"Non fare il bambino!" sbotta un cresciuto Peter
Pan verso il figlio che lancia la palla contro l'oblò dell'aereo. La risposta
non si fa attendere, nella sua ovvietà: "ma papà, io sono un
bambino!".
La scena è quella di un film famoso, ma così simile a tanti episodi
quotidiani.
"Non fare il bambino!" è infatti una frase che spesso riecheggia tra
i rimproveri dei genitori, rivolti a bambini cui si chiede di recitare un
comportamento da adulti in miniatura.
Il problema di fondo, a mio avviso, è la negazione di
"un'identità infantile", di un tempo di vita che è diverso da quello
adulto ma con pari dignità.
I bambini sono desiderati, ma spesso come "oggetti" di massimo
desiderio, programmati quindi solo dopo aver raggiunto l'affermazione
professionale, un posizione sociale, un certo livello di benessere… Proprio
come si programma un acquisto importante!?
Eppure la nostra è una società che sembra aver posto il bambino al centro
della sua attenzione, che si stupisce e si indigna tutte le volte che aleggia lo
spettro della violenza e del sopruso.
Ma quell'infanzia massmediatica non è reale: il bimbo dalle "tre B"
(bello buono bravo) è falso, o quantomeno idealizzato; un bambino "in
candeggina", sempre pulito; un bambino "oggetto", alla mercé dei
bisogni, non sempre consapevoli, degli stessi genitori sul quali essi proiettano
le proprie attese o aspirazioni.
"Non fare il bambino!" è l'esclamazione che
riflette quella cultura sull'infanzia, carica di affettività ma minata da un
eccesso di narcisismo.
Le esigenze più naturali del bambino, in molti casi,
finiscono così per essere negate, violate a favore di una dimensione
materialistica dove ciò che conta è il possesso di "cose", poco
importa se utili, inutili o inutilizzabili: ne sono prova le montagne di giochi
che si accavallano nelle camere da letto dei nostri figli e nelle soffitte.
Dal nulla al troppo. E' come se da una modalità educativa
rigida ed autoritaria, si fosse passati ad un permissivismo dove la regola
sembra essere diventata il "dare" e dove ogni richiesta deve essere
immediatamente soddisfatta. L’attesa, l’immaginazione, il desiderio, la
speranza di avere, ma anche la consapevolezza che non tutto può essere
posseduto, sembrano quasi non fare più parte del tempo dell'infanzia in nome
del "non bisogna che si senta diverso (o inferiore) dagli altri". Come
se l’inferiorità o la diversità potessero essere identificate con una
appropriazione o una mancanza di un oggetto.
Relazioni materiali, dunque, alimentate da richieste che
crescono proporzionalmente nella misura in cui i bisogni immateriali –
affettivi, emotivi, di vicinanza, di ascolto, di contatto, di consolazione -
rimangono disattesi e quindi insoddisfatti.
"Non fare il bambino!" rimprovera l'adulto
globalizzato della società ricca ed opulenta, mentre una povertà relazionale
serpeggia tra le sue case, evocata da modi di vita sempre più centrati sul fare
e sull’esteriorità dell’essere.
I "mostri" prodotti da queste povertà sono sotto gli occhi di tutti:
le violenze fisiche e psicologiche a danno di bambini sempre più piccoli,
l'aumento di disturbi psicosomatici e persino psichici in età precoce.
E non serve puntare l'indice accusatore sui genitori:
famiglia, scuola, extrascuola sono tutti spazi vitali di sviluppo, che devono
integrarsi e interagire dinamicamente tra di loro, per accogliere e sostenere
ciascun bambino nella sua globalità. A cominciare dalle dimensioni più
prettamente infantili.
"Fai il bambino!", dunque. "Gioca!",
perché proprio il gioco può essere lo spazio ed il tempo della gratuità,
della vitalità, della fantasia, della creatività, della cooperazione, della
sperimentazione e della conoscenza del mondo.
"Senza mentire, racconta te stesso: fai il bambino!".