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ESPERIENZE E PROGETTI

 

PERCORSI DI SOSTEGNO EDUCATIVO AI GENITORI NEL RAPPORTO CON I FIGLI
prima parte

di Raffaele Crescenzo

seconda parte - Bibliografia

Nell’ambito di attività professionali che portano ad incontrare e ascoltare i genitori, emerge prepotentemente il bisogno che essi hanno di essere aiutati nell’educazione dei propri figli.
Questo articolo si propone di delineare un orientamento metodologico per i percorsi di sostegno educativo ai genitori, ormai diffusi in tutto il Paese.

Premettiamo che, dal nostro punto di vista, accogliere il bisogno di sostegno/aiuto di mamme e papà significa principalmente prefiggersi la crescita delle opportunità per la famiglia ed i loro componenti, tendere ad una emancipazione educativa volta all’ampliamento del proprio spazio relazionale e vitale, al passaggio da “soggetti passivi” – “esperti-dipendenti” - al ruolo di “soggetti attivi” per acquisire competenze di azione educativa.
Il sostegno al percorso educativo va dunque al di là della gestione, della pianificazione del “tecnicismo addestrativo” nei rapporti relazionali. Nel chiedere aiuto i genitori si accorgono subito che la loro preoccupazione coincide, inevitabilmente e fisiologicamente, con la tematica centrale dell’essere padri e madri ed, immediatamente, le loro esigenze tecniche lasciano intravedere il loro bisogno di domande sui valori, sul perché dell’educazione, sulle finalità ed obiettivi, sulla legittimità o meno di questo o quel mezzo educativo. Da ciò è evidente che l’aiuto da offrire ai genitori non è meramente solo di natura tecnica né, tantomeno, alle domande contenutistiche non si possono dare unicamente risposte tecniche.

Esempi di problemi di natura tecnica: Dany, nonostante i suoi 14 anni, non è responsabile delle sue cose ed autonomo nel pianificare lo studio; Gabriele, con i suoi 16 anni, non si sente all’altezza delle situazioni, non si dimostra coraggioso e sentirsi in sintonia con se stesso e con gli altri; Vivì, con un’età compresa tra i 12-13 anni, non riesce ad essere rispettosa , gentile e non riesce ad usare le buone maniere. Cosa dobbiamo fare per risolvere tali problemi? Se si è disposti ad affrontarli dal punto tecnico, senza mettere in discussione le scelte “esperte”, bisogna accettare le soluzioni e metodi x.y.z. E se dopo aver preso una decisione, permane il dubbio sull’agire o sul dover fare qualcosa altro, allora i problemi devono essere affrontati da una diversa angolazione: mettersi in gioco, in discussione e confrontarsi con il proprio “vissuto quotidiano”.
Esempi di problemi della “quotidianità vissuta”: i genitori che iniziano a chiedersi : Cosa sta succedendo a Dany, Gabriele e Vivì? Come vive i rapporti con gli amici? La scuola, l’ambiente scolastico è accettata di buon grado da mio figlio/a? Il nostro comportamento, il nostro essere genitori è condiviso da lui/lei? Quali sono i nostri errori? ecc.ecc. Tutte, queste, domande che centralizzano non solo la relazione genitore-figlio, ma coinvolgono la società extrafamiliare.

Da questi esempi, forse non esaustivi, si può evincere che le domande sull’educazione, sul vissuto quotidiano non possono essere disgiunte dai temi contenutistici e dalle reali situazioni globali di vita familiare nella società. L’incontro con i genitori deve costituire l’oggetto di un colloquio, di una relazione, di un confronto e discussione sociale. Se si vuole dare aiuto e sostegno ai genitori, non possiamo circoscrivere e ridurre le loro domande a problemi mediante una soluzione oggettiva, ma anche attraverso l’implicazione di una “soggettività genitoriale” che li conduca a discutere con se stessi e con altri, che dia loro la possibilità di ricercare insieme un modello d’azione educativa.

Il “tecnicismo addestrativo” da solo non basta. L’aiuto ai genitori deve “canalizzare” potenzialità e risorse latenti degli stessi, per poter iniziare un percorso formativo che fronteggi con responsabilità pedagogica la loro costante preoccupazione pratica della quotidianità. Un iter formativo inteso come il “traduttore” tra le esperienze soggettive e il contesto, tra lo sviluppo familiare privato e quello sociale, in cui il dialogo deve mirare al raggiungimento di nuovi atteggiamenti e comportamenti, ad un livello di discussione comune (genitori con i genitori, genitori con i figli, genitori con le istituzioni) sintonizzandosi sulla stessa lunghezza d’onda per iniziare un rapporto dialogico sulla “quotidianità vissuta” che, deve permettere di avvicinare i genitori per conoscere il loro progetto di relazione, famiglia, di vita.
Sostenere ed impegnare dal punto di vista educativo i genitori significa dare un grande risalto alla costruzione di un ”patto pedagogico educativo” con i figli che, metta al centro dell’azione educativa una proposta ed alternativa valoriale affinché si metta in gioco, quotidianamente, l’adolescente, la sua intelligenza creative e critica, che faccia scoprire, metabolizzare ed interiorizzare, gradualmente, valori universali. Un “patto” da fondare sul dialogo, sul rispetto dell’altro, sulla capacità di ascolto, sulla considerazione e stima, sul confronto con se stessi e con gli altri e sulla pazienza e sulla “globalità del dono d’amore”.

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Autore: Raffaele Crescenzo, psicopedagogista, operatore della pastorale familiare, operatore della pastorale sanitaria, perfezionato in pedagogia per il territorio, educazione degli adulti e psichiatria di consultazione e clinica psicosomatica. Responsabile progetto "Centro Assistenza Ascolto" Servizio A.D.I. Distrettuale per le famiglie ed i malati a domicilio. Giudice Onorario Tribunale dei Minori Catanzaro. Già docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi presso Università “Magna Greacia” di Catanzaro. Tra le sue aree di interesse il rapporto adolescenti famiglie, nei suoi campi di intervento forme individuali o di gruppo per prevenzione disagio e nelle situazioni di psicopatologie giovanili. Sostegno alle famiglie nel fronteggiare situazioni di difficoltà relazionali.

Bibliografia:
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copyright © Educare.it - Anno VI, Numero 10, Settembre 2006


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