Ricerche in campo psicopedagogico e fatti
di cronaca ci informano di un aumento della criminalità
giovanile, dell’aggressività, della presenza, anche
nelle scuole italiane, del fenomeno del bullismo,
della necessità di una maggiore e soprattutto migliore
comunicazione in ambito familiare.
Famiglie felici convinte di aver un buon
rapporto con il proprio figlio frequentemente si trovano
davanti a comportamenti inaspettati e indesiderati, affermano
di “non riconoscerlo più” interrogandosi sulle cause
di tali atteggiamenti .
L’informazione televisiva ci aggiorna sempre più
frequentemente di delinquenza minorile e atti criminali
commessi da adolescenti. Vi sono alcune trasmissioni televisive
che affrontano temi pedagogici come l’educazione dei figli,
il rapporto tra genitori e figli, metodi educativi adottati
nelle scuole ecc., difficilmente però vi è
un’analisi approfondita delle cause del disagio adolescenziale,
degli attuali stili educativi, dei cambiamenti delle relazioni
familiari, e non si arriva ad attuare proposte concrete
volte al miglioramento dell’attuale situazione e alla prevenzione
della mancanza di comunicazione nelle relazioni; viene lasciato
uno spazio maggiore alla notizia in grado di stupire, meravigliare,
scatenare emozioni momentanee rispetto alle discussioni
approfondite su certe tematiche che valorizzano la necesita’
di capire e analizzare determinate problematiche educative
e sociali e valutare le proposte di iniziative che mirano
a interventi concreti per migliorare la situazione attuale.
I genitori vengono frequentemente colpevolizzati
e si ritrovono a soffrire per non saper assolvere ad uno
dei compiti più importanti della loro vita che è
quello di educare i propri figli. Ma quali sono le proposte
per aiutare i genitori ad estrapolare le loro risorse per
far fronte al loro compito educativo? Chi è il “maieuta”,
riferendosi a Socrate, che estrapola le loro potenzialità?
In questo contesto sociale è necessaria una maggiore
sensibilizzazione all’attuazione di progetti volti ad analizzare
e aiutare i genitori, permettendogli il confronto con gli
altri e una ricostruzione di se stessi volta ad una riprogettazione
esistenziale aperta alla comunicazione, al dialogo, all’apertura.
Come osserva Paola Milani, Docente e ricercatrice
di Pedagogia della Famiglia presso la Facoltà di
Scienze della Formazione dell’Università di Padova,
l’ educazione familiare è da tempo presente nella
realtà italiana, vi sono stati molti progetti rivolti
a gruppi di genitori di bambini delle scuole materne, elementari
e medie che non hanno poi avuto un seguito forse perché
mirati più a trasmettere, a dare ricette; c’è
bisogno invece di una nuova prospettiva dell’educazione
familiare che consideri l’educare nei suoi due originari
significati, polari, di “tirar fuori e guidare”.
“Può essere utile pensare a come aiutare i genitori
a rafforzare le loro proprie competenze educative, le loro
potenzialità, aiutandoli allo stesso tempo a dare
una direzione di senso, un significato al loro agire quotidiano,
orientando la loro storia a una progettualità che
contribuisca a creare senso di identità e continuità
per i diversi membri di ogni singola famiglia” (Paola Milani,
2001).
Talvolta si ricorre alla medicalizzazione
senza che vi sia una necessità effettiva, molti Genitori
si trovano ad affrontare problemi quotidiani, come ad esempio,
in caso di figli adolescenti, l’incertezza sul comportamento
da assumere davanti alle incessanti richieste del motorino
o agli atteggiamenti di distacco e aggressività nei
loro confronti; questo può causare dubbi e perplessità
riguardanti la validità dei propri stili educativi,
con reazioni di incoerenza educativa; quando ciò
diventa insonstenibile si ricorre alla richiesta di “cura”
senza aver cercato dentro noi stessi le risorse che possediamo,
senza aver fatto emergere la nostra originale identità
per far fronte a tali problematiche.
Facendo riferimento ad alcuni modelli pedagogici del passato
possiamo affermare che “ognuno è modello di se stesso”,
come sosteneva Froebel, o che ogni bambino va rispettato
e incoraggiato nel suo desiderio di “fare da solo” come
sosteneva Maria Montessori.
Winnicott, famoso psicanalista, afferma:
“Genitori sufficientemente buoni
Sono quelli necessari ai bambini piccoli e grandi…
Per essere coerenti, oltre che prevedibili, noi (genitori)
dobbiamo essere noi stessi.”
“Il ragazzo, in particolare l’adolescente alle prese con
la costruzione di una sua identità, ha bisogno che
il genitore continui ad essere se stesso, cioè un adulto
con un proprio sistema di valori, con interessi, con desideri,
ed anche con bisogni, un adulto che continua a svolgere la
funzione di colui che contiene, che da i limiti e che contemporaneamente,
riconosce l’altro, il figlio, come una persona diversa da
lui, con potenzialità in espanzione, che nel corso
della crescita acquisisce sempre maggiori strumenti per fare
scelte personali costruttive, anche se non necessariamente
corrispondenti a quelle che il genitore si aspetterebbe dal
figlio o desidererebbe da lui.” (Eugenia Pelanda, 1998,19)
Milani configura l’educazione familiare
come:
- un modo di rafforzare l’autonomia
dei genitori in particolare, affinchè siano in grado
di riconoscere e utilizzare risorse, producendone di nuove
per sé e per gli altri.
- un modo di rendere le famiglie capaci di gestire autonomamente
i problemi, di ricercare i maggiori livelli possibili di
qualità della vita per tutti i suoi membri e di ben-essere
sociale per la comunità in cui è inserita.
(Paola Milani , 1993, 16)
L’adolescenza e
l’educazione familiare
Durante il periodo dell’adolescenza l’individuo
inizia, sulle macerie della propria infanzia, a costruirsi
una identità stabile, ma è un periodo pieno
di contrasti e insicurezze.
I modelli che la società propone, l’importanza ad
esempio data all’immagine esteriore, (basta pensare che
la TV dedica a più tempo a trasmissioni televisive
che riguardano Moda ed estetica anziché temi di interesse
sociale quali l’educazione o la psicologia; o alle numerose
pubblicità che presentano sempre più frequentemente
corpi femminili “perfetti” ) porta ad una maggior paura
del giudizio altrui e al frustrante inseguimento di modelli
irragiungibili.
In questo contesto sociale il ragazzo adolescente
inizia a distaccarsi dai genitori, ricerca autonomia, e
una propria e definita identità; la famiglia e le
relazioni hanno bisogno di una “ristrutturazione” nel senso
che i genitori devono adattarsi e abituarsi ad un figlio
autonomo, accettare la “separazione” e per far fronte a
questo c’è la necessità di comprensione, cambiamento,
riadattamento e crescita da parte di tutti i membri della
famiglia.
È
importante comprendere che: “Il genitore è prima
di tutto un essere umano con caratteristiche specifiche,
risultato della sua storia personale, delle sue esperienze.
Egli è dunque una persona con delle competenze, con
un sistema di valori, con delle potenzialità, con
dei limiti, che continuano ad esistere anche quando decide
di avere un figlio e quindi di assumersi la responsabilità
di un altro essere umano e della sua crescita”. (Eugenia
Pelanda, 1998)