Ciò che noi conosciamo del mondo è, per lo più, frutto di
rappresentazioni.
Senza scomodare i filosofi che hanno ben descritto questo limite gnoseologico
degli umani, pensiamo a quanto sono estremamente ridotte le conoscenze che
acquisiamo per esperienza diretta.
Si tratta di un processo destinato ad un progressivo impoverimento: ai bambini
d'oggi mancano, ad esempio, una serie di esperienze con la natura che invece
appartenevano alla quotidianità dei loro genitori.
Così finiamo per conoscere principalmente attraverso delle
"finestre" aperte sul mondo, che ci offrono una selezione
dell'immensa varietà che ci circonda. Combinando gli elementi raccolti,
direttamente ed indirettamente, ciascuno di noi, grande o piccolo, si fa una
"propria" rappresentazione della realtà.
Se le "finestre" di ieri erano il racconto dei "grandi", i
libri illustrati, le enciclopedie, i giornali, il cinema … oggi la conoscenza
(sempre più virtuale) della realtà ci deriva soprattutto dalla TV e da
Internet.
Secondo una ricerca che il Censis ha diffuso nei primi giorni di febbraio, il
46% dei bambini europei passerebbe 4 ore davanti alla TV ed un'altra sessantina
di minuti tra computer e videogiochi.
Ne prendiamo atto e ci chiediamo: quale idea del mondo ci stiamo formando?
Soprattutto, quale selezione del mondo arriva ai nostri bambini attraverso
quelle "finestre"?
Recenti fatti di cronaca hanno acceso nuovamente il
dibattito: dire o non dire? Mostrare o non mostrare? A mio avviso, non si tratta
di nascondere le bruttezze del mondo, ma certo non si può far vedere solo
quelle !
La semplificazione è ingiusta, me ne rendo conto, perché nei media c'è
dell'altro.
Prendiamo un TG nazionale: oltre ai fatti di cronaca nera, si tratta di politica
e … di costume, spettacolo, sport. Ma è ancora un "mondo possibile"
parziale, persino fittizio quando ostenta il potere, la ricchezza sfacciata, la
bellezza irraggiungibile, il successo clamoroso.
E' un problema di quantità, di proporzioni: nel mondo
raccontato dai media, la vita ordinaria ed i temi "costruttivi",
quelli che evocano buoni sentimenti ed esaltano i valori, sono marginali.
Paradossalmente finiscono per essere più rappresentati nelle trame dei cartoons,
che sono un altro mondo possibile, seppur poco verosimile.
E' anche un problema di qualità di ciò che i mass
media mostrano. Sono del parere che ogni volta che veniamo esposti a qualcosa,
di valenza negativa, che è lontano dalla nostra sensibilità subiamo una
violenza.
A bambini e ragazzi possono "fare violenza" sia le réclame scabrose,
sia i fatti di cronaca.
Sono spesso bambini "violentati" quelli che fin dalle scuole
elementari guardano alla sessualità con curiosità morbosa, coloro che hanno
paura di uscire di casa senza i genitori, che guardano gli immigrati con
sospetto e pregiudizio ...
Lo ripeto, a scanso di equivoci: non si tratta di nascondere o mistificare una
realtà che esiste, ma di trovare il modo appropriato di raccontarla.
Il codice usato può essere ciò che fa la differenza. Se l'immagine (la foto,
il filmato) è esplicita ed immediata anche per i più piccoli, codici più
astratti (come la lingua stessa) hanno bisogno della mediazione degli adulti per
poter essere compresi.
Dire dunque, ma mostrare con cautela, lasciando a papà e mamma il compito di
spiegare, con le parole che ritengono più appropriate, che un bambino di tre
anni è stato ucciso mentre si stava svegliando nel suo lettino e che una
ragazzina adolescente si è fatta saltare in aria nel nome di un dio.
Mentre con forza chiediamo ai media di mostrarci in modo più
"calibrato" e rispettoso la realtà che non conosciamo, nessuno ci
solleva dalla responsabilità - tutta educativa - di aprire autonomamente, per
la nostra gioventù, altre finestre su un mondo buono ed altrettanto possibile,
che invogli a crescere, che alimenti l'impegno e sorregga la speranza