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A 16 anni rifiuta il padre

Sono la mamma di F. di 16 anni, che da circa 4 anni mostra un insofferenza verso il padre, mi spiego meglio, non sopporta la voce del padre, a ogni sua parola mostra nervosismo e irritabilità e reagisce schiarendosi la voce in continuazione, agitandosi, fino a doversi allontanare fisicamente!

Abbiamo fatto un percorso con una psicologa, e per un periodo il problema è scomparso, quando si è ripresentato abbiamo consultato una psichiatra che ci ha rassicurato dicendo che F. è un ragazzo sano, intelligente, che sa guardarsi bene dentro, ma che trattasi di un problema di crescita personale. Ha consigliato a F. di farsi aiutare, ma lasciandogli ampia e libera scelta. F. davanti a lei ha detto di si, ma già quando siamo usciti ha detto che tanto non serviva a niente, è andato a 2 incontri e poi si è rifiutato. Ho cercato di dirgli che io e il papà non possiamo permette di vederlo soffrire così e ho cercato di convincerlo a tornare dalla dottoressa o da qualcun altro (magari un uomo), e mi ha detto che tanto non c'è niente da fare, che questo problema non passerà mai, e che l'unica soluzione è allontanarsi da casa (non so se me lo abbia detto perché lo crede davvero o per provocazione).

Io e mio marito spesso siamo presi dallo sconforto e forse non abbiamo la giusta forza per rassicurarlo. F. è sempre stato un ragazzo socievole, simpatico (ama tutte le situazioni dove ci si può fare una bella risata, film comici, amici simpatici, ecc.), ha avuto sempre un buon andamento scolastico(anche se adesso sta un po’ trascurando la scuola). Ultimamente sta vedendo meno anche gli amici, insomma è in una situazione in cui non è tranquillo.
Ha un fratello di 18 anni con cui vanno d'accordo condividendo la passione per i cani, parlano tanto, ma di questo problema non ne hanno mai parlato; sono io che in questo periodo ho chiesto al fratello di provare a parlarci e di convincerlo a farsi aiutare, ma ha reagito a questa richiesta con disagio, e in effetti non ne hanno ancora parlato.
Mi creda io non so più cosa fare, mio marito si sta chiudendo in se stesso, vuoi per non dargli fastidio, vuoi perché non riesce a affrontare il problema!!
Vi ringrazio sentitamente dei consigli che mi darete e cordialmente saluto.

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Gentile sig.ra Marina
ho riflettuto a lungo sulla particolare situazione che ci presenta, cercando anche il parere di altri colleghi, ma non sono riuscito a trovare una risposta soddisfacente alla domanda seguente: che cosa possiamo offrirle attraverso questa lettera che non abbia già sentito nella consultazione diretta di psicologi e psichiatri? Inoltre, disponendo solamente degli elementi che mi ha fornito, mi riesce davvero difficile elaborare alcun tipo di spiegazione fondata.
Sarebbe importante, per me, “sentire la voce” di suo marito, la sua spiegazione dei fatti, cosa ricorda del momento in cui questo problema è iniziato, quali sono a suo parere le cause scatenanti. Lo inviti a scrivermi in modo riservato, neppure condividendo con lei la lettera che egli vorrà inviarmi.

Nel frattempo mi permetto di identificare alcuni elementi che potrebbero fornire delle piste di approfondimento e di riflessione.
Innanzitutto occorre valutare l’origine del problema. L’atteggiamento di suo figlio potrebbe essere ricompreso in una forma, seppur esasperata, di opposizione propria del periodo adolescenziale; oppure potrebbe avere un’origine traumatica, cioè essere stato originato da qualcosa che suo marito ha fatto (o omesso di fare) nei confronti di F.
Il secondo elemento da prendere in considerazione è la possibilità di avere uno o più canali alternativi a quello verbale per la necessaria comunicazione educativa padre-figlio e viceversa. In altre parole, occorrerebbe esplorare in quali modi sia possibile attivare o riattivare un “dialogo muto” tra di loro; ad es. fare sport insieme, suonare insieme, dipingere insieme. Questi approcci, anche eventualmente mediati da un terapeuta, eviterebbero di consegnare il problema della “disfunzione relazionale” alle sole responsabilità di suo figlio, il quale – come lei conferma – non si riconosce affatto di avere un particolare problema, tant’è vero che è una persona allegra e socievole.
Questo ultimo passaggio mi sembra particolarmente importante: ciò che va curato, nel vostro caso, non è suo figlio, ma la relazione padre-figlio. Credo che solo orientando gli sforzi in questa direzione si possa arrivare ad una qualche evoluzione.

 


copyright © Educare.it - Anno XII, N. 3, febbraio 2012

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