La
“festa del papà” che ricorre a marzo offre l’occasione
per tornare a riflettere sul ruolo genitoriale maschile.
Pubblicazioni, dibattiti, blog puntano ad un'unica direzione:
sembra che sia concluso il tempo del “mammo”, casalingo ed
addomesticato, o del padre “amico” impegnato ad assomigliare
nell’abbigliamento e nei gusti sempre più ai propri
figli.
Oggi non solo bambini e ragazzi, ma la famiglia intera, persino
la società, hanno bisogno di una figura paterna forte,
con una propria identità e capace di interpretare il
proprio ruolo oltre le mura di casa.
“Viva il papà assente!”, si potrebbe acclamare provocatoriamente,
per dipingere una delle funzioni richieste oggi ai padri.
Non è certo l’esaltazione dell’assenza per “dipendenza
da lavoro”: è piuttosto il recupero della funzione
archetipica del padre, che è quella di essere rivolto
all’altrove fisico, psicologico, spirituale. I papà
devono essere aiutati a svolgere quel compito educativo fondamentale
che consiste nell’aprire la propria famiglia in termini comunitari
e solidali, altrimenti i figli rischiano di crescere con una
visione del mondo autorefenziale, limitata e limitante. Il
padre ha una “funzione ponte” tra il figlio e la società:
a lui è consegnata la responsabilità di insegnare
quell'amore di sé che si esprime nella responsabilità
individuale e nella cura degli altri.
Claudio Risè ascrive ai padri anche il ruolo del “terzo
polo” nel triangolo familiare, l’elemento maschile che favorisce
il distacco del bambino dalla madre, proiettandolo verso il
mondo.
Solo in questo modo i figli elaborano una identità
separata da quella dei genitori che possono investire affettivamente
su altre persone. Senza questa rottura i giovani non riescono
a sviluppare una vita autonoma e tendono a permanere all’infinito
all'interno del guscio protettivo della famiglia.
«Il ruolo del padre» osserva ancora lo psicoanalista
«è quello di iniziare il figlio alla vita, di
fargli da ponte verso la società, soprattutto a partire
dai 7-8 anni, indicando attraverso i suoi comportamenti le
norme e i limiti, sostenendolo nelle prove che deve affrontare,
a cominciare dalla scuola».
Ancora ai padri tocca il compito importante di insegnare ai
figli di mettere a fuoco un obiettivo per cui impegnarsi,
lottare, allenandosi nella presa di distanza e anche nel fallimento,
nella caduta, da cui le madri proteggono per mestiere.
Insomma un ruolo preciso, diverso e complementare a quello
materno. Senza cadere in rigide classificazioni sessiste,
si sostiene che alle mamme competono prevalenti funzioni affettive,
di integrazione e di contenimento (tener dentro), mentre i
papà operano per “portar fuori”, per differenziare,
per (de)limitare, per far apprendere quel principio di autorità
che - come indica l’etimologia - sembra più che mai
necessario per crescere bene.
In questo senso, “l’obbedienza al padre” è la matrice
di tutte le forme di disciplina: a scuola e nella vita civile.
Durante la prima adolescenza, il confronto con il divieto,
con la norma paterna, il giovane che sta costruendo la propria
personalità si addestra al confronto adulto: o fa propria
la norma oppure la rifiuta, ma per definire un proprio orientamento
etico.
I “figli senza padri”, in senso psicologico, rischiano di
crescere ansiosi ed indifferenti, egoisti ed egocentrici,
senza obiettivi concreti da perseguire e con una volontà
debole nel perseguirli.
I “papà addomesticati”, smaltita l’euforia dei buoni
sentimenti che insorgono dall’essere così simili e
vicini alla mamma, si ritrovano frustrati ed insoddisfatti;
talvolta scaricano l’inquietudine dentro la famiglia, diventano
impazienti, incapaci di mitezza ed incoraggiamento, persino
violenti; oppure sostituiscono l’anelito all’“oltre” con il
“di più”: più cose, più sport, più
ossessioni…
Celebriamo dunque il ritorno del padre, questa ritrovata consapevolezza
della sua identità e del suo ruolo educativo nella
famiglia e nella società.
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