Alla
ripresa della scuola, il Ministro Fioroni traccia una rotta
che si allontana dai punti cardinali individuati dal predecessore
Letizia Moratti: informatica, impresa, inglese. La scuola
italiana, si legge nei documenti e nelle dichiarazioni, ha
bisogno d’altro: meno informatica e più matematica,
meno impresa e più scienza; tanto inglese, ma anche
grammatica e sintassi della lingua italiana. La scuola italiana
abbandona così le "3 I" del governo Berlusconi
e torna alle conoscenze di base, indispensabili per comprendere
quelle avanzate. Coloro che amano la sintesi scrivono - criticamente
- che la scuola del Ministro dell’Istruzione si fonda
su “3 S” (severità, storia, sintassi) e
rimproverano a Fioroni un anacronistico ritorno alla tradizione.
E’ indubbio che la scuola sia un mondo complesso, nel
quale si incontrano e si scontrano aspettative di natura diversa,
e questi cambiamenti di rotta - fin troppo frequenti - stanno
ad indicare la ricerca di una nuova definizione che non è
prossima a venire.
Ai lettori va ricordato che, mentre il Ministro si adopera
per riaffermare la centralità dell’alunno e il
suo bisogno di educazione al fine di costruire, in sinergia
con la famiglia, una società più giusta e più
solidale (vedasi il documento sui programmi “Cultura,
scuola, persona”), altri soggetti istituzionali
stanno soffiando in diversa direzione.
Basti ricordare, per inciso, la strategia
di Lisbona che mira a fare dell’Unione Europea,
entro il 2010, l'economia basata sulla conoscenza più
competitiva e dinamica del mondo, in grado di realizzare una
crescita economica sostenibile con nuovi e migliori posti
di lavoro e una maggiore coesione sociale. Nelle conclusioni
di quel vertice (correva l’anno 2000), i capi di Stato
e di governo hanno riconosciuto il ruolo fondamentale di istruzione
e formazione per la crescita e lo sviluppo economico. Nel
2005, la Presidenza del Consiglio dei Ministri ha varato il
PICO
- Piano per l’Innovazione, la Crescita e l’Occupazione,
che altro non è che il piano italiano di rilancio della
Strategia europea di Lisbona.
In tale documento, si individua tra gli obiettivi “il
rafforzamento dell’istruzione e della formazione del
capitale umano”. E’ facile rilevare la profonda
distanza e fors’anche l’inconcialibilità
delle due impostazioni: da una parte l’alunno-persona,
dall’altra il “capitale umano”, che allude
ad scuola efficientista, protesa al successo personale e legata
al mondo della produzione. Si può comprendere il disorientamento
degli insegnanti, l’incertezza dell’impianto pedagogico
che, di là dagli enunciati, dovrebbe dare forma al
Piano dell’Offerta Formativa di ogni istituto scolastico.
Educazione,
esemplarità, emozioni
L’educazione è un impegno corale, la convergenza
nelle finalità moltiplica l’impegno profuso da
ogni singolo attore del processo. All’inizio dell’anno
scolastico questa auspicata coralità richiede la giusta
intonazione, altrimenti nessuna armonia è possibile.
Nel gioco degli acronimi, noi crediamo che il tono della nostra
scuola vada cercato in “3 E”.
Educazione, prima di tutto. Non sembra mai assimilata
del tutto la definizione per cui l’istruzione, i saperi
disciplinari, i docenti sono “strumentali” ad
un più ampio processo di educazione e di formazione
della persona. In questo non ci possono essere fraintendimenti
o mezzi termini: il sapere “di matematica” - almeno
nel primo ciclo di scuola - non è fine a se stesso,
ma va inscritto nello sviluppo cognitivo degli alunni, va
motivato come competenza che apre a nuove autonomie. L’essenza
di un insegnante non è quella dell’esperto della
materia che trasmette nozioni, ma del cultore di umanità
in divenire, capace di usare in modo creativo e personalizzato
i propri saperi disciplinari per la migliore crescita dei
propri allievi.
Esemplarità, dunque. Non si può educare
senza coerenza di parole e di atteggiamenti, che probabilmente
richiedono una più ampia coerenza di vita. Il docente,
come il genitore, è “maestro”, si pone
consapevolmente e responsabilmente come guida per i suoi alunni,
li corregge puntualmente quando sbagliano, li incoraggia se
sono in difficoltà, li apprezza ogni volta che lo meritano.
Emozioni, infine. La scuola dei nostri tempi non
può limitarsi alla “testa ben fatta”, per
usare una celebre definizione di Morin. L’esplosione
degli episodi di maleducazione, di aggressività e di
sopraffazione, fino ai casi di vero e proprio bullismo richiama
alla responsabilità di dare accoglienza alle emozioni,
di adoperarsi attivamente per la loro alfabetizzazione, di
insegnare ad esprimere i propri sentimenti in modo accettabile.
Chi lavora nella scuola ben sa che se non si coltiva adeguatamente
la dimensione affettivo-relazionale, ben poco è possibile
all’insegnamento: quando si sta bene in classe, si apprende
meglio. Ciononostante “la cura del cuore” e la
gestione del gruppo sono le parti più trascurate nei
percorsi di formazione dei nuovi docenti, una mancanza che
va recuperata da subito, mentre si avviano azioni mirate -
di impianto pratico-applicativo - di formazione continua.
Nell’intonazione del nuovo anno scolastico vorremmo
trovare anche una “I”, quella dell’integrazione.
In un tempo in cui le differenze diventano fonte di divisione,
di discriminazione, di esclusione, persino di persecuzione,
chiediamo alla nostra scuola di impegnarsi affinché
possa essere luogo dell’ospitalità di tutti e
di ciascuno, cantiere del reciproco rispetto, laboratorio
per la costruzione della giustizia e della pace.
Poiché l’impresa è imponente, è
fondamentale che le donne e gli uomini di scuola non si sentano
soli: l’istruzione dei nostri figli va ricollocata in
seno alla comunità educante, nella quale ciascuno
deve fare urgentemente la propria parte.
|