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puntuale delle stagioni atmosferiche, arriva il nuovo anno scolastico.
Riprendono i riti quotidiani per milioni di studenti e, inevitabilmente,
per i loro genitori.
Ma la ciclicità dell’appuntamento nasconde solo apparentemente
il fermento che si cela nel mondo della scuola. Non scriveremo
della riforma istituzionale avviata dal Ministro Moratti per
concentrarci, questa volta, su aspetti meno macroscopici seppur
vitali.
Ai lettori non
sarà sfuggito il dibattito suscitato dalla chiusura a
Milano della “scuola islamica” di via Quaranta (secondo gli
addetti ai lavori era a metà strada tra una normale scuola
elementare o media italiana e una scuola egiziana di pari livello):
abbiamo udito forte la voce di coloro che insistono sulla necessità
che l’istituzione scolastica sia un luogo primario di integrazione
culturale.
Al di là della cronaca, la questione non è affatto
nuova. Alla scuola della Repubblica Italiana è sempre
stato consegnato uno scopo preciso: la formazione dell’uomo
e del cittadino, come recitano inequivocabilmente i Programmi
della scuola dell’obbligo. Tale mission che è stata declinata
su almeno due fronti: quello dell’alfebetizzazione e quello
della socializzazione. E’ facile constatare come nelle diverse
stagioni della nostra pur giovane storia repubblicana, il rapporto
tra apprendimento ed educazione alla convivenza democratica
sia stato sbilanciato di volta in volta a favore del primo intento
o a beneficio del secondo.
Ed oggi? A nostro parere si sta ponendo una duplice “emergenza”:
esiste una necessità legata alla riconversione ed allo
sviluppo produttivo del Paese, per la quale l’Italia ha sottoscritto
degli impegni precisi con altri membri dell’Unione Europea (vedi).
Questo bisogno assegna alla scuola del terzo millennio un dovere
prioritario di istruzione, da misurare secondo criteri di produttività.
Ma accanto a questo cresce l’emergenza di rapporti sempre più
conflittuali, di origine etnica, religiosa o più genericamente
culturale: in molte scuole, ad esempio, si registrano fenomeni
di bullismo o di intolleranza. Secondo questa prospettiva, la
scuola dovrebbe dedicare attenzioni e programmi ad insegnare
come vivere insieme, nel reciproco rispetto. Al riguardo una
proposta concreta ed autorevole è stata avanzata nelle
scorse settimane (vedi).
L’esperienza
passata ci ha mostrato quanto sia difficile per la scuola essere
ugualmente attenta ad entrambe le necessità: nella pratica
didattica solo figure di grande carisma personale e capacità
pedagogica sono riuscite a coniugare efficacemente socializzazione
ed apprendimento, clima e tono educativi. Per tutti gli altri,
noi compresi, si è trattato di orientarsi più
verso un bisogno o l’altro.
Allora, in un tempo nel quale la conflittualità pervade
ogni sistema sociale - da quelli nazionali e sovranazionali
a quelli di parentela e di vicinato -, ci sentiamo di sostenere
la necessità primaria di imparare a convivere pacificamente,
a partire dalla scuola. Occorre urgentemente apprendere a superare
i paradigmi della competitività e della litigiosità
che sembrano dominare le relazioni sociali e pubbliche. E se
la questione è certamente complessa ed interessa i massimi
sistemi (vedi),
ciò non solleva ogni persona dalla propria parte di responsabilità.
Nelle relazioni
dei genitori con la scuola, ad esempio, non è più
possibile che le tonalità prevalenti siano quelle della
rivendicazione o della protezione a tutti i costi di bambini
e ragazzi già iperprotetti. Ad atteggiamenti di tale
natura, gli insegnanti (comprensibilmente) rispondono con insofferenza
o indisposizione; peggio quando sposano singolarmente le cause
di questo o quel genitore, distinguendosi dalla collegialità
che fonda la scuola come comunità educante. Ci costa
affermare che l’educazione scolastica dei bambini oggi non può
escludere anche la ricerca di una educazione mirata nei rapporti
tra gli adulti-genitori e gli adulti-insegnanti. E poi gli alunni:
per loro la scuola dovrebbe diventare un laboratorio contestualizzato,
entro il quale ricercare e sperimentare modalità reciproche
di accettazione, di rispetto, di condivisione. Purtroppo, fuori
dall’aula, queste esperienze si sono fatte sempre più
rare.
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