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Si picchia da solo e vuole rompere tutto

Gent. ma dott.ssa,
ho letto la sua consulenza dal titolo "Si picchia da solo" e mi sono rincuorata un pochino;
Mio figlio Giovanni, di 30 mesi, fin da piccolo reagiva ai divieti e all'impossibilità di ottenere ciò che voleva battendosi la testa a terra. Questo comportamento pian piano, con l'aumentare della sua capacità di parlare era andato scomparendo fino a cessare del tutto intorno ai 18/20 mesi. Giovanni ha sempre frequentato il nido, ma a settembre a causa di diverse situazioni abbiamo dovuto cambiare struttura e a Giovanni la cosa non è andata molto giù (tra l'altro la nuova maestra non gli piace); Giovanni è molto metodico in tutto per cui quello lì non è l'asilo è... non riesce a spiegarselo.

E il disagio è andato crescendo: risultato riprende a sbattere la testa con la variante verbale di dichiarare cose tipo: "e adesso io mi arrabbio e scappo via!!!" "e adesso io mi faccio male!!" "e adesso io mi butto via, anzi butto via te e tutti i giocattoli!!!". Sia io che mio marito abbiamo interpretato la cosa come una difficoltà momentanea che avremmo dovuto pian piano affrontare, ma un giorno la maestra viene da me e mi dice che secondo lei il bambino non è normale, che forse è il caso di portarlo dal neurologo, che non si è mai visto un bambino di quell'età comportarsi così e che in ultima analisi forse io dovrei restare più a casa. Tutto questo davanti a Giovanni che a perspicacia non è secondo a nessuno. Risultato io sono entrata letteralmente in crisi (con lacrime agli occhi), Giovanni ha visto le ombre assumere fisicità mostruosa, gli episodi di sbattere la testa e di mammite acuta sono precipitate con una insicurezza che da Giovanni va a me e ritorno.

Sono consapevole che è un mio problema che devo risolvere per il bene del bambino riportando la calma dove doveva stare. Ma la prego mi dia un consiglio per recuperare la serenità, che un parere fuori luogo ci ha fatto perdere.
Grazie in anticipo.

sostieni_educareit

 

Gentile Signora,
mi sembra di capire dalla sua e-mail che in questo momento non si attende di ricevere un consiglio in merito a come trattare il problema di comportamento di Giovanni; da alcuni passaggi della sua mail tra cui, "... ma a settembre a causa di diverse situazioni abbiamo dovuto cambiare struttura e a Giovanni la cosa non è andata molto giù (tra l'altro la nuova maestra non gli piace)..." " ... Sia io che mio marito abbiamo interpretato la cosa come una difficoltà momentanea che avremmo dovuto pian piano affrontare..." mi è parso di cogliere che avete già identificato le ragioni dei comportamenti del piccolo oltre alle strategie per affrontarli, probabilmente grazie anche all’esperienza precedente conclusasi con il superamento del problema.

Credo di non sbagliare nel cogliere che l’intervento dell’insegnate vi ha destabilizzato fortemente per i messaggi impliciti che vi ha inviato e i dubbi che ha sollevato.
Tutto ciò credo le sia rimasto dentro come un boomerang impazzito, che ha perso la mano direttrice e colpisce all’impazzata tutto ciò che tocca senza mai fermarsi, perché la mano che lo ha mosso lo ha scagliato e non è rimasta ad attenderlo.
A questo punto poco importa capire se l’insegnante avrebbe potuto rivolgersi a voi diversamente. Quello che è detto è detto e rimane nella realtà con la forza del vincolo che non può essere cambiato. Si può allora provare a pensare come questo vincolo può essere trasformato in possibilità per la scuola, la famiglia, il piccolo.

Dunque, come iniziare a prendere in mano un’esperienza che ha sollevato sofferenza, paura, insicurezza e influito anche sul rapporto con il bambino e forse incrinato il rapporto scuola/famiglia?

a. Per prima cosa vi consiglierei di verificare se l’affermazione fatta dall’insegnante sia condivisa o meno anche dalle altre insegnanti. In caso di non condivisione delle affermazioni cercate di comprenderne il motivo: ad esempio non tutte individuano come troppo disturbanti e disturbati i comportamenti di Giovanni. Questo vi permetterebbe di ridimensionare e ripensare il problema e di ridimensionare il worning dell’insegnate partendo da un analisi condivisa della situazione.
Nel caso, invece, vi fosse condivisione di pareri, perché i comportamenti del bambino sono ricorsivi in eguale misura con tutte le insegnanti, provate ad esplorare con loro in quali situazioni sono emersi e come sono intervenute, quale progetto educativo hanno stilato e quali interventi educativi hanno elaborato e coordinato.
Verificate il tipo di problemi che il bambino presenta a scuola e verificate se la scuola nel restituire a voi il problema lo fa perché si sente inadeguata ad affrontarlo lei stessa. Giacché quest’ipotesi non sembra molto lontana dalla realtà provate ad aiutare la scuola a gestire i comportamenti del bambino spiegandole come avete in passato gestito voi stessi la relazione con lui e quali interventi avete agito e i risultati ottenuti. La scuola deve essere stimolata a prendere in mano le sue difficoltà a prescindere da quelle che possono essere le difficoltà della famiglia. Un insegnate può anche dare consigli alla famiglia rispetto alla gestione di un problema che il bambino presenta, non entriamo qui nel merito del tipo di consiglio, ma deve anche rendere comprensibile quali sono le posizioni, gli interventi educativi, il tipo di relazione educativa che intende attivare o ha attivato la scuola. E’ anche importante che tra scuola e famiglia esista collaborazione che non può esserci però se non vi è da entrambe le parti la capacità di prendere in carico il bambino ciascuno per le proprie competenze.

b. Se avete un dubbio che il bambino soffra di qualche disturbo particolare, se ritenete che il consiglio di recarsi da un neurologo possa avere fondamento rivolgetevi al vostro pediatra, conoscendo il bambino e ascoltando le informazioni che potrete dargli, sarà in grado di valutare se una visita da un neurologo è necessaria, se è consigliata per ridarvi serenità, se non è assolutamente necessaria. Immagino tuttavia che il vostro pediatra sia già a conoscenza delle problematiche che avete incontrato con Giovanni, e il fatto di non aver visto menzionato nulla nella lettera mi fa pensare che non vi abbia mai proposto controlli da specialisti.

c. Per quanto riguarda l’insicurezza che si è ingenerata rispetto alla competenza del proprio ruolo genitoriale credo sia importante che accogliate questa insicurezza come una possibilità che vi permette di incontrare e confrontarvi con mondi diversi dal vostro ma che come il vostro si occupano d’educazione (ad esempio questo scambio di e-mail non sarebbe mai avvenuto diversamente). Il fatto che un educatore, in questo caso naturale, ad un certo punto del processo educativo in cui è coinvolto senta il bisogno di confrontarsi con qualcuno, che possa restituire un punto di vista diverso dal proprio, permette l’apertura di nuovi orizzonti di significato e il potenziamento della propria competenza educativa. Essere educatore naturale come educatore professionale o insegnate non esime dal continuo sentirsi e pensarsi in "formazione", in "crescita". Il dubbio, l’incertezza possono essere di grande aiuto per evolvere purché non costringano alla chiusura e alla paralisi. Il genitore perfetto non esiste, se per genitore perfetto si intende colui che tutto capisce e tutto può; esiste il buon genitore che è colui che sa mettersi in crisi (cioè in disordine), che sa assumersi le proprie responsabilità e restituire agli altri le loro, che riesce a cercare le strade per dare senso a strade "incomprensibilmente" chiuse, che affronta le frustrazioni provocate da chi è a sua volta frustrato (il bambino, l’insegnante) con la determinazione di chi sa che ciò avviene perché considerato importante e unico riferimento valido per individuare qualche soluzione.

Dunque non perdetevi d’animo e distinguete gli ambiti:

1. Verificate col pediatra che non vi siano problemi che richiedono interventi specialistici;

2. Nel caso in cui vi sia confermato che i comportamenti del piccolo sono il segnale di un ingaggio relazionale (così come avete ipotizzato sino ad oggi) mantenete costante il monitoraggio, verificate costantemente la pertinenza degli interventi e la loro efficacia, chiedete alla scuola di collaborare e di lavorare con voi affinché la vostra relazione sappia tenere conto della specificità di ciascuno senza scadere in inutili attribuzioni di colpevolezza, tematizzate la relazione esistente tra scuola e Giovanni, cogliete i cambiamenti che il piccolo apporta e dategli un significato che possa indicare nuove possibilità di intervento o nuove evoluzioni o involuzioni.
Come avete interpretato il fatto che il bimbo ora esprime anche verbalmente la sua rabbia: come l’aggravarsi di una situazione o come il segnale che sta sperimentando un nuovo canale per comunicare i propri sentimenti?
Attenzione dunque alle interpretazioni che darete perché potranno portarvi a pensare ad un progresso o a un regresso: pensare ad un progresso potrebbe aiutarvi a trovare soluzioni per privilegiare la modalità verbale del bambino a scapito di quella fisica.

3. Se nutrite il desiderio di essere aiutati a riappropriarvi di una percezione positiva della vostra genitorialità, rivolgetevi ad un esperto, come ad un consulente pedagogico, che vi dia delle restituzioni in merito alla situazione che vivete, ai modelli educativi e interpretativi che state utilizzando o che potete utilizzare nella relazione con il bimbo, e che vi possa aiutare a verificare il percorso effettuato sino ad oggi, oltre a sostenervi nel tematizzare quale possibile collaborazione intrattenere con la scuola.

Bene, a questo punto mi fermerei sperando di esserle stata utile almeno per iniziare a recuperare il bandolo della matassa.
Le mando un caro saluto.

 


copyright © Educare.it - Anno III, Numero 11, ottobre 2003

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