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Negli ultimi
decenni abbiamo assistito ad un vorticoso mutare dei modi e dei
costumi sociali e lavorativi, cui si è accompagnato un
particolare sviluppo delle scienze umane in senso applicativo.
Anche l'educazione ha finito per cambiare volto, figlia com'è
del proprio tempo.
L'essere è divenuto sempre più inscindibile dal fare, non vi
è possibilità di riconoscimento di sé al di fuori dei ruoli
produttivi (e di consumo). Ne sono immediata controprova
l'invisibilità sociale di barboni, profughi, clandestini,
malati di mente, anziani in stato di povertà…
L'homo faber sembra essere diventata la soglia minima
della riconoscibilità sociale - e quindi dell'identità
personale. Non sfugga questo passaggio: la nostra cultura è
pervasa da un pensiero filosofico e sociologico che lega in modo
stretto ed indissolubile le dimensioni personali con quelle
sociali. Essere significa esser-ci (essere in relazione,
in contatto, connessi con qualcuno), e l'esser-ci richiede
l'assunzione di un ruolo produttivo e di consumo. In altre
parole, se non fai (e non hai), non sei per nessuno.
A nostro avviso, queste "equazioni esistenziali" sono
sperimentate molto presto, fin dall'infanzia quando la
produttività assume le fisionomie del rendimento scolastico o
del successo nelle attività sportive. Situazioni nelle quali le
produzioni di bambini e ragazzi non mancano di essere
monetizzate, con mance e regali, dallo zelo ignaro di genitori e
parenti.
Succede, e ne prendiamo atto. Succede anche che si pensi alla
scuola come ad un'azienda con obiettivi di produttività a
beneficio della competitività del Paese (vedi),
che gli economisti rubino la ribalta sociale ai poeti ed ai
filosofi. E' una questione di prospettiva, di punto di vista.
Nell'editoriale
di marzo, avevamo sottolineato il bisogno di straordinario
che agita i nostri cuori: un'altra prospettiva, ma che fa bene
all'educazione.
In questi tempi così orientati alla produzione ed al consumo,
la ricerca dello straordinario richiede profezia. Bambine e
bambini, uomini e donne hanno egualmente bisogno di visioni
capaci di comprendere, di spalancare squarci di inedito nelle
proprie biografie. Abbiamo bisogno di qualcuno che ci sveli ciò
che sfugge al gioco degli specchi attraverso i quali comunemente
definiamo le nostre identità personali: io siamo noi (l'esser-ci)
e noi siamo uguali (essere diversi significherebbe
emarginazione ed invisibilità).
Eppure quante volte subiamo il fascino dell'eccezionalità:
fuori dagli schemi, oltre gli stereotipi. E' un anelito
profondo, che non si appaga dei ruoli materialistici su cui oggi
si concentrano i nostri sistemi educativi, sia domestici sia
istituzionali.
Sentiamo
soprattutto la mancanza dell'immaginazione. In educazione
bambini e ragazzi necessitano di qualcuno che sappia fare delle
fantasie su di loro, capaci di aprire nuovi immaginari, altre
possibilità di futuro. Ne hanno particolarmente bisogno proprio
coloro che fanno eccezione: i bambini "strani",
gli adolescenti diversi, tutti coloro che non rientrano negli
stereotipi della normalità sociale. E questa non ci sembra
tanto una responsabilità da consegnare esclusivamente ai
genitori; spesso sono troppo intrisi della carne e del sangue
dei loro figli per poter assumere, da una giusta distanza fisica
e psicologica, quella prospettiva che consente di vedere oltre e
di fare profezie.
Tocca soprattutto ad altri adulti, a tutti gli altri direi,
purché abbiano sufficientemente imparato dalla scuola della
vita a riconoscere nelle particolari inclinazioni del carattere
i segni di un destino o, se preferite, di una vocazione.
L'esuberanza comportamentale di alcuni piccoli alunni o l'indole
troppo sognatrice di altri smettono allora di essere un problema
(definito secondo le logiche classificatorie della
produttività) e possono diventare le manifestazioni embrionali
di una personalità chiamata alle vette impervie della
distinzione.
In pedagogia si sta riscoprendo la figura del méntore, una
presenza educativa che unisce in sé la sapienza del maestro, la
saggezza dell'anziano e la benevolente complicità dell'amico.
Si cresce e si trova la propria strada grazie ai genitori e,
soprattutto, ai méntori.
In un momento
storico in cui l'educazione rischia di ridursi in percorsi più
o meno elaborati di adattamento a standard sociali, nei quali
prevalgono criteri di produzione e di consumo, riaffermiamo
dunque la necessità della profezia da parte di tutti gli
educatori, a salvaguardia della originalità individuale e del
mistero di ogni persona.
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