Didatti
per un giorno: eye openers
Il
ruolo di didatta per un giorno, mi ha dato modo di
ripensare al ruolo educativo dell’archeologia e di strutturare
di conseguenza, una strategia adatta all’esperienza di
scavo simulata che mi ha permesso di riflettere su alcuni elementari
quesiti :
1)
la diversa età degli alunni, la loro formazione, la loro
provenienza,
2) i contenuti di archeologia da selezionare e trasmettere,
3) il ruolo educativo di archeologi professionisti che si approcciano
da non professionisti al mondo della scuola,
4) il rapporto con la morte e con il passato.
Poco
prima di iniziare l’attività , ho pensato di dovermi
documentare per riuscire a gestire al meglio l’esperienza:
dopo il recente articolo apparso sulla rivista americana Le
Scienze, che premiava il metodo Montessori [4],
ero già stata tentata di approfondire lo studio della
didattica e delle sue metodologie, purtroppo non presenti nel
curriculum di studio degli archeologi che pure tante volte finiscono
col riciclarsi come insegnanti.
Dalle mie letture, ho selezionato il concetto dell’educazione
dei sensi: scavare è un’operazione concreta e istintiva,
come gestirla sul piano pratico ed evitare il caos del
facile entusiasmo dei ragazzi? L’eccitazione del toccare
la terra, dello scavare, del trovare, è infatti introiettata
dallo stereotipo della cultura archeologica moderna, ed è
questo il piano che maggiormente solletica la fantasia dei ragazzi,
legata alla scoperta della rarità, dell’oggetto
e del suo possesso sopra ogni altro aspetto.
Dunque da un atteggiamento di partenza di questo genere, dal
sapore di penosa eredità antiquaria che non si è
riusciti ancora a dissipare, come associare alla attività
dello scavo le tappe del lavoro archeologico meno rappresentate
nell’iconografia dell’immaginario moderno (documentazione,
studio, biblioteca, pubblicazione, dibattito )?
Per far fronte al tipo di esperienza che mi prefiguravamo di
avviare nella simulazione dello scavo, legata soprattutto al
concetto e all’acquisizione pratica dell’idea del
Passato e del suo valore storico, ho ritenuto importante spronare
sul campo i ragazzi a riflettere liberamente sul tema di volta
in volta proposto e correlato al fine prefisso (la sepoltura,
il corredo, l’incinerazione, la morte, i materiali, il
lavoro archeologico ecc. ) in modo da attivare le loro risposte
individuali e limitare quanto più possibile, la quantità
di tempo impiegata nell’attività di scavo.
La premessa di base è che il fugace contatto attivato
a scuola negli incontri preliminari ( due ore circa ) non era
neppure stato svolto da me, ma da altri collaboratori della
medesima società; dunque questa situazione mi ha posta
difronte a ragazzi, che nei fati, non conoscevo.
Si tenga conto inoltre che il concetto di cultura normalmente
impartito è basato sul solo aspetto responsivo, costruito
cioè sull’acquisizione di nozioni e interrogazioni
delle stesse, senza porre in essere la stimolazione dell’individualità
sotto il profilo personale e cognitivo; la libera espressione
della natura della persona è invece al centro del sistema
pedagogico montessoriano, ma non solo; è fulcro di tutti
quei procedimenti educativi che si incardinano non sull’acquisizione
passiva di conoscenze, ma sull’educazione alla creatività
in pieno accordo con l’indole di ciascuno: per questo
motivo nessuno dei ragazzi è stato obbligato a svolgere
la simulazione di scavo, dando a ciascuno i tempi dell’interessamento,
e al singolo restio, la possibilità di farsi coinvolgere
dal gruppo di lavoro. Nei ritmi della città e del suo
interland, il prato presso cui si svolgevano le simulazioni,
per alcuni ragazzi è diventata l’esperienza più
concreta e forse anche più utile.
Eleggendo a fulcro del progetto né le semplici nozioni,
né l’attività di scavo stessa, ma l’importanza
di interrogare liberamente il docente e la bellezza di comprendere
il Passato, sono potuta quindi uscire dal ruolo tradizionale,
e diventare una eye openers [5],
un attivatore cioè delle conoscenze e delle strutture
logiche già in possesso dei bambini.
Operando in questo modo, nella simulazione di scavo, sono state
incluse piccole lezioni sulla ceramica antica, attraverso la
manipolazione di frammenti originali, si è potuto riflettere
insieme ai ragazzi sul ruolo dei marker cronologici
e dei rituali funerari, e mai mi sarei aspetta l’entusiasmo
di alcuni per questioni relative alla tipologia e alla seriazione
delle classi di materiale.
Educare:
la parte dell’archeologo
Per
noi archeologi collaboratori del progetto, “Una giornata
con l’archeologo” è diventata un singolare
specchio nel quale riflettere la nostra attività sociale
ed educativa; questi anni sono caratterizzati da una grande
precarietà del mondo del lavoro nel nostro settore: le
condizioni economiche non sono adeguatamente tutelate, i diritti
nientaffatto normati, e la crisi del sistema universitario rende
impraticabile ai più la carriera accademica, troppo lunga
e onerosa, quando non basata su logiche semplicemente diverse
dal criterio meritocratico.
Ma forse per gli archeologi, sarebbe auspicabile operare una
riflessione lungimirante sul sistema societario nel suo complesso,
per venire a capo delle profonde crisi che ci investono e dal
punto di vista professionale, iniziare a pensare che il grande
assente nel dibattito professionale odierno, resta a mio parere,
proprio il ruolo educativo di questa disciplina della memoria,
costretta per lo più ad essere veicolata falsamente dai
media o come paradigma di mestiere avventuroso.
Qual è allora il legame tra archeologia ed educazione
nel presente?
Fare archeologia è educare al passato nell’arcaios-logos,
discorso sull’antico; nella radice semantica della
parola è quindi implicitamente contenuto il logos:
ragionamento, parola, comunicazione.
Educare non è poi semplicemente informare, significa
innanzi tutto incontrare l’altro, e nel far ciò,
spogliarsi del proprio gergo tecnico, accettare lo sforzo di
spiegarsi chiaramente, di rinunciare alle proprie posizioni
di potere sulla conoscenza e alla suadente sicurezza che dà
il parlarsi addosso. Non di rado alcuni quesiti semplici posti
dai ragazzi, se realmente ascoltati, possono complicare la vita
del docente: non è facile rispondere a domande del tipo
‘a cosa serve la memoria’, ‘perché
un reperto non è importante economicamente’ ecc.;
ma è necessario rispondere coerentemente, anche quando
il dubbio è il risultato del ragionamento: non ci
si deve mai scordare che l’archeologia è una scienza
indiziaria, che fonda la propria ragion d’essere sulla
possibilità implicita dell’errore nella formulazione
di ipotesi interpretative.
L’archeologia può allora essere un’occasione
per liberare la creatività e le capacità logiche
di ognuno; deve dimostrare di non inseguire il pezzo raro o
la grande scoperta ma è più simile al lavoro indiziario,
fatto di dettagli ed incerte deduzioni e per essere credibile,
deve contemplare il sano errore scientifico. L’archeologia
è in definitiva, il discorso sul passato dei vivi, fatto
da vivi contemporanei, che esistono immersi in una cultura che
genera talune domande piuttosto che altre.
Vista in questi termini la scienza del ragionamento e della
comunicazione del Passato assume una importanza peculiare tra
le scienze educative.
Lavorando con i giovani delle periferie della cronaca napoletana,
ci si accorge davvero di qual è il nostro futuro, e l’unica
speranza passa per la formazione della sensibilità e
per un rispettoso rapporto con il paesaggio e la bellezza del
nostro Paese.
...continua...
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Autore:
Rossana
Di Poce, laureta con il massimo dei voti in Etruscologia
ed Archeologia Italica (2005), dottoranda in ‘Archeologia Rapporti
tra Oriente ed Occidente’ presso l’università di Napoli
‘L’Orientale’. Conduce ricerche sull’ideologia funeraria protostorica,
ha all’attivo diverse campagne di scavo; attualmente conduce
ricerche su l’Altavaltiberina. Collabora con il Cirsde di Torino
(Centro Interdipartimentali Ricerche e Studi sulla Donna).
Note:
[4]
http://www.lswn.it/node/781
[5] La figura di eye opener deriva
dalla esperienza museale estera.
Bibliografia
generale di riferimento:
-
R.B.Biandinelli, Diario di un borghese, a cura di Marcello
Barbanera, Roma 1976.
- Marcello Barbanera, Ranuccio Bianchi Bandinelli. Biografia
ed epistolario di un grande archeologo, Milano 2003.
- M.Montessori, L'Antropologia pedagogica, Milano,
Antonio Vallardi, 1903, ripubblicato in "Vita dell'Infanzia"
a. XLVI, n. 8, ottobre 1997, pp. 8-15
- M.Montessori, La mente del bambino. Mente assorbente,
Milano, Garzanti, 1952 (I edizione originale inglese con il
titolo The absorbent mind, 1949).
- M.Montessori, Come educare il potenziale umano, Milano,
Garzanti, 1970 (I edizione originale inglese con il titolo To
educate the human potential, 1947).
- E.Morin, Educare gli educatori. Una riforma del pensiero
per la democrazia cognitiva, EdUP, 2002
- Z.Bauman Alone Again - Ethics After Certainty (trad. it.:
Le sfide dell'etica, Milano 1996).
- Z.Bauman Community. Seeking Safety in an Insecure World
(trad. it.: Voglia di comunità, Roma-Bari 2001), Trento,
2007
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