"Fai quello che devi fare!" si usa dire per
suggerire a qualcuno di procedere per la propria strada. Come se vi fosse una
meta ineluttabile nella vita di ogni uomo.
E' lo stesso principio che, di fatto, fonda l'educazione moderna, che proprio
sul quel "devi" ha costruito le proprie elaborazioni.
"L'uomo ha il dovere di migliorarsi, di coltivarsi e, se cattivo, di
proporsi la moralità" scriveva Emanuele Kant alla fine del '700.
Ancor oggi, l'educazione accompagna ogni bambina ed ogni bambino finché non
sono in grado di prendersi cura di se stessi, di "fare quello che devono
fare".
Non si tratta di un momento preciso ma di un percorso (spesso interminabile) di
crescita verso la piena autonomia. Fino ad allora, genitori, insegnanti e tutte
le altre figure educative sopperiscono alla "minorità" di chi è in
educazione, individuando "in loro vece" quali sono i valori ed i
saperi che vanno acquisiti, quali abilità e competenze devono essere
sviluppate.
Si parla di "eteroeducazione" e sappiamo che non è l'unico pensiero
possibile, come hanno cercato di dimostrare le pedagogie non direttive. Ma è
senz'altro la concezione prevalente e meglio giustificata, sia sul piano
teoretico che su quello della pratica educativa.
Essa presuppone una certa prospettiva ideale, che ciascun genitore (o
insegnante) costruisce in base alle proprie convinzioni ed all'esperienza
personale; è in riferimento a tale "orizzonte" che possiamo esprimere
un giudizio di valore ("ciò che hai fatto va bene", "il tuo
comportamento è sbagliato"…) o definire le priorità ("questa
scelta è preferibile a quella", "prima devi fare questo, il resto
aspetta"…). Anche progetti e programmazioni, con le declinazioni di
fini-finalità-obiettivi, rispondono a questa logica.
In definitiva, il "fai quello che devi fare!" per lunghi anni assume
il senso di un "dovere" definito dagli altri.
Quanto appartiene al soggetto quella prospettiva? Non c'è il rischio che
l'educazione, nelle sue molteplici forme, gli cucia addosso un
"vestito" che non gli appartiene?
Il problema è antico ma non è di questo che voglio scrivere. Piuttosto da
tempo andavo cercando qualche "ragione del cuore" che potesse
conciliare quel modello pedagogico (definito "teleologico", "finalistico",
"prescrittivo") con la dignità ed irripetibilità di ogni storia
personale, che reclama giustamente la parte da protagonista.
Ed ecco che arriva la metafora annunciata dal titolo,
semplice e non nuova, ma efficace al mio scopo: con la vita, a ciascuno è
consegnato un disegno. E' diverso per ogni persona, può essere più o meno
complesso, variamente articolato. Esso si definisce con il passare dei mesi e
degli anni secondo una trama che, a seconda delle nostre fedi, chiamiamo
"destino", "maturazione", "casualità",
"progetto di Dio".
La pedagogia che abbiamo descritto, a ben vedere, sostiene proprio che ciascuno
debba completare quel disegno con i colori che la natura, l'esperienza e
l'educazione gli mettono a disposizione.
Mi piace pensare che l'educazione, fondamentalmente, aiuti le persone a
"compiersi", postulando che esista per ognuno, anche per chi è
gravemente compromesso dai deficit, uno stato di migliore e maggiore
compiutezza, relativamente al proprio disegno individuale.
Attraverso l'eteroeducazione prima e l'autoeducazione poi, ogni donna ed ogni
uomo colorano il proprio disegno, cercando la realizzazione che è loro promessa
in origine.
Allora ogni intenzionalità educativa ha il senso, all'interno della metafora,
di suggerire (con diversi livelli di prescrittività) i colori e le sfumature in
un progetto che è irrinunciabilmente personale. Altrimenti l'educazione si
trasforma nella sua aberrazione.