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Il
bimbo che non gioca non è un bambino,
ma l’adulto che non gioca ha perso per sempre il bambino che
è dentro di sé.
Pablo Neruda
L’infanzia
è il periodo della vita in cui avvengono le esperienze
più formative, quelle, di cui poco avremo memoria in
età adulta, ma che influiscono sul presente e sul futuro.
Le relazioni primarie vanno a costruire il carattere e divengono
il modello di riferimento con cui dobbiamo fare i conti per
tutta la vita; rappresentano i “mattoni” nella costruzione della
personalità. Eppure, con il passare degli anni, non viviamo
più il pathos di quei giorni: se ci sforziamo di ricordare
rivediamo alcune immagini, per lo più sfumate, altre
nitide, ma solo frammenti dell’inizio della nostra storia. Ancora
di più ci è difficile collegare a questi flash
gli stati d’animo di quel momento, che sicuramente avevano una
tonalità affettiva ben precisa. Nonostante ciò,
chi di noi adulti non vorrebbe tornare bambino? Chi non desidererebbe
rivivere, fra le emozioni, la gioia, l’allegria, la fantasia,
l’irrazionalità, la vitalità, la leggerezza e
la spensieratezza proprie di quell’età? Forse soltanto
chi non è stato bambino, chi non ha avuto diritto a un’infanzia;
oppure chi ha potuto avere tutto ciò, ma in minima parte
poiché la solitudine, l’assenza, la paura, la tristezza,
l’irrequietezza e l’angoscia hanno fatto da padrone, incidendo
pesantemente. Egli ci direbbe che per fortuna è impossibile
tornare indietro, per non rivivere ferite troppo dolorose allora
e tuttora aperte. Invece, è impossibile non tornare indietro,
non fare i conti con quel passato che altrimenti continuerebbe
ad agire su di lui, vittima inerme; è possibile farlo
ripercorrendo alcuni passi di quell’esperienza per rileggerla
con nuovi occhi, per guardarla con sollievo dentro di sè.
Si parla di possibilità di descrivere e narrare l’infanzia
per accettare chi si è preso cura di noi, per comprenderlo
maggiormente all’interno di un’accettazione anche di sé.
Lo sguardo attento, il contatto con il bambino che eravamo e
che siamo sempre, ci dà, in età adulta, un’altra
possibilità: accettare la nostra infanzia com’è
stata, con i suoi lati di luce e ombra, con la fragilità
e la forza, con la sicurezza e la paura, con la gioia e il dispiacere,
con la rabbia e la felicità che abbiamo avuto dalla relazione
con “l’altro”. Le relazioni interiorizzate sono quelle originarie
con la madre e con il padre, che andranno a costituire per la
vita la capacità di base relazionale come fondamento
delle basi neurofisiologiche. Tale capacità si riattiva
e si modula a livello individuale ogni volta che entriamo in
relazione con gli altri. Per comprendere, pur nei limiti, se
stessi, è necessario un percorso terapeutico o educativo
capace di far luce sul “filo” della nostra storia. La descrizione
di noi stessi ci permette di comprenderci maggiormente e, a
ogni nuova descrizione, corrisponderanno visioni di un proprio
Sé consapevole sempre meno carico di vittimismo. Attraverso
tale percorso di consapevolezza possiamo riuscire a dire: se
sono arrivato qua, è merito tuo, mamma; è merito
tuo, babbo. Darci questa possibilità significa accogliere
così com’è chi ci ha dato la vita e amare l’altro
e la vita stessa. Quest’atteggiamento interiore fa sì
che sia messo da parte il giudizio, l’ostilità verso
l’altro e verso di sé, valorizzando appieno l’esperienza
della vita dal valore dell’infanzia.
In questo senso si può pensare al fatto -unico e irripetibile-
di essere stati concepiti dall’“amore” per il quale si devono
fronteggiare le problematiche della vita. Sotto questa luce
l’infanzia allude alle esperienze che sono fonte di felicità;
e già l’averle vissute rappresenta il dono più
grande che ci possa venire. Il fatto stesso di poter pensare,
gioire o soffrire, sentire vivendo il presente; oppure il passato
ripensando a ieri, tutto questo è grazie al dono della
vita che ci è stato concesso.
Tutto il resto viene dopo. Anche la storia personale viene dopo;
prima c’è la vita ed essa deve essere vissuta di là
da ogni esperienza di gioia o di dolore che possa forse inevitabilmente
colpirci a nostra insaputa. La situazione esistenziale che ci
crea sofferenza, dolore, angoscia, ansia, ci mette nella condizione
di ricercare aiuto dall’altro tramite se stessi. L’altro ci
porge una mano, ci dà la forza di esprimere quello che
abbiamo dentro, al fine di vederlo come frutto di una meritata
evoluzione di noi stessi. Siamo così educati, nella relazione
empatica con chi ci presta aiuto, a tirar fuori da noi ciò
che siamo, a partire da ciò che siamo stati, comprendendoci
con rispetto nella veste di ieri e di oggi.
Occorre perciò ricercare dentro noi stessi le forze vitali
che ci provengono proprio dall’infanzia, permettendoci di usarle
come risorse positive, spendibili nel quotidiano.
Per questo l’infanzia è l’età che diviene anche
il “vettore dell’utopia” che ritorna e che possiamo leggere
sempre meglio; un ricordo può divenire il più
bel ricordo, anche se è l’unico di cui si dispone. In
virtù di un gesto d’amore, in un giorno particolare,
di una carezza, di un tenero abbraccio, si può sperare
in un presente e in un futuro anche solo con quell’unico gesto
come espressione d’amore dell’altro, che ora custodiamo dentro
di noi senza timore di restituirlo. Così come un ricordo
può farci ancora soffrire e far nascere l’esigenza di
elaborarlo, parlandone, per comprenderlo nel suo contesto e
condividerlo con l’altro.
Se ci si chiede cosa possiamo fare per aspirare a un’umanità
migliore di quella di oggi, dobbiamo investire sull’infanzia,
poiché curarsi del bambino, è curarsi dell’uomo
futuro; il bambino deve divenire la base di un rinnovamento
antropologico, e al tempo stesso, lo strumento principale.
Sul bambino è in gioco la trasformazione della società.
Un bambino migliore oggi è un adulto migliore domani;
l’adulto che tende a essere più attento, sensibile e
autentico.
Concretamente, ai fini di una crescita armoniosa dell’uomo,
è importante rispondere -per quel che è possibile-
alle esigenze interiori del bambino, attraverso il dialogo,
la presenza, l’ascolto attivo, la condivisione del gioco, la
lettura delle fiabe, ma anche con l’autorevolezza che è
capace di dire un “no” deciso quando lo ritengono necessario.
Nelle migliori condizioni interiori, i genitori e gli educatori
possono tentare di affinare e coltivare la “comprensione” empatica
come “accoglienza” e “condivisione” delle ragioni e degli stati
d’animo dei bambini e dei giovani in relazione anche ai propri
vissuti più remoti.
Ciò è possibile sforzandoci di richiamare alla
memoria che cosa avesse significato per noi, da bambini o da
ragazzi, una situazione analoga. Lo sviluppo da parte dei genitori
di una particolare attenzione e sensibilità permette
di capire razionalmente, ma anche di intuire attraverso i sentimenti,
i bisogni reali dei figli. Come sostiene Laura Boella (2006),
per sentire e conoscere l’altro come soggetto d’esperienza è
necessaria una consapevolezza di sé affettiva e cognitiva.
Vale a dire che se io non ho un equilibrio, se non mi sento
emotivamente ricco con un proprio profilo individuale nel mondo,
non posso comprendere l’altro, non posso attribuire all’altro
la qualità di persona. L’empatia compiuta è propriamente
umana, deve essere sviluppata e quindi presuppone uno sviluppo
emotivo all’interno di una serie di esperienze. In questo contesto
prende vigore l’atto dell’introspezione personale attraverso
l’altro. Quel guardarsi dentro a seguito di ciò che ci
fa provare l’altro. L’osservazione interiore rappresenta l’obiettivo
principale per l’empatia intesa come fonte di conoscenza. Questo
perché è un’esperienza in cui gli elementi di
coinvolgimento delle emozioni e delle facoltà cognitive
diventano fondamentali. Attraverso la relazione empatica con
l’altro si ha una condivisione da cui ne consegue una consapevolezza,
una comprensione: vale a dire che io non posso intuire direttamente
cosa prova l’altro -perché non sono dentro l’altro-,
ma posso intuire cosa provo io, appellandomi al ricordo, alla
fantasia e all’attesa, da cui ne consegue una consapevolezza
degli stati affettivi e cognitivi dell’altro.
I genitori devono cercare di essere il più possibile
spontanei nell’espressione dei propri sentimenti, senza essere
né autoritari né troppo insicuri, per offrire
una guida, attraverso il loro comportamento ai valori sui quali
impostano la loro vita.
L’intellettuale Gianni Rodari, nella geniale “Grammatica della
fantasia” (1973), sostiene che attraverso lo sviluppo di un
atteggiamento creativo si forma l’uomo completo, indipendente
e libero; quell’uomo capace di mutare la società proprio
perché sa usare la propria immaginazione. La creatività
poggia sull’immaginazione, che può essere incrementata
attraverso l’educazione. La sua radice è sempre la realtà,
il suo punto di partenza è l’esperienza. È necessario
che il bambino possa crescere in un ambiente ricco d’impulsi
e di stimoli, in ogni direzione possibile.
Per consentire al bambino di ottenere un atteggiamento creativo
è necessario incrementare uno sviluppo della fantasia,
di forme d’immaginazione autonoma, in modo da colmare il vuoto
interiore. La creatività è quindi identica al
pensiero divergente, capace di rompere gli schemi dell’esperienza,
di rifiutare il codificato, di affrontare il fluido, di risolvere
problemi e di ri-leggere e rovesciare il consueto e il normale.
La disposizione creativa nasce nell’infanzia, potenziando in
essa l’immaginazione e la libertà fantastica. È
quella disposizione cui ricorriamo in età adulta per
realizzarci nelle arti, nello spirito.
Nell’infanzia, la creatività si accompagna alla gioia,
fa parte di quel bisogno e diritto alla gioia che caratterizza
il bambino. Dunque, bisogna farlo ridere e sorridere, poiché
l’allegria è più bella della scienza, ha funzioni
catartiche e apre alla comunicazione più profonda, che
vede genitori e figli, adulti e giovani crescere insieme per
un’educazione più reciproca possibile.
Guardare con attenzione all’infanzia significa riaccendere in
noi l’esperienza della gioia, per realizzarci e renderci più
felici.
Così un giorno vi sarà un mondo migliore di quello
di oggi.
Bibliografia Boella
L., (2006). Sentire l’altro. Conoscere e praticare l’empatia.
Raffaello Cortina Editore.
Rodari G., (2001). Grammatica della fantasia. Introduzione
all’arte di inventare storie. Einaudi.
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