Luca
è un ragazzo di 22 anni, figlio unico di una famiglia mononucleare
congiunta. La madre è insegnante di scuola secondaria superiore,
il padre è impiegato. Frequenta l’ultimo anno del Liceo.
Un anno fa inizia un percorso educativo presso il mio studio di
pedagogia clinica. E’ presentato dalla madre come un ragazzo normale
che negli ultimi due anni ha sofferto di forti crisi depressive,
perciò è stato sottoposto ad un trattamento psicofarmacologico
con colloqui a cadenza settimanale per circa un anno presso l’U.O.
di Psichiatria del Territorio.
Luca
quando giunge da me sembra aver superato la fase critica ed ha già
iniziato un iter di “scalaggio” dei farmaci assunti. I genitori
mi richiedono un sostegno educativo con una particolare attenzione
al vissuto scolastico del ragazzo. Luca, infatti, proviene da una
difficile esperienza con la scuola, che lo ha visto subire svariati
insuccessi, bocciature e giudizi d’inidoneità. Ha cambiato
tre scuole secondarie superiori, riuscendo ad ottenere con fatica
l’idoneità all’ultimo anno di Liceo, dove si trova tuttora
impegnato in vista dell’esame di Stato finale.
Le
difficoltà di Luca nell’affrontare gli studi, ed il conseguente
insuccesso che n’è derivato, hanno contribuito a minacciare
il suo stato di benessere psicofisico. In lui sono emerse reazioni
emotive quali la frustrazione, la rabbia, l’ansia, la disaffezione
ed in ultimo la depressione che è imputabile anche agli insuccessi
scolastici. Tali emozioni, per un periodo della sua vita di circa
un anno e mezzo, hanno rischiato di minare il suo stato generale
di salute, compromettendone, seppur limitatamente a quei mesi, la
sua funzionalità psicosociale.
Il
vissuto scolastico di Luca non si discosta da quello della madre.
Dai colloqui avuti con lei traspare un atteggiamento focalizzato
per lo più su tutto ciò che concerne la scuola. Ella
mi esterna tutta la rabbia che nutre verso gli insegnanti passati
e presenti del figlio, come a volere attribuire loro una colpa,
quella di non aver mai in nessun modo capito le difficoltà
di costui. Ella attribuisce al figlio una scarsa capacità
intellettiva e nel definirlo usa espressioni quali ” è un
ragazzo buono ma un po’ tonto” e “ora è anche malato, però
i medici non hanno emesso alcuna diagnosi”. Infatti, i medici psichiatri
hanno escluso che in Luca vi siano psicopatologie invalidanti.
Sempre
la madre mi riferisce della sua totale dedizione al figlio (“quando
esco da scuola mi dedico unicamente a lui”), e che in questo è
prevalentemente sola, poiché, dice, che non viene aiutata
affatto dal marito il quale “pensa solo al lavoro e a casa è
come se non ci fosse”. Durante i colloqui con lei mi è difficile
interloquire tanto che la donna è come assorbita dai pensieri
che fanno costante riferimento al tema della scuola, alla mancanza
d’aiuto ricevuta dal figlio da parte dei professori, e alle inimicizie
di costui fuori e dentro la scuola.
Sembra
di percepire una relazione tra lei e il figlio contraddistinta da
forti dipendenze dentro le quali Luca non sembra avere possibilità
di autonomia. Ella afferma che spesso il figlio sente l’esigenza
di dormire nel letto con lei, questo accade soprattutto successivamente
ad un litigio tra di loro, come se lui volesse farsi perdonare qualcosa
da lei. È la madre che compie scelte al posto suo, che auto
legittima dicendomi che lui è “immaturo e incapace di badare
a se stesso”.
Dai
colloqui col padre ho l’impressione che sia un uomo preso dal lavoro
e poco altro, in quanto è la moglie che si preoccupa di risolvere
tutto. Col figlio condivide sporadici ma significativi momenti come
la partita della squadra del cuore, vari ascolti musicali e acquisti
di abbigliamento. Tali esperienze appaiono prive delle interferenze
materne poiché ella ne rimane al di fuori.
Ho disposto il percorso educativo verso due direzioni: la prima,
ha visto lo strutturarsi di una relazione educativa più autentica
possibile, basata sulla fiducia reciproca ed in grado di ripercorrere
i vissuti del ragazzo, permettendone così una graduale elaborazione,
in vista di una maggiore autonomia; la seconda, è consistita
sulla messa a fuoco del problema dello studio e delle sue difficoltà,
partendo da una valutazione psicopedagogica delle abitudini di studio.
Ora
veniamo al primo percorso, quello fondante la relazione educativa.
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