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La scuola media, anello debole del sistema di istruzione

Anello debole dell’istruzione italiana. Così è considerata la secondaria di primo grado, per tutti, ancora, scuola media. Un anello idealmente «specializzato» per accogliere e formare i ragazzi nell’età della vita più delicata.

Nei fatti, però, lo dimostra il «Rapporto sulla scuola in Italia 2011» della Fondazione Giovanni Agnelli, interamente dedicato a questo segmento, la media è in troppi casi terreno di coltura della futura dispersione (19%, secondo l’Istat): a chi nasce in una famiglia con condizioni socio-economiche e culturali disagiate, offre poche chance di portarsi alla pari con i figli di laureati o diplomati.

Il direttore della Fondazione Agnelli, Andrea Gavosto, ha ripercorso le condizioni della scuola media, le ragioni di debolezza. L’attenzione si concentra sugli insegnanti. «Il numero è in calo dagli anni ‘90, l’età media è la più elevata, 52,1, con un picco significativo tra i 58 e i 60», ha detto Gavosto. «Il turnover è al 35%, con il maggior numero di docenti precari. E da troppi la media è considerata momento di transito verso le superiori». Ancora: gli insegnanti delle medie sono i più insoddisfatti della propria formazione iniziale. «Sono la categoria che sente di avere meno strumenti didattici alternativi alla lezione frontale».

Che fare, allora? «Occorre realizzare uno degli obiettivi alla base della scuola media unica, nata nel 1962: garantire - ha spiegato Gavosto - un livello di apprendimento adeguato a tutti i ragazzi di 14 anni, indipendentemente dal loro retroterra socio-economico e culturale. È proprio nella scuola media che molti divari si amplificano e si innescano circoli viziosi che generano tassi inaccettabili di abbandono delle superiori: per essere più efficace, la scuola media deve essere più equa, garantire quelle opportunità di successo che oggi non garantisce».

Fin dalla media, che pure è obbligo, la scuola non è «ascensore sociale». Anzi, è il più doloroso stop. Addirittura «studiato», in disgraziati casi, piuttosto numerosi al Sud ma non solo. «Nell’area di Torino, anni fa, c’era una scuola in cui la dirigente aveva diviso i ragazzi sui tre piani in base alle prospettive che avevano di andare al liceo, all’istituto tecnico, al professionale», ha detto Stefano Molina, dirigente di ricerca della Fondazione Agnelli. Al di là dell’orrore che suscita questo «modello», il Rapporto dimostra che «creare classi eterogenee sulla base dell’origine sociale e culturale conduce a migliori apprendimenti». A Torino e a Cuneo, dove questa condizione si realizza più che altrove, il risultato del test Invalsi è superiore di un punto alla media del Piemonte.

Il perché questo accada, i ricercatori possono al momento solo intuirlo. «Alle elementari le differenze non si sentono, alle superiori gli studenti sono già segmentati - osserva Stefano Molina -. Le medie sono l’ultima occasione per uno studente di incontrare ragazzi diversi da sé. È possibile che tutto questo produca degli stimoli e che funzioni l’effetto “peer education”. Anche per questo occorre interrogarsi sugli strumenti da adottare per ottenere in questa fascia di età il massimo beneficio».

Fonte: LaStampa, 15/02/2012

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