio per qualche minuto, la guardai
e in quel momento mi parve di leggere sul suo volto tutti i
dolori del mondo. Dalle mie labbra uscì solo una parola: "perché?".
Allora Suor Ines si appoggiò ad un albero e mi disse che nel
suo villaggio quasi tutti masticano foglie di coca, anche i
suoi familiari, anche lei lo aveva fatto fin da quando era poco
più di una bambina e ne facevano uso per non sentire la fame.
Poi tacque e assunse l’atteggiamento di chi non vuol parlare.
Rimasi in silenzio anche io; andavo pensando di aver letto di
queste popolazioni andine che masticano foglie di coca per combattere
la fatica, il sonno e, appunto, la fame, ma tutto ciò mi sembrava
talmente incivile quasi da volerla ritenere una usanza del passato.
Ruppi il silenzio dicendole: "Suor Ines, vuoi un passaggio
in macchina?"
Mi
rispose di getto in lingua spagnola: "En coche? Oh, muchas
gracias!"
Durante il percorso le chiesi: "Adesso ne sei fuori completamente?".
"Sì", rispose.
Non
parlammo mai più di questo argomento. Mi chiesi tante volte
perché sentì il bisogno di confidarmi questo suo segreto, ma
rispettai la sua fiducia e non ne feci cenno con alcuno.
La
piccola suora argentina era stata privata di alcuni diritti
fondamentali: il diritto all’alimentazione, alla salute, all’istruzione.
Ai nostri giovani, i giovani della società post industriale,
che si perdono nel tunnel della droga, ciò che viene a mancare
è molto spesso, per non dire sempre, la famiglia. Il più delle
volte provengono infatti da famiglie disgregate o, comunque,
assenti. Dunque, in ogni caso, ciò che viene a mancare è l’educazione.
Educare significa anche far comprendere quali sono i bisogni
essenziali della persona, significa creare una coscienza dei
diritti fondamentali di cui l’uomo ha bisogno per realizzarsi.
Educare un figlio significa anche ascoltarlo, condividere progetti,
offrire una solidarietà profonda, un dialogo aperto e continuo,
significa rispettarlo perché egli possa a sua volta rispettare
sé stesso e gli altri.
L’educazione
è un diritto dell’individuo che la famiglia e la scuola hanno
il dovere di soddisfare. La famiglia e la scuola devono proporre
valori in cui credere e genitori o insegnanti sensibili sanno
come farli arrivare senza dare la sensazione di farli cadere
"dall’alto", ma occorrono famiglie unite ed insegnanti
responsabili.
Tutto
questo la neo-maestra Suor Ines ha ben compreso e non ho alcun
dubbio che questi principi troveranno ampio spazio nei suoi
programmi educativi. |