Era inevitabile che i venti di guerra arrivassero anche sul
tavolo della redazione di Educare.it.
Di fronte alle crescenti ondate della globale cultura di guerra, che non si
insinuano più solo negli interstizi delle cronache quotidiane, ma impregnano la
quotidianità ed il modo di percepire la realtà di ognuno di noi, diventa
sempre più urgente disporre di "argini culturali" resistenti.
Educazione alla pace, per non finire di essere travolti dagli
eventi e dal buio pesto di una informazione che, senza rendercene conto, ci
plasma (studi sociologici alla mano) in spettatori, e vittime, di una realtà
irreale, che rimane ai più nascosta e per questo pericolosa.
Tendenzialmente le "fabbriche dell’informazione"
fanno fatica ad accorgersi e a dare il dovuto peso alle tante persone ed
associazioni di ogni estrazione che da anni sono attive, nei propri settori d’impegno,
nell’elaborazione e messa in pratica di una nuova cultura di pace, all’insegna
dei valori del Dialogo, dell’Amore per il prossimo e per la vita, della
Solidarietà, della Giustizia e, persino, del Perdono.
Una cultura che, lungi dall’essere astratta ed
irrealizzabile, ha via via definito i propri metodi: la partecipazione attiva,
il mettersi in rete, il dialogo nella ricerca delle verità ed il recupero della
memoria. Se da un lato la partecipazione e la messa in rete di idee, in stile
lillipuziano, si alimentano reciprocamente e si collocano nell’ambito di un
pragmatismo che stimola prevalentemente, ma non esclusivamente, il saper fare,
il dialogo ed il recupero della memoria richiedono un prevalente impegno sul
versante del saper essere o, si potrebbe dire più efficacemente,
richiedono la fatica di pensare.
Mi sembra riduttivo entrare nel merito, in questa sede, di un
singolo evento bellico (nella fattispecie l’annunciata-minacciata guerra all’Iraq,
che il rullio dei tamburi mediatici amplifica, ma non spiega del tutto come mai,
dagli anni ‘70 agli anni ‘90, la Francia abbia venduto reattori nucleari,
l'Italia armi, la Germania composti chimici -ufficialmente per produrre
pesticidi- e gli USA vari composti, tra cui l'antrace), dato che non meno gravi
situazioni di conflitto attanagliano vaste aree dimenticate del pianeta, abitate
da milioni di persone; basti pensare alle offensive, più o meno efferate o
latenti, nella Repubblica Democratica del Congo, in Costa d’Avorio, nel Sud
del Sudan, nell’area dei Grandi Laghi africani, in Colombia, Messico, Corea
del Nord…
La fatica di pensare ci dovrebbe invece portare a
riflettere sulla forza efficace e deterrente insita nel dialogo e nel recupero
della memoria. Mi limiterò a qualche breve spunto.
Il dialogo e la comprensione della storia
Se andiamo oltre alla semplice definizione incentrata sulla
conversazione tra persone o gruppi, ci accorgiamo che il dialogo è tanto più
necessario quanto più le due o più persone o gruppi sono tra di loro in uno
stato di conflitto, di sospetto o di indifferenza. Ecco che lo scopo del dialogo
diventa così quello di abbattere i muri di pietra, di pregiudizi (stereotipi),
di ignoranza o di indifferenza che ostacolano la relazione vera, per costruire
ponti di interesse nell’altro, di stima, di conoscenza reciproca e, se
possibile, di amicizia. Dialogo che, il più delle volte, non conduce a
sopprimere i conflitti, spesso radicati in realtà complesse, ma bensì
accompagna a vivere con i conflitti, ovvero porta ad affermare: "io non
penso come te, però sediamoci e parliamo insieme…". I soggetti del
dialogo sono differenti l’uno dall’altro, per tradizione, cultura,
sensibilità, interessi. Ma grazie ad dialogo ognuno impara a conoscere ed
accettare l’altro, non come vorrebbe che egli fosse, ma come è in verità. Ma
purtroppo quando viene meno la disponibilità al dialogo e gli istintivi
interessi economici e politici sono sordi ai richiami della ragione, agli
sceriffi - come si suol dire - non resta altro che mostrare i muscoli.
Ed ecco che il recupero della memoria, di ciò che abbiamo già visto, vissuto e
- si spera - compreso in un lontano o recente passato, dovrebbe portare noi, ed
a maggior ragione i rappresentanti politici, a non avvallare o sostenere altre
ingiustizie, ma bensì ad imboccare sentieri diversi, senz’altro più
faticosi, ma di sicuro non intrisi di sangue e disperazione. Imboccare sentieri
diversi senza stare al fianco di un contendente o dell'altro, ma
mettendosi solo dalla parte delle probabili vittime e di quanti, soprattutto
bambini, sono morti, o tuttora muoiono, d’embargo od altre sciagure evitabili.
Se Macchiavelli ebbe a dire che "la storia è stata
costruita dai potenti con la forza delle armi", tranne pochi casi
isolati, solo nel XX secolo è entrata una variante alla logica violenta della
storia. Il primo grande caso in questo senso è stata la liberazione dell’India
dalla dominazione inglese attraverso una lotta che, sotto la guida di Gandhi,
rifiutò il ricorso alla violenza. Si tratta di un esempio di rilevante
importanza non solo dal punto di vista morale, ma anche da quello pratico,
perché il metodo nonviolento gandhiano si mostrò vincente. Da allora in
diverse altre occasioni alcuni popoli utilizzarono metodi di resistenza non
armati. In certi casi furono vittoriosi (la rivolta popolare filippina, ad
esempio), mentre in altri, dopo i primi giorni di resistenza e di immediato
successo, il potere della forza delle armi riuscì a soffocare tali iniziative
(la resistenza norvegese all’occupazione nazista e la resistenza cecoslovacca
all’occupazione sovietica). Ma se c’è chi si prepara accuratamente alla
guerra, a maggior ragione i civili dovrebbero essere addestrati e preparati ad
organizzare una difesa non armata, che assolutamente non si può improvvisare;
questo solo per sottolineare che prima di liquidare come perdenti tali metodi,
sarebbe necessario almeno sperimentarli seriamente. Se si vuole che davvero
soffino venti di pace, bisogna prima di tutto diventare persone che nelle
decisioni importanti riescono ad influire con tutto il loro peso. Solo così,
mantenendo intatti gli ideali di pace e contemporaneamente avendo la forza
morale di imporre scelte nello stesso senso, ci si potrà avvicinare all’aspirazione
bellissima di far uscire la guerra dalla storia. Ecco che la fatica
di partecipare attivamente alle iniziative per la pace, la condivisione
e il mettere in rete i propri talenti ed informazioni, il dialogo
unito all’incessante esercizio di recupero della memoria storica,
possono plasmare un nuovo modo di pensare e una nuova e più temprata cultura di
pace, capace di resistere persino alla paura.