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Nei
Servizi per le Dipendenze patologiche ricorre il tema
dell’alleanza terapeutica; si tratta di un concetto prezioso per
le professioni di cura ma di non facile esplicazione nella pratica
quotidiana.
Le riflessioni proposte
in questo articolo scaturiscono da un approfondimento che
l’Autrice ha avuto modo di compiere in occasione della
riorganizzazione del Servizio per il quale lavora.
Un primo elemento per la definizione di un’alleanza terapeutica
è la relazione con gli operatori di riferimento, la cui
efficacia si può commisurare sui seguenti parametri:
- il rispetto degli appuntamenti fissati;
- l’adesione alle
prescrizioni date, intesa come la capacità della persona di
aderire in modo attivo alla proposte effettuate. Questo significa che
non necessariamente l’adesione deve essere totale, ma nel caso in
cui l’individuo disattenda alle indicazioni, lo deve fare in modo
consapevole e motivato (poiché ciò presuppone una fiducia
di base);
- la fiducia reciproca
tra operatore e paziente, intendendo non tanto una fiducia
incondizionata o “cieca”, ma una fiducia costruita
gradualmente, nel corso degli incontri tra le persone coinvolte.
- il mantenimento degli impegni presi;
- la ricerca reciproca
tra operatore ed utente, intesa sia come “curiosità”
( il termine curiosità, dal latino “curiositas”,
deriva da cura ed ha il significato etimologico proprio di
“prendersi cura”, di “aver cura” di qualcosa o
di qualcuno), sia come attivazione del paziente che si fa parte attiva
nel progetto.
- bassa conflittualità nel modo di rapportarsi con gli operatori.
Un secondo indicatore per comprendere se il paziente ha stabilito
un’alleanza con gli operatori è la condivisione del
progetto che il Servizio intende attivare.
La condivisione, a sua volta, presuppone la costruzione congiunta del
progetto tra gli attori coinvolti (paziente, familiari, servizi
istituzionali, risorse informali).
A questo proposito, a volte è difficile condividere un progetto
quando le premesse alla base dello stesso sono i problemi legali che
condizionano, inevitabilmente, il progetto fin dal suo nascere.
Infatti, a volte s’ipotizza un percorso terapeutico di tipo
residenziale quando la persona è ristretta in carcere.
Può accadere che la suddetta persona svolga il programma
per il tempo necessario ad espiare la pena e che successivamente,
abbandoni il progetto.
Il caso di Renato è emblematico. Il paziente aveva espresso,
più volte, nel corso delle carcerazioni, l’intenzione di
intraprendere un percorso comunitario. Poiché si tratta di una
persona con piccoli precedenti penali, le sue pene , fino ad oggi, sono
state abbastanza brevi.
Questo fatto, unito alla considerazione che egli non aveva mai
intrapreso un percorso comunitario, ha indotto negli operatori la
decisione di accogliere la domanda d’ingresso in comunità.
Durante l’ultima carcerazione, gli operatori hanno voluto
proporre una comunità prima che uscisse dal carcere (egli
è stato accolto da una struttura terapeutica agli arresti
domiciliari). Nonostante ciò, terminati gli obblighi legali,
Renato ha lasciato il programma sostenendo di non avere più
bisogno degli operatori, convinto di riuscire a realizzare un
reinserimento in modo autonomo.
Era inevitabile che Renato, abbandonato il programma precocemente, avesse una ricaduta nell’uso di sostanze.
Nuovamente rientrato in carcere, gli operatori hanno deciso di
attendere la fine della carcerazione per rivalutare la situazione
complessiva.
Il paziente, dimesso dal carcere e nuovamente ricaduto, ritorna al
Servizio con la medesima richiesta (essere inserito in comunità).
Gli operatori, dopo essersi accertati che Renato scegliesse la
comunità volontariamente, senza vincoli giuridici, hanno
acconsentito a formulare un nuovo progetto comunitario.
In questo caso, si può dire che il progetto d’invio in
comunità fosse condiviso solo superficialmente, sebbene Renato
abbia una buona relazione con gli operatori coinvolti nel progetto.
Occorre dunque considerare un altro indicatore per definire
l’alleanza terapeutica: il cambiamento che effettua il
paziente, in virtù di un ruolo attivo che egli assume
all’interno della relazione e della
“complicità” che stabilisce con gli operatori.
Il cambiamento, che scaturisce sempre da una situazione di crisi,
può avere due direzioni: può essere involutivo (quando
è negativo ed è una retrocessione) oppure evolutivo
quando proietta il soggetto in avanti.
Il primo è definito da un ritorno ad una condizione del soggetto
mal tollerata dalla persona stessa o dalla società. Un esempio
esemplificativo è il ritorno alle sostanze stupefacenti per quei
soggetti che già si erano disintossicati, oppure il ritorno in
carcere per persone che già sono in fase di reinserimento.
Il secondo si verifica quando il soggetto riesce a considerarsi nel
futuro, a proiettarsi in là nel tempo, a progettare la vita e la
propria esistenza, a raggiungere gli obiettivi per i quali ha lavorato
fino a quel momento.
È importante sottolineare che si può parlare di
cambiamenti solo in relazione ad obiettivi ben precisi e verificabili,
poiché altrimenti non si può definire se si è di
fronte ad un cambiamento evolutivo od involutivo.
Ai fini dell’alleanza terapeutica si possono considerare anche
minimi cambiamenti, identificati da obiettivi a breve termine, come nel
caso di Vittorio, inserito in comunità terapeutica. Il suo
progetto riabilitativo è in fase di conclusione, ma la morte
della madre ha disorientato il paziente che, già privo di
strumenti culturali propri, si ritrova ora nella necessità di
dover gestire contemporaneamente il patrimonio della madre (conto in
banca, casa), il recente lavoro ed il tempo libero che gli rimane. Per
il superare le difficoltà di gestione della sua vita, con
Vittorio si devono perseguire obiettivi molto concreti e graduali, a
partire dalla cura della sua persona e dal mantenimento del posto di
lavoro.
L’alleanza terapeutica, dunque, non può avvenire prescindendo da alcuni obiettivi, seppur minimi, di cambiamento.
La valutazione di tali cambiamenti rappresenta un ulteriore, delicato
momento dell’alleanza terapeutica. Ciò richiede che gli
obiettivi siano stati preliminarmente chiariti con il paziente, anche
nella loro declinazione operativa, ed alla sua portata non solo in
termini di raggiungibilità ma anche di condivisione consapevole.
Solo in questo modo operatori e soggetto in trattamento potranno
arrivare a valutare correttamente i piccoli progressi della cura e
della riabilitazione sociale, affinché diventino prerequisiti di
ulteriori cambiamenti.
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