| Chiunque
affronti un progetto pensa ad
azioni destinate a trasformare situazioni
esistenti in situazioni desiderate.
(Loris Malaguzzi)
Vivere
in ambiente medico e vivere l’ambiente medico può non essere
la stessa esperienza.
Ciò che segue è il racconto in sintesi di un percorso
di lavoro svolto in ospedale per un periodo di circa un anno in
un reparto di oncoematologia pediatrica in qualità di progettista
psicopedagogica con i bambini della scuola d’infanzia e della scuola
primaria.
Un
giorno andai a vedere la scuola in reparto, era una bella giornata
del mese di aprile: silenzio, caldo, luce e penombra, odori e macchinari
…di ospedale. I bambini, quasi tutti nelle loro camere, cercavano
di riposare. Erano le due del pomeriggio.
Un
tuffo al cuore ma il training autoipnotico a cui avevo dedicato
molte delle mie forze nelle ore della mattinata mi aveva dato quell’insensibilità
anestetica che, quando funziona, è davvero efficace e quindi
avevo il dovuto self-control per guardare, sorridere ed essere pronta
a parlare nonostante il nodo alla gola, se qualcuno mi avesse malauguratamente
rivolto la parola.
Ma
erano bambini quelli che stavo vedendo? Erano persone le figure
loro accanto? Era un reparto pediatrico?. O ero semplicemente in
ospedale?.
Pensieri
e domande lavoravano nella mia testa senza trovare risposte quando
finalmente incontrai la persona che mi stava aspettando e da quel
momento molto cambiò e alcuni di quei pensieri e di quelle
domande si diedero immediata risposta…non trovarono quella che avrei
desiderato ma si risposero con efficacia.
Decisi
di prendere parte ad un futuro progetto di lavoro e alcuni mesi
più tardi iniziai i miei incontri con i bambini, un giorno
alla settimana, per circa tre ore. O almeno così pensai!.
Per i primi mesi si susseguirono riunioni tra adulti e i bambini
li vidi ben poco, quindi si aspettò con ansia che il mio
lavoro desse quella visibilità immediata che tanto sembra
gratificare il mondo adulto, insomma che il mio operato producesse
magie inaspettate e, in un clima delicatamente famigliare ai colleghi
di lavoro, si insinuarono dubbi, perplessità, false attese
e desideri di immotivate rivalse.
Perché,
mi chiesi, perché non si riesce a dare avvio ad una sana
collaborazione nemmeno in un reparto così coinvolgente?
Perché amiche improvvise debbono essere inserite in un pianificazione
ormai strutturata modificando accordi già di per sé
confusi?
Ma soprattutto perché ci si permette di perdere tempo quando
il tempo è per questi bambini una delle risorse più
preziose?.
Avevo ricominciato ad accumulare silenziose domande e spiacevoli
sensazioni che talvolta mi ponevano in perfetta sintonia con la
rabbia dei piccoli pazienti e mi davano la forza di guardarli negli
occhi con dignità.
Era
difficile, sempre più difficile riuscire a guadagnare un
tempo reale da trascorrere insieme ma nessuno di noi né io
né i bambini che riuscivano a sopravvivere a cure e momenti
terribili, era intenzionato a rinunciare e, anche se per brevi istanti,
qualcosa accadeva e alcuni lavori prendevano forma.
Quante cose avrei voluto fare, quante cose avrei voluto fare in
fretta e quante sono rimaste in sospeso per sempre. Arrivare in
reparto e non sapere se l’ultima volta è stata l’ultimo incontro
è una sensazione tanto intensa quanto struggente così
come chiedersi che senso ha la vita e ripetersi quei dannati perché
che nulla servono se non a farsi del male.
Tutto
continuò e se possibile divenne una triste routine che non
prese mai forma: riunioni, tensioni, misteriosi conflitti e tentativi
di allontanamento accanto a gratificazioni e incoraggiamenti. Insomma
un clima a dir poco interessante per uno studio psicoanalitico sulle
dinamiche del profondo ma sempre più improduttivo e povero
di sentimento.
Produzione
ecco che ritorna la prima necessità: produrre per dare visibilità
all’operato; per la festa bisogna fare,…per il reparto bisogna comporre
il quadro delle fotografie,…per l’articolo dobbiamo raccogliere
il materiale: fai tu la relazione?,…per il filmato?,…per il prossimo
progetto?.
Una borsa di studio per l’anno prossimo. Un momento!. Questa si
che è una vera occasione:
è l’occasione!.
E nuovi pensieri occuparono grandi spazi mentali. Uno spiraglio
per poter lavorare seriamente con i bambini, per poter dar loro
ascolto, quel meritato e dovuto ascolto che non dovrebbe mancare
a nessun bambino. Un’occasione da pensare e agire, una nuova motivazione
per dar senso ad un percorso frainteso.
Durò
poco. I tempi silenziosi, le risposte inesistenti una puntuale pianificazione
e il nulla.
Altri interessi, altri progetti e un’uscita in grande stile: consegna
gratuita dell’ultimo dossier, discussione morale ancora da capire…un
triste epilogo anche se parlare di tristezza per queste cose pensando
ai bambini del reparto sembra un affronto infinito.
Ma
facciamo un passo indietro e raccontiamo che cosa è accaduto
nei rari e preziosi momenti vissuti con i piccoli.
*******
Il
desiderio condiviso tra gli operatori e i coordinatori dell’iniziativa
era l’impegno di una proposta che offrisse luoghi e tempi d’espressione
creativa ai bambini ricoverati nel reparto di oncoematologia pediatrica.
Luoghi e tempi d’espressione, ovvero, linguaggi possibili per raccontare
se stessi in una situazione di vita tanto intensa quanto quella
dei piccoli pazienti interessati da patologie importanti, imprevedibili
e inevitabilmente coinvolgenti.
Dove
finiscono i sorrisi, seppur rari e contenuti, dei bambini appena
arrivati? Dove trovano rifugio le timide richieste di spiegazione
sulla sorte futura? Perché le parole del mondo comune si
trasformano in silenziose paure e in forti attaccamenti alle figure
parentali di supporto? Ma soprattutto potremmo essere in grado di
contenere e modificare un processo forse non inevitabilmente irreversibile?.
Il Laboratorio espressivo: un percorso psicopedagogico
Laddove
l’ospedalizzazione non riduce ma sicuramente aumenta la sensibilità
percettiva e elaborativa individuale, sentire attraverso i sintomi
e porsi in relazione con una realtà esterna potenzialmente
possibile e altrettanto concretamente inafferrabile, può
risolversi nella sofferenza e nell’isolamento.
Se
è di per sé difficile crescere e relazionarsi con
le richieste e le opportunità del quotidiano in una situazione
normale, organizzare le proprie dinamiche evolutive in una dimensione
frequentemente legata a patologie intense e talvolta condizionanti,
non rende facile un compito per natura impegnativo.
Certo non sono infinite le possibilità di trascendere la
situazione attuale in favore di un atto magico che tutto può
e tutto trasforma ma è pur vero che evitando un allontanamento
dal reale senza ritorno e offrendo alle libertà fantastiche
il contenimento delle regole narrative, si riesce a creare un’opportunità
di dialogo con un mondo intensamente presente e ben definito.
La
fantasia come logica infantile è singolarità elaborativa,
è attività di pensiero legata a momenti evolutivi
intensi e importanti e nonostante le sue dinamiche restino ancora
in parte sconosciute, immaginare non è solo un atto difensivo
quanto una modalità di conoscenza e gestione delle emozioni,
dei sentimenti e delle paure altrimenti destinate a rimanere in
disparte.
Fantasia e logica fantastica possono pertanto essere viste oltre
la realizzazione magica dell’impossibile, quali semplici opportunità
per parlare con i bambini imparando ad utilizzare un linguaggio
più vicino alle dinamiche che gli appartengono.
Immaginazione,
narrazione e disegno sono state, nell’ambito del progetto di lavoro,
i referenti organizzativi teorico-metodologici dell’attività
orientata all’ascolto e all’intervento partecipativo accanto alla
filosofia pedagogica relazionale e non direttiva d’orientamento
psicoanalitico (S.Freud, A.Freud, B.Bettelheim, C.Rogers), la cui
prospettiva ha valorizzato il ruolo della fantasia, dell’affettività
e del conflitto riconoscendo l’importanza dello sviluppo emotivo-affettivo
come base qualitativa della relazione con l’altro.
Di
fronte alla compresenza di educatori professionalmente preoccupati
e talvolta rassegnati nei confronti di una programmazione didattica
continuamente provata dalla singolarità della realtà
quotidianamente vissuta; e del personale paramedico attento alla
salute fisica dei piccoli pazienti in nome di un protocollo scandito
da tempi e modi prestabiliti quando non alterato da emergenze imprevedibili,
ci si è chiesto come gestire la dovuta attenzione all’iter
di crescita dei piccoli pazienti.
I
bambini sembrano protagonisti di una routine non primariamente pensata
e organizzata in relazione alle esigenze e alle caratteristiche
delle singole fasi evolutive ma intensamente, quasi esclusivamente,
correlata alle loro patologie. Pazienti, forse è proprio
il termine maggiormente adatto a descriverli; pazienti posti in
una dimensione di attesa dai contorni sfumati e senza tempi.
È
realistico pensare di modificare questa routine a misura di bambino?
Può un lavoro d’equipe offrire ai bambini opportunità
di spazi, tempi e modalità relazionali differenti, più
vicine alla normalità?.
Orientandosi
in questa direzione il Progetto ha previsto e realizzato una serie
di incontri proponendosi di definire spazi e tempi in cui rendere
i bambini protagonisti attivi degli appuntamenti: non l’ambiente,
non la famiglia, e soprattutto non la malattia.
E’
stato talvolta difficile distinguere l’ambiente scolastico dalla
vita di reparto: benché vi sia uno spazio definito e connotato
ad uso didattico (tavolini, sedie, libreria, computer, matite pennarelli
fogli e molto del materiale desiderabile in simili situazioni) di
fatto si ha la sensazione che le stesse cose possano accadere anche
nella propria camera, alle stesse condizioni, se non più
confortevoli, e con le stesse figure adulte di supporto.
Riflettendo
su tale osservazione e sul senso di isolamento frequentemente comunicato
dai bambini il lavorare ha prestato particolare attenzione alle
consegne e ai tempi di risposta; le prime sono state quanto possibili
aperte e non vincolanti (“Hai voglia di fare un disegno, quello
che desideri? “C’è una storia in questo disegno?” “La raccontiamo?”)
alle seconde è stato concesso tutto il tempo disponibile
dell’incontro nel rispetto della resistenza d’attesa e della disponibilità
all’ascolto reciproco.
Questo per sottolineare l’orientamento dell’attività a sostegno
dell’aggregazione e del dialogo non solo tra adulto e bambino ma
anche e soprattutto tra bambini.
Pazienti
a tutti gli effetti, i piccoli che hanno partecipato agli incontri
nonostante i disagi legati alle loro patologie, in molte occasioni
hanno affermato di non conoscersi perché degenti in camere
diverse. Si sono osservati, stupiti di potere avere magari la stessa
età, si sono seduti mantenendo distanze opportune e guardando
i disegni che prendevano forma sui fogli hanno iniziato ad incuriosirsi,
a dare consigli perché venissero corrette le rappresentazioni
“sbagliate” per forme e colori poco reali e sono riusciti perfino
a parlare tra loro prendendosi in giro.
Non
sempre è accaduto ma a volte si, e quando è capitato
le finalità, gli obiettivi e i contenuti del Progetto hanno
acquistato senso in un istante.
Nei
mesi primaverili un accordo tra i progetti di laboratorio ha definito
una declinazione comune delle attività in un lavoro finalizzato
alla rappresentazione di una storia condivisa.
In
un’atmosfera dai rimandi conosciuti ai piccoli pazienti, il proposito
adulto di creare un lavoro d’equipe che nel rispetto dell’autonomia
delle scelte professionalmente orientate potesse superare i limiti
di un impegno gestito in giorni settimanali differenti ha posto
i bambini di fronte ad una nuova sfida.
La
loro disponibilità è stata, come sempre, sentita e
importante nonostante le richieste dirette di collaborazione, aiuto
e impegno per realizzare le differenti interpretazioni del racconto,
abbiano talvolta sortito più l’effetto di una rassegnata
accondiscendenza che la comunicazione di un reale divertimento.
Serietà d’intenti e attenta presenza operativa hanno trasformato
il laboratorio espressivo, inizialmente vissuto con maggior difesa,
in un momento di complicità comunicativa che, una volta eseguito
il compito (“Mi aiutereste a preparare le illustrazioni di una storia
che leggeremo insieme?” “Se poi abbiamo ancora voglia proviamo a
raccontarla senza più rileggerla?”), ha dato vita a nuove
storie e nuovi disegni in cui gli autori si sono raccontati.
Passeggiare
all’aria aperta, rivedere il mare, giocare con la sabbia e con gli
amici, tornare a casa, si rivelano desideri nascosti in misteriosi
silenzi e sguardi lontani fino a trasformarsi talvolta nella paura
di lasciare un quotidiano ormai conosciuto per un mondo di cui non
si è più così sicuri.
Le
finalità del Progetto proposto sono pertanto riuscite a trovare
una dimensione realizzativa che ne ha confermato il senso e il valore
anche, e forse soprattutto, in una situazione sensibile e delicata
come quella della scuola in ospedale.
Nel
rispetto della sofferenza, e dei tempi dei bambini l’importante
era comunicare una disponibilità all’ascolto che invitasse
a raccontare. Una disponibilità fatta di silenzi, di attese,
di proposte e di richieste con fogli e colori supportata dall’aiuto
della logica immaginativa e dall’intensità di quei desideri
nascosti a cui la fantasia frequentemente riesce ad offrire opportunità
espressive.
Il
materiale prodotto dai bambini (disegni pensieri e narrazioni) ha
comunicato intense suggestioni e ricorrenze tematiche importanti
(il tema della casa, dell’essere soli, del gioco con gli amici all’aperto,
delle cose belle che diventano brutte…).
Lavorando
insieme, le piccole scoperte, gli stupori per rapidi sguardi d’intesa
o imprevedibili scarabocchi sui fogli di carta, i silenzi pieni
di parole iniziarono a far parte di una storia comune che ci allontanava
a poco a poco dalla triste e difficile realtà della malattia
per trasportarci i luoghi magici e poi non così lontani.
Luoghi all’aria aperta, colorati dal mare e dall’erba, con case
e bambini che possono muoversi in libertà, luoghi di vita.
Una
bimba che aveva dovuto trasferirsi insieme alla famiglia per potersi
curare in ospedale, un giorno mi disse: “Dove abito adesso, quando
esco di qui, c’è un posto in cortile con la sabbia, non è
come quella del mare di casa ma c’è, è che la mamma
non mi fa andare a piedi nudi”.
Poter camminare e giocare in riva al mare…nacque la storia di un
delfino, un bellissimo delfino colorato da magici lustrini che “veniva
da solo per giocare e dopo una magia ecco che arrivano i suoi amici
e possono così giocare tutti insieme!”.
Come
questa molte altre storie rivelavano normalità nascoste da
malinconie e difficoltà di comunicazione; potersi raccontare
non è semplice così come non lo è trovare un
referente extrafamigliare a cui affidare i propri pensieri e le
proprie emozioni e per questo è importante far arrivare ai
bambini il messaggio di assoluta disponibilità all’ascolto
e all’attenzione dei loro sentimenti.
...continua...
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