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EDITORIALI

 

 

Editoriale di Marzo 2001

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QUEL DUPLICE DELITTO AL DI SOTTO DELLA COSCIENZA

riflessioni su un massacro

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 di Stefano Quaglia

Ebbene l'assurdo si è impadronito di noi. Come definire altrimenti l'assassinio di una madre e di un fratello? Avete qualche altra definizione? Che io ricordi nemmeno il mito greco mi offre un paradigma adeguato, capace, non dico di attenuare il mio sgomento, ma almeno di renderlo logico, di dargli, se non altro, una plausibilità antropologica.

Elettra e Clitemnestra non sono solo una figlia e una madre, ma una moglie di re e una figlia di re: in qualche modo agiscono sullo sfondo dell'adulterio e della lotta per il potere, presupposti che possono adombrare, non una legittimità (per l'amor del cielo, questo mai, l'assassinio non è mai legittimo), ma almeno una coerenza criminale. Nemmeno la Bibbia mi aiuta. Caino e Abele non sono solo fratelli, sono anche concorrenti nel pretendere l'affetto esclusivo di un unico Dio e agiscono sullo scenario di diverse condizioni antropologiche ed economiche, l'uno pastore, l'altro agricoltore.

Edipo, solo Edipo e i suoi figli maschi, Eteocle e Polinice, in qualche modo, possono offrirci un paradigma, un modello mitico, che ci aiuti a capire quali forsennate pulsioni si nascondano nel cuore dell'uomo; ma anche questi esempi non ci bastano, non reggono il confronto con ciò che è accaduto. Avevamo visto il massacro dei genitori, ma quello del fratello minore maschio da parte di una giovane sorella femmina è un fatto che supera tutti i mostri che la fantasia del mito abbia mai elaborato per consentire agli uomini di sopravvivere alla loro stoltezza.

Già, nemmeno il mito ci soccorre più, isolando in un Tempo lontano e diverso, per fortuna concluso, quella serie di comportamenti, che appunto in quanto caratteristica di dei, mostri ed eroi, non sono umani, non possono appartenere alla dimensione dell'uomo.

Cerco di esplorare i racconti paradossali degli antichi, se mai dall'abisso del tempo mi venga qualche lume che mi aiuti a capire, ma trovo ulteriori ragioni di sgomento. Erodoto, trattando delle crudeltà di cui erano capaci i Persiani, narra che un giorno il Gran Re, per punire una donna coinvolta in una trama eversiva, la costrinse a scegliere fra la salvezza del marito e quella del fratello, entrambi capi della congiura e già suoi prigionieri. Ebbene, la donna rispose che avrebbe voluto salvo il fratello, perché il marito era figlio di un'altra donna e comunque lei avrebbe potuto trovare un altro da amare, ma un fratello no, non lo si poteva creare di nuovo, una volta esauritasi la fertilità della madre. La scelta quindi, senza esitazioni, cadde sul consanguineo. Quale legame è più forte di quello che esiste tra sorella e fratello, specie in età giovanile?. Questo legame di sangue è considerato dai Greci come il più forte, il più insostituibile, il più certo e irrinunciabile.

L'inizio del Terzo Millennio ci reca dunque un evento inaudito. Non credo a coloro che teorizzano la pulsione al massacro come ricerca di evasione dalla noia di provincia. Non credo nemmeno al raptus di follia. Forse in questo caso specifico si può parlare di piccole invidie di classe e di ambiente sociale. In realtà qui, io credo, siamo di fronte a qualche cosa di più grande e di più terribile. Gli episodi degli ultimi anni - l'uccisione di una ragazza da parte del compagno di scuola nelle scorse settimane, l'assassinio della suora da parte delle tre ragazze di Sondrio, il gioco dei sassi dal cavalcavia - come i segnali certi rilevati dai meteorologi sul cambiamento generale del clima, ci inducono a pensare che il nostro sistema di vita abbia qualche cosa che non va. Non tanto e non solo sul piano dell'economia e della politica o dell'etica: non insomma nelle dimensioni del fenomeno, quanto in quelle nel noumeno. Non quindi su ciò che appare, ma in ciò che sta nel profondo. Qui è in gioco quell'inconscio collettivo, che non matura più, lentamente e nascostamente, strutturato entro gli argini robusti di forti convenzioni condivise, ma cresce disordinato ed incolto come le piante della giungla, attorniato da foreste di simboli e disturbato da tempeste di messaggi impliciti, corrosivi e annientanti, che hanno toccato con la loro azione il nocciolo stesso, la scheda madre della nostra più profonda interiorità. Siamo al di sotto della coscienza, al di qua della soglia del consapevole e del comprensibile. Qui viene toccata la struttura stessa della dimensione umana.

Che dire dunque? Sta cambiando l'uomo? Stanno cambiando i tabù che lo hanno salvato dal credersi un dio o dal sentirsi un animale? Alberto Moravia un quarto di secolo fa sosteneva che si sarebbe dovuto creare nell'uomo un nuovo tabù, quello della guerra. In sostanza, egli affermava, si deve arrivare al momento in cui l'idea della guerra suscita in noi lo stesso orrore del cannibalismo, del matrimonio tra fratelli o tra genitori e figli, dell'uccisione di un consanguineo. A che cosa assistiamo invece? Al processo contrario, alla creazione di un mondo nel quale i freni inibitòri e la percezione istintiva dei livelli di valore sembrano essere scomparsi.

Quale compito rimane dunque a noi educatori? Lo psichiatra Paolo Crepet ha ripetuto fino alla noia che, se un qualche professore, un qualche educatore si fosse accorto del mondo interiore di questi ragazzi di Novi Ligure, se qualche adulto avesse chiesto a Erika gratuitamente e senza secondi fini "come stai?", forse non saremmo giunti a questo punto. Non so che cosa rispondere, però voglio raccogliere questo invito, e passarlo ai miei professori. Crepet ha detto che compito di un educatore non è insegnare matematica o chimica, latino o filosofia, ma capire che cosa ha dentro il suo allievo. Oggi non batto ciglio. Vorrei però uscire dagli schemi triti e decomposti delle analisi frettolose che pretendono sempre dalla scuola quello che la scuola forse non può dare per tante ragioni. Ma oggi non è giorno da scaricabarili e non saremo noi, gente di scuola, a battere il mea culpa sul petto degli altri. Non ribatto parola, quindi, umiliato e offeso, non dalle parole di Crepet, ma dalla cruda semplicità dei fatti.

Vorrei però che fossimo capaci di un supplemento d'anima, di uno scatto di dignità. Vorrei che non rinunciassimo a parlare con franchezza alle nostre ragazze e ai nostri ragazzi. Vorrei dire loro: non aspettatevi sempre che qualcuno vi chieda "come stai?", non aspettatevi sempre che qualcuno vi capisca e vi ami. Assumete, assumiamo, torniamo tutti a mettere in pratica lo stile di comportamento rivoluzionario di Chiara d'Assisi, la quale, uno splendido giorno della prima estate di otto secoli fa, correndo incontro a Francesco attraverso un campo di grano, grida "Ora mi è tutto chiaro: non voglio più essere capita, ma capire, non voglio più essere amata, ma amare!".

Forse se imparassimo ad uscire un po' da noi, a mettere il naso fuori della nostra pelle senza paure, a guardare agli altri non come a nemici, avversari o concorrenti, ma come a risorse, a valori, ad inestimabili tesori, se incominciassimo a vivere i nostri dolori e le nostre malinconie non come momenti di debolezza, ma come occasioni di crescita e di maturazione, da condividere con gli altri, se guardassimo alle nostre debolezze come a fonti straordinarie di una saggezza semplice e autentica da donare con discrezione e disponibilità agli altri, forse impareremmo anche noi a dire a chi ci sta accanto, nel momento della sua tristezza e della sua solitudine, "come stai?".

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L'Autore: il prof. Stefano Quaglia è dirigente dell'I.M.S. "G. Veronese" di San Bonifacio (Verona)

 

Il contributo, apparso sul settimanale "Verona Fedele" del 4 marzo 2001, p. 11, è pubblicato sul sito per gentile concessione dell'Autore.

 

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