Dentro
l’esperienza
Dopo il primo contatto con la malattia a livello diagnostico,
inizia il percorso del trattamento, della terapia, la famosa
terapia da “tera peu” ossia “relazione d’aiuto”.
L’approccio fisico con la struttura ospedaliera (il nuovo day
hospital emato-oncologico inaugurato di recente, frutto di sinergie
tra associazionismo AIL Paolo Belli e Associazione Oncologica
Bergamasca e Direzione Generale degli Ospedali Riuniti) è
risultato agevole vista la predisposizione organizzativa, l’ampiezza
degli ambienti e le tecnologie moderne presenti e l’abbondanza
di riviste scientifico informative dedicate al paziente oncologico.
Quindi a livello informativo (secondario) e spazio-temporale
tutto ok, delle criticità in più emergono invece
a livello micro nei rapporti tra personale medico, paramedico
e pazienti e a livello macro nell’impostazione culturale della
struttura che pare ancora ricalcare il modello biomedico o perlomeno
questo risulta predominante.
Vi è all’interno della struttura un ufficio riservato
ai colloqui con l’assistente sociale che riceve per un’ora due
volte la settimana, prioritariamente per indirizzare alla pratiche
burocratiche legate alle pensioni e invalidità civili,
molto meno per un sostegno psicologico o pedagogico.
Non mi pare esista o sia prevista la figura dello psicologo
all’interno della struttura dove convogliano ogni giorno c.a.
100 pazienti oncologici bisognosi di terapia (quale terapia?
Se intesa in senso globale come relazione d’aiuto ad una persona
che soffre?).
Nonostante il nuovo day hospital sia frutto di sinergie con
l’associazionismo dell’AIL (la quale peraltro offre residenzialità
agli ammalati ematologici che hanno bisogno di terapie di lunga
durata) finora non ho mai visto alcun volontario nelle sale
d’attesa, nei corridoi o nelle stanze di infusione.
Persiste quindi anche in questa struttura concepita in termini
“moderni” la tradizione di impermeabilità a ciò
che è estraneo al modello medico di intervento.
Le mie possono esser naturalmente solo riflessioni o percezioni
personali, sicuramente aiutate anche dal recente studio dei
testi di psicologia della salute che hanno allargato i miei
orizzonti percettivi coinvolgendomi in questa visione della
salute “olistica” in vista del benessere come diritto civile,
culturale, politico, etico….
Il paziente è un buon paziente quando non fa troppe domande
e aderisce alla cura (compliance).
Anche le relazioni tra pazienti e medico e personale infermieristico
al di là di qualche eccezione di filantropia individuale,
ricalcano il modello tradizionale della struttura ospedaliera
anche e soprattutto a livello gerarchico.
Ora non sto a descrivere i particolari di queste relazioni,
ma è evidente e palpabile il distacco emotivo dalla persona
del malato intesa in senso biopsicosociale entro il concetto
di sistema come entità dinamica le cui componenti sono
in continua e reciproca interazione, in modo da formare un unità…
Viene confermato ciò che qualche anno fa intuiva Foucault
rispetto al rapporto della clinica con il malato:
La clinica nasce innanzitutto come organizzazione di una esperienza
medica e in particolare dell’insegnamento medico. Il suo oggetto
è la malattia, non l’individuo malato; il compito non
è curare ma riunire e rendere sensibile il corpo organizzato
della nosologia. Si tratta di conoscere la malattia, la verità
della malattia, per situarla in un campo nosologico che la renda
visibile, riconoscibile".
Sarebbe auspicabile come conclude Bestini nel testo “Pensare
la salute” ritornare ad esaminare la mission storica dell’ospedale
fondata sulla concezione ippocratica del prendersi cura della
salute integrale della persona poiché la moderna medicina
meccanica non è adeguata a sentire il grido sommesso
dell’animo umano e a curarne le ferite.
Possiamo dire con Gadamer che il superamento della religione
e della filosofia (come domanda esistenziale connaturata all’uomo),
da parte della scienza abbia rivelato un vuoto o una problematicità
tale da ingenerare quel dualismo tra mente e corpo frutto di
tante criticità e visioni parziali dell’uomo, insite
quindi anche nel concetto di salute come ben ripreso, in fondo,
nella riflessione della psicologia della salute la quale anch’essa
però corre questo rischio nel confronto-scontro con la
visione bio-medica.
E’ interessante la riflessione e l’operazionalità proposta
per uscire dalla tensione dualistica che pare contrapporre i
due modelli, cambiando lo sguardo alla salute(lo sguardo di
Igea) entro un approccio integrato che renda possibile una visione
multidimensionale con l’adozione di una prospettiva evolutiva
e costruttivista.
“Le società neoliberiste vedono compromesse qualità
sociali importanti per la vita e la salute delle persone come
la fiducia, la reciprocità, la coesione sociale.”
Per restituire tutto ciò ad una comunità fuori
da una dimensione di welfare paternalistico, si dice, e sono
pienamente d’accordo, è necessario uscire dalla logica
del bisogno inteso come mancanza nell’altro, patologizzando
il disagio, è necessario passare dalla filosofia del
bisogno alle pratiche del diritto, restituendo ai soggetti ed
alla comunità ( intesa come ecosistema interdipendente)
la capacità di agire sui processi di salute.
Il diritto alla cura alla promozione della salute e del benessere
deve essere una componente chiara ed essenziale della cittadinanza.
“La salute è un bene personale e sociale la cui tutela
spetta egualmente al soggetto, alla comunità familiare,
alla collettività sociale e in primo luogo al S.S.N.”
anche perché, come si cita nel documento, strumento ICF
dell’OMS:
“qualunque persona in qualunque momento della vita può
avere una condizione di salute che in un ambiente sfavorevole
diventa disabilità’”.
torna
su
Autore:
Cesare
Gualandris,
educatore
da una decina di anni in una cooperativa di solidarietà
sociale di tipo B che si occupa di inserimenti lavorativi di
persone svantaggiate (in gran parte utenti della psichiatria).
Iscritto al terzo anno di Scienze dell'Educazione presso l'Università
di Bergamo. Volontario in un gruppo di accoglienza per tossicodipendenti
in provincia di Bergamo.
|