| Premessa
È
noto che alla frequentazione, magari quotidiana, come avviene
nelle classi scolastiche tra alunni o negli ambienti di lavoro
tra colleghi, con persone provenienti da Paesi stranieri o di
origini straniere, non necessariamente corrisponde una riduzione
dei pregiudizi o un aumento di competenze nella gestione della
comunicazione e della relazione interculturale. Ad esempio, la
cosiddetta “ipotesi del contatto”, secondo la quale l’interazione
diretta fra persone di diverse provenienze culturali basterebbe
a generare un superamento dei pregiudizi, è stata più
volte smentita da esperienze sociali di convivenza, in condizioni
naturali o sperimentali, e si è rivelata valida solamente
laddove erano coinvolte persone profondamente convinte, dal punto
di vista etico, della pari dignità di tutti gli uomini
e di tutti i gruppi umani [1].
Il problema del pregiudizio è complesso e la sola conoscenza
diretta dell’altro non è una soluzione efficace al suo
superamento, in quanto il pregiudizio è sì questione
di conoscenza – e riguarda in particolare il modo con cui la mente
umana conosce – ma altresì coinvolge le dimensioni affettivo-emotive
della persona.
L’idea di costruire dei percorsi laboratoriali per alunni adolescenti
nasce proprio da questa convinzione: il superamento del pregiudizio
e l’apprendimento di competenze interculturali non dipendono solamente
da contatti quotidiani con persone straniere o dall’acquisizione
di nozioni sulle “culture altre”, ma richiedono anche la creazione
di occasioni guidate, che solo attività a carattere esperienziale
sanno offrire, per modulare l’affettività e gli atteggiamenti
nei confronti dell’altro straniero. La formula del laboratorio,
quindi, ben si adatta all’esigenza di scoprire come funzioniamo
e come possiamo imparare ad affrontare le relazioni in genere
e le relazioni interculturali; un laboratorio dove l’esperienza
venga mediata con opportune attività per diventare esperienza
veramente formativa.
L’efficacia di una tale proposta è ancora maggiore quando
i destinatari sono degli adolescenti. L’adolescente, infatti,
nutre particolare curiosità rispetto alla propria vita
psichica e alle modalità con cui essa si manifesta. Rimane
meravigliato di fronte alla scoperta di “come funziona” la sua
mente e la meraviglia innesca piste di ricerca e di scoperta su
se stessi e l’essere umano in quanto tale. Inoltre, essendo la
questione dell’identità personale un compito di sviluppo
[2]
specifico della fase adolescenziale, la modalità con cui
si affronta il rapporto con i “differenti” e si vivono le varie
appartenenze nel corso di questi anni, determina un approccio
specifico duraturo nella personalità del giovane e dell’adulto
(coping).
Nei tre anni di esperienza maturati, abbiamo sperimentato un percorso
riguardante la percezione, la percezione della differenze, gli
stereotipi e i pregiudizi: si tratta di un approccio al tema della
relazione interculturale che parte dalla scoperta delle modalità
tipiche adottate dall’uomo per conoscere e affrontare le differenze.
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Note:
* Negli anni
scolastici 2002-03, 2003-04 e 2004-05, all’interno di un progetto
dal titolo “Educare alla relazione col diverso nella scuola
superiore” realizzato all’Istituto Tecnico-Industriale “Dal
Cero” di S. Bonifacio (Verona), ho proposto agli alunni delle
classi prime e seconde alcuni momenti di formazione pensati come
spazio di laboratorio per apprendere a gestire le relazioni interculturali.
Le insegnanti promotrici del progetto sono Adriana Soriato e Marta
Firolli. Questo articolo ha lo scopo di raccontare il percorso
proposto, corredandolo con opportune giustificazioni teoriche,
e alcune delle reazioni manifestate dagli alunni che vi hanno
partecipato.
[1]
Si veda Voci, A., Processi psicosociali
nei gruppi, Laterza, Roma-Bari, 2003, p. 116: «Perché
un contatto positivo porti alla riduzione del pregiudizio, infatti,
è necessario che il giudizio favorevole sviluppato nei
confronti delle singole persone conosciute venga esteso all’intero
loro gruppo di appartenenza».
[2]
Per il concetto di compito di sviluppo
si veda Palmonari, A. (a cura di), Psicologia dell’adolescenza,
Il Mulino, Bologna, 1993.
Bibliografia:
Confalonieri, E., Scaratti, G. (a cura di), Storie di crescita.
Approccio narrativo e costruzione del Sé in adolescenza,
Unicopli, Milano, 2000.
Del Buono, M.R., Sguardi di genere tra identità e culture,
Franco Angeli, Milano, 2002.
Jelfs, M., Tecniche di animazione, Elle Di Ci, Torino, 1986.
Larocca, F., Dialogo creativo. Nel progetto originario il progetto
educativo, Morelli, Verona, 1992.
Miltenburg, A., Surian, A., Apprendimento e competenze interculturali.
20 giochi e attività per insegnanti e educatori, collana
“Quaderni dell’interculturalità” n° 24, EMI, Bologna,
2002.
Palmonari, A. (a cura di), Psicologia dell’adolescenza, Il Mulino,
Bologna, 1993.
Piattelli Palmarini M., L’illusione di sapere. Che cosa si nasconde
dietro i nostri errori, Mondadori, Milano, 1993.
Pietropolli Charmet, G., I nuovi adolescenti. Padri e madri di
fronte a una sfida, Raffaello Cortina, Milano, 2000.
Sclavi, M., Arte di ascoltare e mondi possibili. Come si esce
dalle cornici di cui siamo parte, Bruno Mondadori, Milano, 2003.
Taylor, D.M., Moghaddam, F.M., Teorie dei rapporti intergruppi.
Prospettive psicosociali internazionali, Imprimitur, Padova, 1995.
Voci, A., Processi psicosociali nei gruppi, Laterza, Roma-Bari,
2003.
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Autore:
Massimo
Modesti, educatore, formatore e dottorando di ricerca, si occupa
di pedagogia sociale e interculturale. Svolge ricerca sui figli
di migranti e sui loro percorsi di crescita specie nell'ambito
dei contesti educativi non scolastici. Nella scuola secondaria
superiore, sta sperimentando percorsi formativi mirati all'acquisizione
di competenze interculturali in età adolescenziale. Sugli
stessi temi, svolge attività di formazione per adulti impegnati
in ambito educativo.
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