| Vero…
forse… almeno in parte…
Sicuramente
riprenderlo, smascherarlo e metterlo brutalmente davanti alla
sua disconoscenza significa umiliarlo e aumentare il suo senso
di inadeguatezza. E tuttavia avallargli e sostenergli ogni
volta il “gioco del sapientino” non mi sembra possa condurre
a esiti troppo differenti… Lasciargli credere, ora, che io
penso lui sappia quel nome che non ricorda, quando lui sa
bene che non lo ricorda!, non mi sembra che possa avere un
qualche effetto positivo sulla sua sicurezza e autostima.
Al contrario. Avallando e collaborando alla sua messa in scena,
non avallerei piuttosto il suo senso di inadeguatezza, invece
che aiutarlo ad uscirne? Indirettamente, riconoscendogli la
conoscenza che non ha, non gli dico, in qualche modo, che
è importante possederla? E dunque non lo induco a sentirsi
davvero inadeguato, visto che lui comunque sa di non averla?
Non sarebbe come confermargli la convinzione che lo induce
a simulare e cioè che lui può meritare “rispetto”
(o “accettazione”, “stima”, “affetto”, “accoglienza”, ecc.)
solo se risponde a determinate condizioni… E non vorrebbe
dire questo incrementare in lui, consapevole che invece non
le ha, la sua insicurezza e altresì potenziare il suo
“gioco del sapientino”, con tutte le conseguenze negative
che esso comporta? Per accrescere la sua autostima non sarebbe
meglio aiutarlo ad accettare la propria vulnerabilià,
invece che coprirla e incrementare il suo “gioco al superuomo”?
Smascherarlo,
penso, significa umiliarlo solo nella misura in cui “a volto
nudo” Elir non si sente adeguato e accettabile. Alla sua sicurezza
e autoaccettazione non serve tanto fare in modo di mantenergli
addosso la maschera, ma fargli comprendere ed esperire che
il suo “volto nudo”, con le sue vulnerabilità e i suoi
difetti, va benissimo così com’è, è adeguato,
è accolto, è amabile e stimabile. La maschera
non fa che confermargli che il suo “volto” è “sbagliato”
e dunque va nascosto o camuffato.
Mi decido allora a “smentirlo”, ma contemporaneamente preparo
il terreno per accoglierlo, esposto nella sua vulnerabilità.
Provo a dirgli che anche se non ricordasse il nome della città
in cui si trova non è una cosa grave.
“No! No! Come ci pensi!? Io lo so benissimo! Sei tu che non
lo sai!” lo sento
reagire.
Non raccolgo la provocazione e proseguo:
“Quando si va in un posto nuovo capita molto spesso di non
riuscire a tenere a mente i nomi delle località che
non si conoscevano”.
“Sì, ma io lo conosco!”
Proseguo ancora, come se Elir non avesse parlato:
“Sai che sono appena tornata dalla Spagna e ho rischiato di
andare a prendere il treno per il ritorno a Madrid in un’altra
città? ...avevo confuso il nome della località
in cui l’avrei dovuto prendere! Per fortuna che un amico me
l’ha fatto notare in tempo, altrimenti avrei perso pure l’aereo!
Beh, tutto sommato, sarebbe stato anche un po’ divertente!
…Non so se mi avrebbero rimborsato il biglietto, ma di sicuro
ci avremmo riso sopra! [3]”
“Davvero ti sei confusa? Che imbranata che sei! Proprio un’imbranata!”
“No! E perché imbranata? Non mi ci sento per niente!
…Sono cose che capitano, possono capitare a tutti… e in qualche
modo ‘colorano’ pure la vita! Ti immagini che noia sarebbe
se fossimo tutti infallibili come computer? Certe volte ci
sono quelle persone perfettine che sembrano sappiano tutto
e non sbagliano mai, ma non ti sembrano così fredde
e antipatiche? …Per fortuna poi, a conoscerle da vicino, non
è mai così, sai? Sbagliano e sono vulnerabili
e simpatiche pure loro…”.
Elir, allora, con mille giustificazioni (“è un posto
che non avevo mai sentito”, “è un nome nuovo”…) ammette
di non ricordare il nome del luogo in cui si trova. Non lo
lascio quasi terminare per non fargli attendere la mia reazione:
“Ma va benissimo, Elir, se non ti ricordi! E come potresti
ricordarlo se non ci sei mai stato prima ed è la prima
volta che lo senti nominare!?!”.
“Quanto sto bene io con te! Mi piacerebbe proprio essere con
te in gita! Ti voglio tanto bene!”, mi risponde.
Comprendo
allora di averlo non “smascherato”, ma di essergli stata di
aiuto nel “liberarsi” dalla maschera, almeno in questo piccolo
frangente.
La
strada della sicurezza e dell’autostima passa per l’accettazione
della propria vulnerabilità, piuttosto che per l’affermazione
della propria forza che nega e nasconde la fragilità.
Qualcosa di scontato e ovvio, ma forse non troppo. Viviamo
infatti in una società che in qualche modo darwinianamente
impostata, ci insegna a mostrarci forti, piacenti, giovani,
belli, sani, magri, laureati, rampanti, decisi, grintosi,
energici, “superuomini”, talvolta anche arroganti e aggressivi
per strappare il nostro posto nel modo. Ma soprattutto ci
insegna a non accettare e a non mostrare la nostra debolezza:
mai esporre la propria vulnerabilità, il proprio tallone
di Achille, col rischio di venir feriti a morte! E così
si finisce col nasconderlo persino a se stessi. Ma, laddove
la consapevolezza della propria vulnerabilità comunque
non può essere elusa, allora la si rifiuta in sé,
la si respinge, la si odia e la si cerca di combattere e di
vincere. Tutto ciò che è debole va combattuto
ed eliminato. In sé e poi, per il noto meccanismo della
proiezione della propria Ombra [4],
negli altri.
Eppure una sapienza antica da cui, cristiani o meno comunque
non si può prescindere, ci insegna da secoli che “proprio
quando siamo deboli è allora che siamo forti” (2 Cor
12, 10b).
Note:
[3]
Alcune impostazioni psicologiche, si pensi ad esempio all’Analisi
Transazionale, leggono l’autoironia sempre come una forma
autosvalutativa. Se questo può essere a volte vero,
penso tuttavia che spesso l’ironia si rivela invece un modo
per prendere distanza dai propri vissuti e accettarsi (Su
ironia e accettazione si veda G. GALLI, Psicologia del corpo,
CLUEB, Bologna 1997, pp. 96-97).
[4]Sul
meccanismo della “Proiezione dell’Ombra” si veda C.G. JUNG,
Zur Psychologie westlicher und östlicher Religion, Olten
1963, tr. it. di E. SCHANZER, L. AURIGEMMA, Psicologia
e religione, in Opere, vol. XI, Boringhieri, Torino 1992.
Cfr. anche G. GALLI, Psicologia del corpo, op. cit.,
pp. 81-86.
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