| "Papà,
che cos'è uno sbaglio?". Di fronte ad una domanda di
tale innocenza mi sorgono una serie di risposte assolutamente
ovvie: "uno sbaglio è un'azione fatta male", "è
qualcosa che non avresti dovuto fare". Non soddisfatto, ricorro
al vocabolario che, tra gli altri significati, tira in ballo
"l'errore".
Poi comprendo che tu di errori hai potuto farne pochi: in
prima elementare ti ho messo in mano la penna che si cancella,
in modo che potessi immediatamente riparare le imprecisioni;
più avanti, con la biro, ti ho dato il "bianchetto"
(il correttore, la "cancellina") per coprire gli sbagli e
presentare delle pagine perfette ai tuoi genitori ed alle
maestre.
A casa hai imparato fin da piccolo ad intrattenerti con videogiochi
che ti offrono la possibilità di ripartire da capo
se sbagli... Mi si stringe lo stomaco.
Per associazione penso a quella volta che non ti ho portato
al funerale di tua nonna perché avevo paura che ti
impressionassi; ti ho detto che era morta, ma i morti tu li
hai visti solo nei film ed hai imparato che basta riavvolgere
il nastro perché i personaggi tornino in scena di nuovo.
Così continui a chiedermi quando torna la nonna che
ti ha cresciuto, ed io non riesco a farti capire che è
morta davvero.
Come tutte le volte che, giocando con te, ti ho lasciato vincere
anche se non rispettavi le regole, anche se agivi d'impulso
senza prestare attenzione; così ora mi rendo conto
che non sai dare un significato alla "mossa sbagliata" e credi
di poter continuare a vincere a prescindere dalla "qualità"
delle tue azioni.
Certo, ti è capitato di non riuscire, di avere una
valutazione negativa ma ora capisco che il repentino proposito
di "fare meglio" è vacuo, perché non è
fondato sulla reale comprensione del tuo errore, del tuo sbaglio.
Il
tuo smarrimento di fronte allo sbaglio e' simile a ciò
che mi è parso di leggere negli occhi allucinati e
confusi dei giovani protagonisti delle ultime tragiche vicende
di cronaca.
Ci
penso: forse abbiamo cresciuto una generazione che ha difficoltà
a comprendere la relazione tra comportamenti ed effetti, che
coltiva la pericolosa illusione che si possa "fare e disfare"
poiché ha imparato che tutte le conseguenze sono reversibili.
E' una generazione contaminata da quella che potremo definire
"cultura della cancellina".
Lasciamo
ai sociologi il compito di disquisire sulle cause: dovremmo
comprendervi la precoce e soprattutto eccessiva esposizione
a mondi "virtuali" (cartoni, videogiochi, fumetti...); il
tentativo culturale di allontanare dai nostri mondi le imperfezioni,
le bruttezze, gli errori, i dolori, le sofferenze (dalla chirurga
estetica ... alla clonazione per fini terapeutici). Anche
alcuni stili di vita imperanti, probabilmente, veicolano l'idea
che non siano le "buone azioni" (frutto di impegno, dedizione,
fatica, perseveranza, autocontrollo) a procurare benessere,
felicità, successo, ma altri fattori: fortuna, conoscenze,
aggressività e mancanza di scrupoli.
Da
educatori ci chiediamo cosa fare, pur nei nostri circoscritti
ambiti di azione.
Innanzitutto favoriamo una esperienza diretta del mondo, limitando
la presenza del "virtuale" nelle giornate di bambini e ragazzi.
Ciò significa non solo una gestione attenta di TV,
videogiochi e computer, ma anche lo sforzo di evitare quelle
"mediazioni" della realtà dovute ad eccessiva protezione:
non neghiamo dunque le esperienze delle perdite, delle delusioni,
delle sconfitte, delle sofferenze, della morte. Parafrasando
Winnicott, non si tratta di "deludere" i nostri figli quanto
semmai di "disilluderli", favorendo lo sviluppo del "principio
di realtà".
In secondo luogo, è quantomai necessario che i bambini
imparino fin da piccoli che le loro azioni hanno una "valenza
sociale", cioè comportano precise conseguenze su di
loro e su chi vi è intorno. In questo concetto vi è
un riferimento esplicito allo stile educativo, all'uso dei
premi e delle punizioni (quest'ultime intese come "costo"
per comportamenti non appropriati), che credo vadano recuperati
in tutta la loro valenza pedagogica.
Infine ribadiamo la necessità di favorire lo sviluppo
del senso critico, in tutte le occasioni, in ogni contesto:
bambini e ragazzi hanno un urgente bisogno di essere aiutati
a riflettere sulle proprie azioni e su quanto capita loro
intorno. Vanno spinti a formulare "giudizi morali", ovvero
a definire come "giusto" o "sbagliato" ciò che fanno,
vedono o sentono, argomentando la propria valutazione su basi
di realtà e non di fantasia.
Senza
queste capacità i nostri figli saranno "fragili" pur
nella loro evidente ricchezza, eterni "peter pan" nello scorrere
del tempo, persino "mostri" quando vi è l'atrofia della coscienza
morale. |