| Le
esperienze maturate all’interno della scuola con il mio gruppo
di lavoro (www.cosmosociale.it)
hanno permesso di identificare alcuni elementi di particolare
importanza nell’intervento a favore di minori definiti come “antisociali”,
che vengono presentati in questo articolo con la speranza di poter
contribuire all’approfondimento di un ambito di particolare interesse
per l’educazione.
I
progetti educativi a cui mi riferisco hanno per protagonisti alunni
considerati dall’istituzione scolastica come “indisciplinati,
incontenibili, senza alcun limite, senza rispetto per sé
e per gli altri. Con loro in classe – dicono gli insegnanti -
è impossibile svolgere una lezione”.
Sono in larga parte studenti con gravi difficoltà a lavorare
in gruppo, a mantenere atteggiamenti composti e l’attenzione sul
compito per tempo prolungato; spesso sono violenti verso i compagni,
gli insegnanti e talvolta anche verso sé stessi; sono provocatori
e scarsamente motivati allo studio e all’apprendimento.
La scuola, prima di arrivare a noi professionisti, ha tentato
spesso molte vie diverse per arginare e risolvere la situazione.
In quasi tutti i casi il Servizio di Neuropsichiatria Infantile
non ha concesso la certificazione del minore e la conseguente
possibilità di un’insegnante di sostegno, perché
i minori segnalati non presentano deficit cognitivi. Il bambino
con tendenze antisociali, infatti, è generalmente sano
nella struttura e nelle funzioni mentali, qualche volta particolarmente
intelligente; ma la sua presenza in classe non permette lo svolgimento
delle lezioni, poiché rallenta e disturba il gruppo classe.
Le famiglie degli alunni si lamentano e, talvolta, denunciano
la Scuola rivolgendosi all’Ente Locale o alla Questura. Le complicazioni
che ne derivano, in quei casi, sono notevoli.
Ap-punti
ed ipotesi
“La scuola, sostiene Freud nel 1910 in Contributi a una discussione
sul suicidio, non deve dimenticare che tratta con individui
immaturi ai quali non si può negare il diritto di attardarsi
in certi stadi dello sviluppo e anche su stadi spiacevoli. La
scuola non deve assumere il carattere inesorabile della vita:
essa non dovrebbe essere che un gioco della vita”.
Nelle situazioni incontrate emerge talvolta una scuola con funzioni
di “contenitore” di individui ancora immaturi, ma che nello stesso
tempo è costantemente alla ricerca di strumenti che l’aiutino
a svolgere un ruolo che si confronta quotidianamente con innovazioni
e rapide modificazioni socio-culturali.
Secondo Winnicott, il bambino con tendenze antisociali ha sperimentato
un'assenza di "sostegno"; tale assenza non si è
verificata però nelle prime fasi dell'esistenza, ma solo
successivamente è stato deprivato da alcuni aspetti essenziali
nella sua vita familiare. Il bambino con tendenze antisociali,
a mio avviso, sembra voler dire: "l'ambiente deve pagare
e deve riparare per le sofferenze che mi ha provocato".
A., un bambino di 5 anni coinvolto in uno dei nostri interventi
alla scuola materna, sembrava fosse spinto da una forza più
forte di lui quando aveva comportamenti distruttivi. Se gli fosse
stato impedito di agire in quel modo probabilmente avrebbe provato
un senso di pazzia e di frustrazione; solo quando la relazione
con l’educatrice ha permesso il contenimento fisico delle sue
crisi motorie e verbali, si è costituito un clima di fiducia
e si sono gettate le basi per un rapporto positivo, di sincero
affetto e preoccupazione responsabile.
Sembra che le tendenze inconsce di questi bambini e ragazzi abbiamo
la finalità di obbligare qualcuno (nel nostro caso la scuola)
ad occuparsi di loro, come una speranza di trovare "sostegno".
W., anche nei giorni di chiusura della scuola, passava delle ore
con le bidelle o, se non vi era nessuno, stava a fumare davanti
al muretto che delimitava il cortile della scuola. Sono queste
le braccia materne di cui il ragazzo si sente deprivato ma che
possono essere fornite attraverso gli interventi individualizzati.
La scuola, dal canto suo, di fronte a gravi segnali di disagio
e di devianza ha chiesto aiuto ai Servizi territoriali che hanno
finanziato un intervento educativo sul minore su scala globale
e non solo in ambito scolastico. Per questo motivo, quindi, quando
un alunno non si presentava a scuola, l’operatore è andato
a cercarlo a casa o nelle strade del suo quartiere.
Soffermiamoci su questo: per un bambino un’esperienza fortemente
traumatica non è tanto quella di non essere trovato, quanto
di non essere cercato; quando scappa da casa, se non si presenta
a scuola, manda dei forti segnati d’aiuto e di richiamo. Raccontava
un paziente accolto in una comunità di recupero per tossicodipendenti:
“Ero scappato di casa perché ero molto arrabbiato, ero
piccolo, facevo la scuola media. Sono andato via quando ancora
era ancora pomeriggio. Per un’intera notte sono stato fuori casa,
non ricordo dove. Quando sono tornato, il giorno dopo, nessuno
si era accorto che me ne ero andato. Sono rientrato in camera
mia e ho ricominciato la mia vita, come se nulla fosse accaduto
per nessuno. Tranne che per me”.
...continua...
Autore:
Paola
Campanaro, laureata in Scienze della Formazione a Padova; specializzata
in counselling psicoanalitico per l'infanzia e l'adolescenza.
Ha lavorato come direttrice di una scuola per stranieri e come
insegnante di italiano nelle scuole elementari statali. Attualmente
coordina e progetta interventi pedagogico-educativi per minori,
giovani, famiglie e per soggetti svantaggiati all'interno di Cosmo
s.c.s. di Vicenza. E' socia e professionista dello studio dott.
Bellin Associati che si occupa di cura e presa in carico di minori
e delle loro famiglie di Creazzo, Vicenza.
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