| Ebbene
l'assurdo si è impadronito di noi. Come definire altrimenti
l'assassinio di una madre e di un fratello? Avete qualche altra
definizione? Che io ricordi nemmeno il mito greco mi offre un
paradigma adeguato, capace, non dico di attenuare il mio sgomento,
ma almeno di renderlo logico, di dargli, se non altro, una plausibilità
antropologica.
Elettra
e Clitemnestra non sono solo una figlia e una madre, ma una
moglie di re e una figlia di re: in qualche modo agiscono sullo
sfondo dell'adulterio e della lotta per il potere, presupposti
che possono adombrare, non una legittimità (per l'amor
del cielo, questo mai, l'assassinio non è mai legittimo),
ma almeno una coerenza criminale. Nemmeno la Bibbia mi aiuta.
Caino e Abele non sono solo fratelli, sono anche concorrenti
nel pretendere l'affetto esclusivo di un unico Dio e agiscono
sullo scenario di diverse condizioni antropologiche ed economiche,
l'uno pastore, l'altro agricoltore.
Edipo,
solo Edipo e i suoi figli maschi, Eteocle e Polinice, in qualche
modo, possono offrirci un paradigma, un modello mitico, che
ci aiuti a capire quali forsennate pulsioni si nascondano nel
cuore dell'uomo; ma anche questi esempi non ci bastano, non
reggono il confronto con ciò che è accaduto. Avevamo
visto il massacro dei genitori, ma quello del fratello minore
maschio da parte di una giovane sorella femmina è un
fatto che supera tutti i mostri che la fantasia del mito abbia
mai elaborato per consentire agli uomini di sopravvivere alla
loro stoltezza.
Già,
nemmeno il mito ci soccorre più, isolando in un Tempo
lontano e diverso, per fortuna concluso, quella serie di comportamenti,
che appunto in quanto caratteristica di dei, mostri ed eroi,
non sono umani, non possono appartenere alla dimensione
dell'uomo.
Cerco
di esplorare i racconti paradossali degli antichi, se mai dall'abisso
del tempo mi venga qualche lume che mi aiuti a capire, ma trovo
ulteriori ragioni di sgomento. Erodoto, trattando delle crudeltà
di cui erano capaci i Persiani, narra che un giorno il Gran
Re, per punire una donna coinvolta in una trama eversiva, la
costrinse a scegliere fra la salvezza del marito e quella del
fratello, entrambi capi della congiura e già suoi prigionieri.
Ebbene, la donna rispose che avrebbe voluto salvo il fratello,
perché il marito era figlio di un'altra donna e comunque
lei avrebbe potuto trovare un altro da amare, ma un fratello
no, non lo si poteva creare di nuovo, una volta esauritasi la
fertilità della madre. La scelta quindi, senza esitazioni,
cadde sul consanguineo. Quale legame è più forte
di quello che esiste tra sorella e fratello, specie in età
giovanile?. Questo legame di sangue è considerato dai
Greci come il più forte, il più insostituibile,
il più certo e irrinunciabile.
L'inizio
del Terzo Millennio ci reca dunque un evento inaudito. Non credo
a coloro che teorizzano la pulsione al massacro come ricerca
di evasione dalla noia di provincia. Non credo nemmeno al raptus
di follia. Forse in questo caso specifico si può parlare
di piccole invidie di classe e di ambiente sociale. In realtà
qui, io credo, siamo di fronte a qualche cosa di più
grande e di più terribile. Gli episodi degli ultimi anni
- l'uccisione di una ragazza da parte del compagno di scuola
nelle scorse settimane, l'assassinio della suora da parte delle
tre ragazze di Sondrio, il gioco dei sassi dal cavalcavia -
come i segnali certi rilevati dai meteorologi sul cambiamento
generale del clima, ci inducono a pensare che il nostro sistema
di vita abbia qualche cosa che non va. Non tanto e non solo
sul piano dell'economia e della politica o dell'etica: non insomma
nelle dimensioni del fenomeno, quanto in quelle nel noumeno.
Non quindi su ciò che appare, ma in ciò che sta
nel profondo. Qui è in gioco quell'inconscio collettivo,
che non matura più, lentamente e nascostamente, strutturato
entro gli argini robusti di forti convenzioni condivise, ma
cresce disordinato ed incolto come le piante della giungla,
attorniato da foreste di simboli e disturbato da tempeste di
messaggi impliciti, corrosivi e annientanti, che hanno toccato
con la loro azione il nocciolo stesso, la scheda madre della
nostra più profonda interiorità. Siamo al di sotto
della coscienza, al di qua della soglia del consapevole e del
comprensibile. Qui viene toccata la struttura stessa della dimensione
umana.
Che
dire dunque? Sta cambiando l'uomo? Stanno cambiando i tabù
che lo hanno salvato dal credersi un dio o dal sentirsi un animale?
Alberto Moravia un quarto di secolo fa sosteneva che si sarebbe
dovuto creare nell'uomo un nuovo tabù, quello della guerra.
In sostanza, egli affermava, si deve arrivare al momento in
cui l'idea della guerra suscita in noi lo stesso orrore del
cannibalismo, del matrimonio tra fratelli o tra genitori e figli,
dell'uccisione di un consanguineo. A che cosa assistiamo invece?
Al processo contrario, alla creazione di un mondo nel quale
i freni inibitòri e la percezione istintiva dei livelli
di valore sembrano essere scomparsi.
Quale
compito rimane dunque a noi educatori? Lo psichiatra Paolo Crepet
ha ripetuto fino alla noia che, se un qualche professore, un
qualche educatore si fosse accorto del mondo interiore di questi
ragazzi di Novi Ligure, se qualche adulto avesse chiesto a Erika
gratuitamente e senza secondi fini "come stai?", forse non saremmo
giunti a questo punto. Non so che cosa rispondere, però
voglio raccogliere questo invito, e passarlo ai miei professori.
Crepet ha detto che compito di un educatore non è insegnare
matematica o chimica, latino o filosofia, ma capire che cosa
ha dentro il suo allievo. Oggi non batto ciglio. Vorrei però
uscire dagli schemi triti e decomposti delle analisi frettolose
che pretendono sempre dalla scuola quello che la scuola forse
non può dare per tante ragioni. Ma oggi non è
giorno da scaricabarili e non saremo noi, gente di scuola, a
battere il mea culpa sul petto degli altri. Non ribatto
parola, quindi, umiliato e offeso, non dalle parole di Crepet,
ma dalla cruda semplicità dei fatti.
Vorrei
però che fossimo capaci di un supplemento d'anima, di
uno scatto di dignità. Vorrei che non rinunciassimo a
parlare con franchezza alle nostre ragazze e ai nostri ragazzi.
Vorrei dire loro: non aspettatevi sempre che qualcuno vi chieda
"come stai?", non aspettatevi sempre che qualcuno vi capisca
e vi ami. Assumete, assumiamo, torniamo tutti a mettere in pratica
lo stile di comportamento rivoluzionario di Chiara d'Assisi,
la quale, uno splendido giorno della prima estate di otto secoli
fa, correndo incontro a Francesco attraverso un campo di grano,
grida "Ora mi è tutto chiaro: non voglio più essere
capita, ma capire, non voglio più essere amata, ma amare!".
Forse
se imparassimo ad uscire un po' da noi, a mettere il naso fuori
della nostra pelle senza paure, a guardare agli altri non come
a nemici, avversari o concorrenti, ma come a risorse, a valori,
ad inestimabili tesori, se incominciassimo a vivere i nostri
dolori e le nostre malinconie non come momenti di debolezza,
ma come occasioni di crescita e di maturazione, da condividere
con gli altri, se guardassimo alle nostre debolezze come a fonti
straordinarie di una saggezza semplice e autentica da donare
con discrezione e disponibilità agli altri, forse impareremmo
anche noi a dire a chi ci sta accanto, nel momento della sua
tristezza e della sua solitudine, "come stai?". |