| Esperienza
di una discesa profonda
A sedici anni guardavo solo alla mia "effettività"
e la odiavo talmente da non vedere in me nessuna "possibilità",
non mi stavo affatto curando, mi stavo ammalando…..
La mia esistenza allora era tradotta in un non
voler soffrire, fuggire lontano da me per non guardare in faccia
quella maledetta timidezza che mi portavo appresso e che mi rendeva
insostenibile la vita con gli altri; non potevo nemmeno nascondere
la mia ansia poiché era resa visibile dal mio arrossire. Eppure
avevo un bisogno enorme degli altri, dei miei compagni, dei miei
amici, del gruppo, dell’essere "popolare".
"La timidezza è un atteggiamento mentale che
predispone le persone ad essere estremamente preoccupate della valutazione
sociale che gli altri hanno di loro. Come tale essa determina un’acuta
sensibilità ai possibili segnali di rifiuto. C’è la tendenza a evitare
ogni persona o situazione che in qualche modo può implicare una
critica dell’aspetto esteriore o del comportamento della persona
timida".
In fondo ero molto preoccupato di apparire perché
il giudizio degli altri era per me di enorme importanza tanto che
non mi sentivo mai all’altezza delle situazioni e sprofondavo sempre
più nelle mie frustrazioni e nel mio masochismo autodistruttivo.
E i miei genitori? E i miei educatori? Sembravano
non dare importanza al "mio problema", i miei voti a scuola,
il comportamento educato, il silenzio d’oro, sembravano essere i
cardini della crescita e sembravano dirmi: "Tu vali solo quanto
il tuo ultimo successo".
"Crebbi come un ragazzino buono e obbediente
che aveva paura e odio per l’autorità, ma che non era capace di
rispettare il valore delle sue emozioni e delle sue opinioni".
Addirittura, siccome spesso arrossivo, alcuni di
questi adulti-educatori evitavano di parlare con me: forse per non
mettermi in imbarazzo? Come mai allora mi sentivo sempre più "piccolo",
sempre più insignificante?!
"Forse l’ultima cosa al mondo alla quale un
genitore penserebbe durante l’attesa di un figlio è chiedersi se
il bambino sarà timido. Preghiamo che il bimbo sia sano e normale
e, quando arriva, contiamo le sue piccole dita delle mani e dei
piedi e partiamo per quello straordinario viaggio che è l’essere
genitori. Registriamo regolarmente la crescita in statura e peso,
ricordiamo le pietre miliari delle prime parole e dei primi passi,
acquistiamo libri per incoraggiare la lettura precoce; ora arriviamo
perfino a comperare piccoli computer per iniziare al sapere i nostri
futuri piccoli geni. L’enfasi sullo sviluppo motorio, sulle abilità
verbali e sull’apprendimento ha generalmente distolto l’attenzione
dei genitori degli insegnanti e perfino degli psicologi infantili
dalla crescita sociale e emozionale del bambino. Solo recentemente
le figure che a vario titolo si occupano dei bambini e del loro
sviluppo hanno preso consapevolezza dei gravi e deleteri effetti
prodotti dal fatto di ignorare o dare per scontato il cosiddetto
"normale" sviluppo della sensibilità sociale e del benessere
emozionale dei bambini.
Secondo Segale e Yahraes, sebbene sia vero che molti dei dubbi che
un bambino nutre su di sé abbiano origine dalla sua interiorità,
essi possono tuttavia essere rinforzati o ridotti dall’ambiente
esterno, e altre ansie infantili non metterebbero mai radice se
non fosse per i messaggi distruttivi dell’Io che le figure adulte
chiave nella vita del bambino gli trasmettono a cuor leggero".
Ero diventato completamente dipendente dal ruolo,
dall’etichetta che altri avevano costruito intorno a me, tanto che
ancor oggi sto combattendo contro questi fantasmi. L’unico modo
per uscire da questo abisso era per me allora, l’essere inautentico,
essere qualcun altro, qualcos’altro vista la mia "incapacità
di abitare la mia storia, di assumere il mio destino, accettando
la mia effettività e lasciando agire il mio poter essere in quanto
tale".
Mi è stata inculcata la paura dell’errore, sono
cresciuto con questa angoscia dentro che non ti permette di esporti,
di rischiare, di "essere" nonostante le tue debolezze;
è un continuo allontanarsi da sé alla ricerca di un rifugio comodo
e sicuro.
La timidezza fa moltissime cose cattive alla persone,
sia giovani che vecchie:
-
Rende difficile incontrare persone nuove o
gustare esperienze potenzialmente positive.
-
La timidezza impedisce alla persone di difendere
efficacemente i propri diritti e di esprimere le proprie opinioni
e i propri valori. Le persone timide hanno una forte tendenza
a conformarsi e generalmente non mettono in discussione regole
o autorità oppressive.
-
Favorisce un’eccessiva consapevolezza di sé
e una altrettanto eccessiva preoccupazione per le proprie reazioni,
precludendo così la preoccupazione o semplicemente l’interesse
per gli altri.
-
Generalmente, la timidezza è accompagnata da
stati d’animo negativi come la depressione, l’ansia, la scarsa
autostima e il senso di solitudine.
-
Quando i sintomi della timidezza sono a pieno
regime, la persona timida ricorda con imbarazzo le esperienze
passate e si preoccupa in anticipo per le possibili future gaffe.
-
Le persone timide di tutte le età sono spesso
fraintese. Possono essere viste come persone non interessate
a quanto l’interlocutore sta dicendo, oppure scostanti o inaffidabili,
perché non riescono a guardare gli altri negli occhi.
-
Rispetto agli altri, le persone timide sono
più dipendenti dai pari e più vulnerabili alle loro pressioni,
il che, nel caso dei giovani, li espone e li rende deboli alle
pressioni a fumare, bere, fare uso di droghe.
"Per Binswanger il rischio formativo, il rischio
di mancare la propria esistenza sembra abitare innanzitutto l’intersoggettività:
la possibilità di essere se stessi dipende sia dalla originaria
disposizione del soggetto, il proprio fondo, la propria effettività,
sia dalle disponibilità offerte dagli altri a esistere".
Mi sentivo come afferma Binswanger "costretto
ad essere", non potevo esistere che in una modalità che in
qualche modo gli altri o la vita hanno stabilito.
Prigioniero della mia timidezza, costretto ad atti
ripetitivi e senza significato formativo, sprofondavo spesso nella
noia dell’esistere, il mio esserci acquistava senso solo nella "bottiglia",
nell’euforia alcolica che costruiva il mio essere idealizzato e
conforme a ciò che volevo gli altri vedessero. Anche quando bevevo,
mi ubriacavo, nessuno sembrava com-prendere dove stavo andando;
cose da ragazzi si diceva, presto tutto si risolverà. Lo stereotipo
poi della bevuta in compagnia che rende allegri era avallato dalla
permissibilità circolante nel contesto sociale che considerava l’abuso
alcolico come panacea delle fatiche lavorative settimanali.
L’alcolista, il tossicodipendente sono assimilabili
al malato mentale come cita Palmieri: "Vivono perifericamente,
fuggendo dal proprio fondo fuggono ciò che sono".
La mia timidezza affogata nell’alcool poco a poco
è venuta poi a contatto con tutto ciò che provocava il fatidico
"sballo", l’uscire da sé volontariamente perché inconcepibile
vivere con sé; quindi dall’haschis alle anfetamine, dalla cocaina
fino all’eroina, il salto è breve e senza sosta.
Non ho mai pensato che tutto ciò che assumevo potesse
fare male alla mia salute/cura fisica e psichica, che potesse essere
controformativo o che svuotasse completamente la mia persona, ciò
che volevo era star bene con me stesso e sentirmi a mio agio anche
con gli altri (tutto ciò era per me ottenibile solo attraverso lo
"sballo"), questi i miei obiettivi fino a ventisei anni
compiuti! Mi sono trovato a ventisei anni dipendente da eroina,
alcolista, senza un lavoro, senza amici (quelli veri), con dei genitori
disperati, una personalità invisibile, una salute debilitata, nullatenente,
un fallito insomma, un di-sperato (senza speranza)!
Ho rincorso per tutta la mia giovinezza dei
pensieri irrazionali che rivedo citati dallo psicologo Albert
Ellis nel libro "Il bambino timido" casa editrice Erickson:
- Per essere una persona felice e di valore è necessario essere
approvati e amati praticamente da tutti e per tutte le cose che
si fanno; essere criticati o rifiutati è un fallimento personale
catastrofico per il quale si dovrebbe essere puniti o sentirsi
malissimo.
-
Per valere come persona è essenziale essere
perfettamente competenti, adeguati e di successo sotto ogni
possibile aspetto.
-
Per essere felici non bisogna mai sentirsi
frustrati; è anormale e catastrofico che le cose non vadano
come si vorrebbe e bisogna reagire alla frustrazione con la
rabbia o…..Una persona dovrebbe cercare di evitare la maggior
parte delle difficoltà e delle responsabilità che la vita pone
e cercare sempre la gratificazione immediata. Non si dovrebbero
fare progetti a lungo termine per il proprio piacere e divertimento.Le
persone e le cose dovrebbero essere sempre migliori di quello
che sono ed è terribile se non si trovano subito soluzioni perfette
alle tristi realtà della vita.
- La felicità umana suprema può essere raggiunta attraverso l’inerzia
e divertendosi in maniera passiva e senza impegno.
Nessuno mi aveva aiutato a comprendere come la
sofferenza sia parte integrante di sé:
La cura inautentica analizzata da Foucault "trae
origine da un gesto, una scelta originaria, un gesto che sembra
sorgere all’interno di una problematizzazione del rapporto dell’uomo
con quello che rappresenta ciò che egli fatica a capire, a controllare,
a sopportare. Questa scelta originaria del pensiero occidentale
nasce nell’ambito dell’esperienza della follia, della malattia,
della morte: di ciò che effettivamente l’uomo moderno ha allontanato
da sé, colonizzato con il linguaggio della razionalità e quindi
esorcizzato, nel tentativo forse di mettere a tacere quell’inquietudine
che tali esperienze sembrano tuttora non smettere di suscitare".
L’esperienza di cura ricevuta al N.O.T. (Nucleo
Operativo Tossicodipendenti) del mio paese è stata fallimentare:
un servizio burocratizzato, figure responsabili istituzionalizzate
incapaci di calarsi nella sofferenza lacerante della dipendenza,
spoglio di quell’accoglienza umana che apre alla confidenza; ricordo
gli appuntamenti mensili con l’assistente sociale che invece di
incoraggiarmi cercava di convincermi ad entrare in una comunità
di recupero, invece di ascoltarmi cercava di far fluire la sofferenza
in alvei già conosciuti e precostituiti come se i tossicodipendenti
fossero da curare tutti allo stesso modo. Una psicologa che mi riempiva
di test che mi facevano sentire ancora più incapace forse tentava
di oggettivarmi fino a scoprire in quale fase orale o anale mi trovassi,
e poi?…..poi rifiuta di continuare le sedute di psicoterapia con
il sottoscritto perché al primo incontro non ho niente da dire!!
"La clinica nasce innanzitutto come organizzazione
di una esperienza medica e in particolare dell’insegnamento medico.
Il suo oggetto è la malattia, non l’individuo malato; il compito
non è curare ma riunire e rendere sensibile il corpo organizzato
della nosologia. Si tratta di conoscere la malattia, la verità della
malattia, per situarla in un campo nosologico che la renda visibile,
riconoscibile".
Foucault ci aiuta a scoprire "che la cura
non è semplicemente accudimento di soggetti in condizione di dipendenza
o di disagio, svolto con un obiettivo emancipatorio più o meno consapevole.
Ma è anche intervento che separa il disagio dall’agio, il disordine
dall’ordine, la sragione dalla ragione, la diversità, la follia
dalla normalità, la malattia dalla salute. La cura diventa così
anche un gesto che taglia, che interna, che ghettizza ciò che in
un determinato contesto storico e socio-culturale è intollerabile:
è un gesto che forse vorrebbe eliminare ciò che mette in crisi una
costituita identità sociale, incarnandone l’ombra".
Ancora Foucault e Heidegger aiutano a comprendere
quel taglio originario di memoria Cartesiana che ha plasmato la
cultura occidentale: "quando la malattia e la morte cessano
di rappresentare e di essere vissute come esperienze che aprono
nell’uomo il dialogo con la sragione, con il mistero di una differenza
che non si può ne sopprimere ne dominare; quando vengono decisamente
separate dall’esperienza umana come infinitamente altro, quando
poi vengono iscritte nella finitudine dell’uomo sottoforma di elementi
scomponibili che si danno nello sviluppo della vita, allora malattia
e morte possono essere conosciute come "cose del mondo",
oggettivate, e così può essere conosciuto e curato anche l’uomo:
come un corpo, come un organismo della cui fisiologia fanno parte,
vita, malattia e morte allo stesso modo. Ma, direbbe Heidegger così
si perde l’uomo, si perde il senso dell’uomo e si affida il suo
essere ad una conoscenza inautentica, che lo riduce a cosa. Da ciò
non si può che dedurre una cura inevitabilmente inautentica, appiattita
sull’utilizzabilità. Autore:
Cesare
Gualandris,
educatore
da una decina di anni in una cooperativa di solidarietà sociale
di tipo B che si occupa di inserimenti lavorativi di persone svantaggiate
(in gran parte utenti della psichiatria). Iscritto al terzo anno
di Scienze dell'Educazione presso l'Università di Bergamo.
Volontario in un gruppo di accoglienza per tossicodipendenti in
provincia di Bergamo. |