Le
esperienze spirituali si devono vivere per avvicinarsi alla
loro comprensione. I momenti trascorsi con una persona “diversa”
debbono essere vissuti interiormente per comprenderla, almeno
in parte.
Questo racconto è una delle mie esperienze con un bambino
di 7 anni che si chiama Carlo, un bambino autistico che ho
incontrato in più occasioni durante il mio lavoro nella
riabilitazione neuropsichiatrica infantile.
Con
Carlo mi è difficile sentirmi, avvicinarmi al bambino
che io sono stato e che, in fondo, sono sempre. Mi è
difficile perché non sono mai stato come lui. Forse
non ho abbastanza memoria per ricordare le bizzarrie, le stranezze
che mi caratterizzavano, ma nel vedere lui rimango ogni volta
stupito per il suo comportamento, per quei moti apparentemente
privi di senso. Per me, per tutti privi di senso, eppure ragionevoli
per lui che li compie. Già nell’agire esprime una volontà
che è mossa da un’intenzionalità munita di senso
e verità: il suo senso, la sua verità.
Penso al modo in cui si avvicina ai giocattoli, a quei giochi
che per me, bambino, erano tutto, erano la gioia di vivere,
rappresentazioni del mio mondo interiore proiettato là
fuori come figure del Sé. Parti dell’inconscio, fantasmi
della psiche, alterità chiare ed oscure, sempre mie,
e comunque riconoscibili, interpretabili e comprensibili anche
da un altro.
Per lui questi non sono giocattoli, non sono oggetti, ma sono
“delle cose”, forse tutte uguali, che non hanno altra funzione
oltre quella di essere gettate lontano, tutte nello stesso
punto o angolo della stanza, alla rinfusa, senza alcun collocamento
preciso, che non appare preciso ai miei occhi ma ai suoi.
Questi giocattoli vengono mossi da Carlo come io solitamente
getto i sacchetti dell’immondizia dentro un cassonetto; essi
contengono dei miei rifiuti, per cui provo un senso di liberazione.
Allora mi domando se per lui “quelle cose”, i giocattoli,
significhino qualcosa oppure siano simboli vacui, visto che
le tratta con tanta noncuranza. Avvicinandomi a queste cose
sue, e ora anche mie, come oggetti inutili, non più
capaci di dare, di funzionare, e di entrare dentro di me,
mi accosto paradossalmente a ciò che lui custodisce
dentro di sé. Mi chiedo se anche alcuni suoi “fili”
interni si siano spezzati, tanto da obbligarlo a gettare lontano
oggetti che rappresentano una parte di sé non gradita.
Questi oggetti gli fanno male, gli premono con dolore su ferite
sempre aperte. Sono “delle cose” pesanti, ruvide, così
cattive che Carlo non riesce neppure a tenerle in mano e a
guardarle da vicino. Sono quelle ferite che gli fanno rifiutare
il mondo, che non lo fanno giocare, che gli impediscono di
vivere con gioia ogni attimo dell’infanzia, il tempo della
vita.
Sono trascorse tante settimane dall’ultima volta che ci siamo
visti; capitava di incontrarci qualche volta ma senza riuscire
a condividere altro tempo insieme.
Finché un giorno mi fu chiesto, dalla direzione medica,
di seguirlo nuovamente e mi emozionai con gioia, ripensai
così a quello che avevo vissuto con Carlo un anno prima
e a come poteva essere oggi .
Carlo sta in ginocchio per terra, muove una piccola sedia
color marrone, fa un rumore che somiglia al fischio dei freni
di un vecchio treno in arrivo sul binario, solo che questo
è così tenue! Carlo sposta una sedia con movimenti
lenti lenti, circolari, in avanti, in dietro. Ne rimango infastidito,
soprattutto per quel rumore noioso che la sedia crea a contatto
del pavimento. Socchiudo gli occhi e sfuoco la vista, non
distinguo più la nitidezza dei colori del mosaico delle
piastrelle. Affiorano immagini del mio passato, quando da
bambino giocavo con mio fratello con le costruzioni per giornate
intere, e strusciavo il pigiama sulla moquette così
forte e così ripetutamente da sentire il bruciore sulle
cosce, sulle ginocchia arrossate a causa del gioco. Mi assalgono
tante emozioni, finisco di mordermi l’ultima unghia rimasta
e prendo la penna e un foglio e scrivo.
Penso che Carlo sia strano, molto strano, è un bambino
che fa cose che forse nessun altro fa. Si circonda sempre
di oggetti morbidi o rigidi, colorati, delle più varie
forme e funzioni, e li tira, li tira continuamente, per poi
inseguirli, in ginocchio, là dove sono caduti un attimo
prima. Lo guardo, alza velocemente gli occhi grandi azzurri.
Carlo guarda con occhi fissi i miei, passano secondi che sembrano
minuti, ore; finché non riprende il suo gran da fare.
Carlo allontana queste cose senza abbandonarle. Le spazza
via lontano da sé tendendo il braccio dietro sé,
con uno scatto repentino, automatico, senza prendere la mira
tenendo lo sguardo dall’altra parte. D’un tratto lascia stare
tutto, come a dimenticarsi di quello che fa, ma solo per un
po’. Ora Carlo è assorto nei suoi pensieri, perso dentro
sé, estraneo al mondo, al mio mondo senz’altro. Si
alza, gira su se stesso, si guarda allo specchio, finalmente
si trova. Poi non sa cosa fare, dove andare, come consumare
il suo tempo.
Che strano questo bambino, che non riesce a pensare e ad emozionarsi,
ma che fa di tutto perché un altro pensi e si emozioni
per lui. Oppure, forse Carlo è un bambino che pensa
e si emoziona, e si inventa di tutto per difendersi dai suoi
pensieri, veloci come frecce, freddi come l’azzurro dei suoi
occhi. Carlo cerca i suoi occhi allo specchio perché
solo lì può trovarli; talvolta li ricerca nei
miei, in un gioco di sguardi, in mezzo al silenzio delle sue
parole. Mute parole che si animano di fluttuanti movimenti
di un corpo e una mente dai mille contenuti enigmatici.
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