| C’è
un breve ma prezioso tempo della vita in cui il futuro è
rappresentato come apertura, possibilità di essere e
di fare. Allora si riesce ad avvertire il richiamo di una biografia
originale, il desiderio di sperimentarsi in percorsi personali
e professionali che non siano prevedibili, persino rinunciando
(almeno a parole) ad alcune sicurezze.
Con il passare degli anni questo anelito molto spesso finisce
fagocitato dalle necessità quotidiane, dentro ruoli standard
e stereotipati. Questo
è il problema: viviamo secondo copioni ridotti, è
limitato il modo di immaginare e, quindi, di interpretare le
nostre esistenze.
A
nostro avviso è una questione culturale prima, educativa
poi.
E’ la cultura, nella sua dimensione macrosistemica e collettiva,
a fornire le rappresentazioni di come sia possibile vivere.
Si tratta di una funzione “normativa”, nel senso che offre dei
riferimenti piuttosto cogenti su ciò che è possibile
e ciò che non lo è, sul tipico e l’atipico, finanche
su ciò che è considerato “nella norma” o a-normale.
Vi sarebbe una sorta di “catalogo esistenziale”, costruito con
il grande concorso dei mass-media, che definisce i modelli di
vita che ciascuno può incarnare; una gamma ridotta di
possibilità di vita che riguardano la totalità
degli habitus: i ruoli personali, come quelli di marito/moglie,
padre/madre; i ruoli lavorativi e professionali; i ruoli sociali,
relativi alle reti amicali ed alla vita extralavorativa.
Nelle società fondate sul primato della libertà
individuale si finisce, paradossalmente, per fare esistenze
molto uguali, oggi standardizzate attorno ai paradigmi del ”poter
divertirsi e spendere”.
Ma di tanto in tanto succede qualcosa che ci ricorda quei bisogni
profondi di senso che non trovano rappresentazione nell’immaginario
collettivo. Migliaia di persone si mobilitano per la liberazione
delle donne di pace in Iraq, molte altre accorrono alla salma dello
sconosciuto uomo
di stato ucciso per proteggere l’ostaggio. Ciò che le
chiama va oltre la cronaca, è la nostalgia per un’esistenza
(ed una morte) straordinaria, punteggiata da virtù eroiche.
La stessa commozione del mondo cristiano nei confronti del vecchio
Papa malato e menomato nel fisico può essere letta oltre
l’emozione di un momento.
E’ forse il bisogno di extra-ordinario ad essere evocato, quello
che è inscritto nell’unicità della nostra vita
e nel motivo fondamentale per cui siamo al mondo.
Una straordinarietà negata dalla tipicità sociale,
che reclama però attenzione e cittadinanza.
Può
essere questa una chiave di lettura dell’apatia di ragazzi ed
adolescenti, che vivono ancorati al presente proprio perché
le prospettive di futuro che vengono offerte non solleticano
la loro personalissima vocazione?
Una analoga spiegazione può essere spesa di fronte alle
così comuni crisi delle età di mezzo,
tempo in cui emergono sentimenti diffusi di insoddisfazione
rispetto al vivere quotidiano e si fa forte il desiderio di
cambiare e di evadere. Protrebbe essere un anelito a “qualcos’altro”,
il richiamo di un un bisogno profondo di senso rimasto a lungo
disatteso?
Se così fosse, il problema diviene anche pedagogico.
Nell’educazione
dei bambini va posta attenzione per cogliere le particolari
inclinazioni del carattere fin dalla prima infanzia. E’ necessario
alimentare instancabilmente nei nostri adolescenti le fantasie
ed i sogni: ad esempio a 14 anni, quando si sceglie la scuola
superiore, deve essere permesso l’immaginarsi paleontologi o
esploratori, anche per coloro che partono da condizioni di svantaggio.
James Hillman suggerisce la frequentazione di tipi eccentrici,
personificazioni viventi dello “straordinario”, di persone in
carne e ossa la cui vita assomigli a un romanzo, il cui comportamento,
modo di parlare e di vestire apporti una ventata di novità
negli stereotipi del quotidiano. Anche nella vita famigliare
è bene offrirsi la possibilità di stringere relazioni
che oltrepassino l'orizzonte consueto.
E’ per queste vie che bambini e ragazzi imparano a riconoscere
lo specifico destino che è loro riservato, a volte eroico,
molto più spesso semplice, ma in ogni caso in grado di
appagare il bisogno di senso che accompagna l’esistenza.
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