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Quando
nel maggio 2004, ad anno scolastico non ancora concluso mi
fu proposto per l’anno successivo di seguire un bambino autistico,
restai piuttosto sconcertato. Devo ammettere che “la letteratura”
in circolazione sul caso non era molto rassicurante, anzi,
tutt’altro. Si trattava di modificare il mio modo di lavorare,
il mio modo di interagire con gli alunni, e sarei dovuto passare
da un’interazione di gruppo ad un’altra di tipo strettamente
individuale.
Assieme
alla scuola, ci si attivò immediatamente per predisporre
un piano per accogliere l’alunno nella maniera meno traumatica
possibile, sia per se stesso, che per i suoi compagni. A tal
fine ci si è attivati per formare una classe ad hoc
in particolar modo dal punto di vista numerico.
Al di là di queste attenzioni, comunque, la scuola
all’inizio dell’anno scolastico non era ancora predisposta
ad accoglierlo, non c’era ancora un’aula strutturata per lavorare
con l’alunno in modo adeguato per quel tipo di problema. Pertanto,
mentre si attendeva la predisposizione di tale ambiente e
in attesa dell’arrivo dell’alunno, avvenuto il 20 ottobre
2004, gli operatori coinvolti (in modo particolare, insegnante
di sostegno ed educatore), hanno intrapreso un percorso di
formazione e di conoscenza dell’alunno presso il Centro che
l’aveva in cura. Il percorso appariva tutt’altro che semplice:
si ricercavano ansiosamente strumenti operativi quasi a voler
esorcizzare con l’attivismo la paura e il rischio di impotenza
di fronte alla complessità della situazione.
Mentre
la scuola viveva questo periodo di attesa con preoccupazione
e con motivato timore, prendeva piede la cattiva informazione,
e come nelle situazioni in cui non vi è sufficiente
conoscenza, si diffonde la paura del “mostro”. Parallelamente,
quindi, alla costruzione degli strumenti operativi, sotto
la guida dell’equipe degli specialisti dell’Ospedale di riferimento,
ci siamo attivati a diffondere, una corretta informazione
che impedisse, l’accrescere di una situazioni di “panico”
ingiustificata. Una particolare attenzione, alle modalità
di comunicazione e di informazione, è stata riservata
ai compagni di classe, ai fini di una buona riuscita della
delicata fase dell’accoglienza. L’allarmismo che, nel frattempo,
si era creato in tutta la scuola ha reso necessario, soprattutto
nel primo periodo, interventi separati, da una parte con l’alunno
in situazione di svantaggio e dall’altra con il contesto non
favorevole, che quotidianamente si doveva affrontare con grande
difficoltà.
A
scuola si era ormai diffusa l’immagine di un ragazzo dall’autonomia
fortemente compromessa, auto ed etero aggressivo con grave
deficit mentale. Anche gli operatori coinvolti nel percorso
scolastico sono stati oggetto, di atteggiamenti fortemente
stigmatizzanti da parte del contesto sociale.
L’incontro
Ricordo, non il primo giorno ma il primo istante in cui ho
incontrato Fabrizio. In maniera un po’ irruenta, si è
avvicinato, mi ha guardato dritto negli occhi, ha allungato
le mani e in modo tenero e delicato mi ha accarezzato il mento.
Questo gesto mi turbò e mi indusse ad una riflessione.
Sino a quel momento avevo sentito parlare solo di aggressività,
difficoltà di interazione con gli altri e con i compagni
che, anzi, dovevano essere tutelati con molta attenzione.
Mentre
tornavo a scuola per riferire l’esito dell’incontro con Fabrizio,
più confuso che mai, mi balenò nella mente il
moto socratico: “sapere di non sapere quale premessa migliore
per la ricerca del sapere” e di pari passo il pensiero di
Danilo Dolci, un grande maestro di cui ho avuto la fortuna
di frequentare i suoi seminari maieutici. Spesso mi ripeteva
che: “di fronte alle difficoltà, bisogna fermarsi,
osservare attentamente con spirito critico, valutare, e trarre
le conclusioni in maniera coerente con la propria coscienza
e non secondo quella altrui. Questo pensiero è stato
forse il motore del mio percorso educativo, in un secondo
momento condiviso dagli operatori che hanno creduto in un
risvolto positivo del percorso. Affrontare il discorso con
il linguaggio della concretezza e delle parole semplici per
poter parlare di cose grandi. Diceva, ancora, Danilo Dolci,
“bisogna continuare ad andare avanti, con spirito di sacrificio
e con perseveranza, proprio nel momento in cui, spesso, prevale
il sentimento del non ce la faccio più e del chi me
lo fa fare; perché, proprio nel momento in cui stiamo
per gettare la spugna, giungono risultati inattesi che rappresentano
spunto di approfondimento ed incoraggiamento per continuare
con convinzione il percorso intrapreso”.
Poiché
l’autismo è un disturbo che colpisce specificamente
le relazioni interpersonali, la comunicazione, le attività
immaginative e del gioco, si è creato un contesto comunicativo
corretto e chiaro, e una struttura ambientale e sociale solida
che favorisse l’acquisizione delle abilità sociali,
nell’intento di migliorare la qualità della vita presente
e futura del ragazzo, all’interno e all’esterno del contesto
scolastico. Non c’è un’ integrazione reale ed effettiva
se non si modificano i comportamenti ritenuti inadeguati e
che contribuiscono ad allontanare, ad impedire, qualsiasi
contatto umano.
...continua...
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Autore:
Bruno Furcas è l’educatore che ha
seguito il percorso di integrazione scolastica dell’alunno
Fabrizio presso la Suola Media “Rosas” di Quartu Sant’Elena, |