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EDITORIALI

 

Editoriale di Febbraio 2002

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RAZIONALITA’ O RAGIONEVOLEZZA?

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 di Italo Fiorin

Viviamo in un tempo e in una società nei quali si riconosce una enorme importanza alla razionalità. La ricerca dell’efficienza e dell’efficacia è sentita come modalità indispensabile, e si apprezza la capacità di definire con chiarezza gli obiettivi e di organizzare, coerentemente, i mezzi indispensabili al loro raggiungimento. La razionalità intesa come efficacia/efficienza delle azioni è un valore pervasivo, riguarda tutti gli ambiti della nostra vita, dai problemi della quotidianità (quanto tempo si “spreca” a fare file un po’ dappertutto, quanto irrita quell’automobilista che non si è ancora (!) accorto del verde, quanto disturba quella telefonata inopportuna dalla quale non ho niente da guadagnare…), all’ambito del lavoro.Se poi l’ambito del lavoro è, come nel nostro caso, la scuola, anche qui troviamo fortemente sollecitato il valore dell’efficienza e dell’efficacia, visti come i principali indicatori di quella “qualità” di cui tanto sentiamo parlare. Anzi, oggi come non mai la scuola è messa alla frusta, sollecitata con insistenza affinché la sua organizzazione si faccia più razionale ed aumenti la sua produttività. 
La riforma dell’amministrazione scolastica, tanto al centro quanto a livello regionale, si sta realizzando all’insegna della ricerca dell’efficienza. C’è fastidio nei confronti di quanto sa di carrozzone burocratico, c’è fretta di snellire, voltar pagina, razionalizzare, appunto.Lo stesso fatto che sulla poltrona più alta di viale Trastevere sieda un manager, e non più un professore, segnala, simbolicamente, l’inizio di una nuova stagione.Efficienza, efficacia, produttività, risultati, verifiche, comparazioni: un nuovo lessico scivola dentro le iniziative di formazione, gli articoli delle riviste specializzate, le parole dei presidi-manager.
 
L’opinione pubblica è molto sensibile al richiamo della razionalità funzionale. Certamente non senza buone ragioni, genitori e amministratori, gente comune e professionisti dei mezzi di comunicazione si attendono un cambiamento.Del resto come non convenire sul fatto che un innalzamento qualitativo del sistema di istruzione sia desiderabile? Un sistema che, nel suo complesso, non gode di larghissimo apprezzamento e che tutti vorrebbero veder riformato in profondità.
Poiché la valutazione è sempre comparativa, succede inevitabilmente che il nostro sistema scolastico venga paragonato ad altri sistemi, nei quali sembra di ravvisare più chiaramente i valori della razionalità funzionale. Quando si fa questa comparazione, diventa inevitabile assumere come elemento di confronto quel “sistema” che, più di tutti, sembra essere caratterizzato dalla logica dell’efficienza e dell’efficacia. Il luogo simbolico di questi valori è, oggi, nel nostro Paese riscontrabile, senza ombra di dubbio, nel mondo aziendale o dell’impresa. 
Prendendo come termine di paragone l’impresa si verificano due conseguenze.Innanzi tutto il sistema scolastico esce perdente da un simile confronto e quindi la comparazione produce svalutazione.
La seconda conseguenza è collegata. Migliorare la scuola non può portare ad altra soluzione che non sia quella di introdurre nel sistema scolastico dosi massicce di “cultura dell’impresa”.Il problema è se tale operazione di “trapianto” sia possibile, o se non provochi “rigetto”, perché introduce elementi non tanto esterni quanto “estranei” alla natura della scuola. 
Ci sono delle domande che devono essere poste, proprio a partire dal lessico aziendalistico sempre più utilizzato.
La dirigenza scolastica può essere assimilata alla dirigenza aziendale? Che cosa si perde, dal punto di vista pedagogico e culturale, e che cosa si guadagna ad avere un “manager” come responsabile della scuola? Si può concepire il servizio scolastico come servizio definito dalla domanda dell’ “utenza”, e si può, quindi, valutarlo prendendo in esame l’efficienza/efficacia nella soddisfazione dell’utente-cliente? Si può applicare alla scuola lo stesso concetto di “produttività” proprio dell’impresa? E’ condivisibile una valutazione basata sui “risultati”?Come si concilia la logica degli “standard” con l’attenzione all’individualizzazione e allo sviluppo della creatività?Si può conciliare l’addestramento alla competizione (il mercato è spietato) con l’educazione alla cooperazione? 
Oggi ci par di capire che domande del genere diano fastidio, ma sono le domande fondamentali. Anche se non esistono formule risolutive, e se probabilmente la soluzione al dilemma sta nel negare il dilemma e nell’intraprendere una difficile terza via, capace di integrare le ragioni dell’efficienza con quelle dell’educazione, ci pare importante che domande simili vengano poste, e non sbrigativamente rimosse, come spesso vediamo fare (si pensi, tanto per fare un esempio, agli editoriali che Panebianco ogni tanto dedica alla scuola, granitici nella convinzione che il male della scuola sia derivato dal troppo spazio che in passato è stato concesso alla pedagogia e alla didattica, “aria fritta”, per dirla con il Nostro). 
Hegel distingueva tra razionalità e ragionevolezza. Se la razionalità riguarda il piano dell’efficacia/efficienza nel raggiungere gli obiettivi, la ragionevolezza riguarda gli obiettivi. E’ inutile raggiungere in maniera economica e lineare obiettivi sbagliati, si è efficienti, ma non ragionevoli.Oggi ci sembra questo il pericolo principale: l’incapacità di ragionare sul senso dell’educazione e della scuola, di definire in termini pedagogicamente convincenti i valori guida. Si finirebbe per riscoprire che una scuola “comunità” è più ragionevole di una scuola “azienda”, e che il valore degli obiettivi è dato non dalla trasparenza della loro enunciazione e dall’efficacia del loro raggiungimento, ma dal fatto che siano iscritti in un più ampio orizzonte di senso.Se senza razionalità la ragionevolezza è insufficiente, senza ragionevolezza la razionalità è insensata.
E fa molti, molti danni.
 
S. Giovanni Damasceno diceva: <<La ragione produce idoli, solo lo stupore conosce>>.
Se guardiamo a quanto sta succedendo, siamo preoccupati. Vorremmo sbagliarci, ma ci sembra che i nuovi idoli (efficienza, efficacia, competitività, eccellenza…) ci stiano annebbiando la ragione.In educazione ci sarebbe, forse, più bisogno di stupore.

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L'Autore: Italo Fiorin è Ispettore del Ministero della Pubblica Istruzione e Direttore responsabile di Anthropos Educazione, rivista dell’Associazione Insegnanti Progetto Anthropos.

 

Il contributo, apparso sulla rivista "Anthropos Educazione" anno 3 – n° 1 del gennaio 2002, è pubblicato sul sito per gentile concessione dell'Autore.