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Ritardo del linguaggio

Gentile dottore,
le vorrei parlare di mio figlio Luca di 3 anni e mezzo: ha una diagnosi di ritardo del linguaggio che inizialmente sembrava dovuto a cause psicologiche.  A 1 anno diceva una decina di parole e già dall’età di 9 mesi andava al nido lamentandosi solo un po' all'arrivo.

Poi a 15 mesi circa ha gradualmente perso tutte le parole che sapeva (ne ha usate sempre meno e nell’arco di 3-4 mesi non ne è rimasta più nessuna), ha anche avuto un rigetto dell'asilo nido, sia al momento della separazione sia come rifiuto di qualsiasi attività proposta dalle maestre, sia come indifferenza generica verso i bambini. Allo stesso modo si è lamentato più energicamente quando lo lasciavo con la baby sitter. Inoltre ha ripreso a mangiare con le mani, ad assaggiare gli oggetti o annusarli, tutto nell'arco di qualche mese. Quando qualsiasi donna o ragazza ci veniva a trovare o la incontravamo per strada, lui aveva subito paura che questa potesse essere una baby sitter e le stava lontano attaccandosi ai genitori.

Oltre alla "causa" asilo, abbiamo pensato ai nuovi scontri col fratellino (di due anni più grande) nati in quel periodo perché Luca iniziava a camminare e ad usare "altri" giochi di cui il fratello era più geloso e litigavano continuamente mentre erano andati molto d’accordo fino a quel momento, però continuavano anche a giocare insieme. Inoltre abbiamo pensato allo scarso adattamento di noi genitori al luogo dove abitavamo, la Puglia , molto diverso da Milano dove avevamo vissuto fino alla nascita di Luca, nonostante fosse la terra d’origine del papà, e ci rendevamo conto sempre più di volercene andare via .  Ancora all’età di 2 anni il bambino sembrava dire parole o frasi ma in realtà erano solo delle prosodie: ti-ttì, te-te-te-ti-tì , ca-cà …, e l’unica parola rimasta era tia con cui nominava i gatti. Non diceva più nemmeno acqua se la voleva e piuttosto andava a prendersi una sedia lontana per prendere l’acqua da solo se noi facevamo finta di non capire. Allora lo abbiamo portato da un neuropsichiatra che ha diagnosticato un disturbo della regolazione, gli ha fatto fare un EEG nel sonno (in parte anche da sveglio con dei lampi di luce) e una prova dell'udito (ABR a soglia nel sonno) da cui pare sia tutto a posto.

All'età di circa 30 mesi ci siamo trasferiti nella nostra attuale abitazione in provincia di Rieti e fin dai primi mesi Luca ha ripreso a dire delle parole (non proprio le stesse di prima), tutti ci siamo trovati meglio, Luca si è ambientato bene nella nuova scuola (materna) e ci va volentieri. L'ho comunque portato da una neuropsichiatra della ASL e oltre a diagnosticare un ritardo linguistico (confermato solo oggi) ha confermato il disturbo della regolazione sospettato in precedenza. Nonostante i suoi faticosi progressi e la sua voglia di parlare (fa discorsi o domande di tipo prosodico miste a gesti in cui si comprendono alcune parole ), non riesce a farsi capire molto perché gli mancano i vocaboli. Oggi usa circa 30-40 parole, dette a modo suo, soprattutto nomi. Mangia con le posate, assaggia meno gli oggetti. Se c'è una persona adulta nuova non ha più tanta paura del distacco (da quando ormai si è affezionato alle sue maestre) ma continua ad esserne molto imbarazzato e soprattutto con la neuropsichiatra che lo deve osservare si sente "a disagio" e non collabora. La sera fatica proprio ad addormentarsi e la stanchezza di giorno lo rende nervoso e più “chiuso”.
Ora che ci troviamo a fine anno scolastico è veramente stanco la mattina, come tutti, ma il suo modo di reagire a scuola è quello di morsicare spesso le persone e stare sempre attaccato alle gambe della maestra e così con me alla sera, non riesco a girare per casa.  Vorrei capire oltre al ritardo linguistico cosa c'è che non va, perché le cause psicologiche mi sembrano ormai risolte. Soprattutto vorrei essere sicura di star facendo tutto il possibile per lui. Ma la neuropsichiatra continua a dire aspettiamo ancora un po' ... Secondo lei sarebbe utile fare degli accertamenti ? E poi vorrei chiederle se per questo tipo di disturbi sia utile la terapia psicologica (da una psicologa infantile). L'unica terapia che lui fa è la psicomotricità, la logopedia no perché la logopedista della ASL ha detto che non può tirargli fuori il linguaggio ma solo correggerlo quando sarà "uscito" di più, magari fra un anno o due. 
La ringrazio per l'attenzione

 

Gentile sig.ra Annalisa
credo di poter comprendere la preoccupazione per il suo bambino. La situazione che mi descrive, in effetti, presenta concreti elementi di difficoltà che non possono essere trascurati; non credo neppure che la consultazione via e-mail sia la modalità corretta per un approfondimento: ciò che posso offrirle in questo modo, in tutta onestà, è solo un parere generico e qualche elemento di riflessione.

Leggendo la sua lettera mi si è formata l’impressione che la situazione attuale di Luca sia frutto di una sfavorevole concomitanza di fattori interni e di fattori esterni. Probabilmente il suo bambino sta continuando a mancare un obiettivo di equilibrio psicologico, che altro non è che un punto di mediazione tra i suoi bisogni profondi (di competenza, di rassicurazione, di accettazione profonda, di rispetto e protezione, di attaccamento etc.) e le richieste dei contesti in cui vive: di comunicazione attraverso le parole, di relazione corretta con adulti e coetanei, di rapporto con oggetti ed alimenti … Questo stato potrebbe dipendere dal disturbo della regolazione che è gli stato diagnosticato; oppure potrebbe essere proprio questo il focus del disturbo. Nella sua descrizione di Luca, infatti, non sono chiariti gli elementi che hanno portato il neuropsichiatra a quella diagnosi; avrà scoperto che i disturbi della regolazione, pur essendo riconosciuti come categoria diagnostica specifica, in realtà comprendono una serie molto ampia di difficoltà: di regolare il comportamento, i propri processi fisiologici, sensoriali, attentivi, motori o affettivi; di coordinare uno stato di calma, di vigilanza o uno stato affettivo positivo.

Da pedagogista mi sento di indirizzare gli sforzi per l’aiuto del suo bambino non tanto sull’approfondimento della diagnosi (ciò che ha fatto il neuropsichiatra), quanto nella ricerca della “cura”. Lei sostiene che le cause psicologiche sembrano ormai risolte, probabilmente per il fatto che tutta la situazione intorno a Luca è mutata positivamente. Anch’egli ha fatto progressi, ma non staccherei precocemente l’osservazione da quel punto di equilibrio psicologico cui tendono tutte le persone e che si manifesta nelle forme della serenità e della gioia. Finché non vedrà questo nel suo bambino, probabilmente saprà che sta faticosamente – talvolta dolorosamente - ricercando e che, come nel suo caso specifico, ha bisogno di aiuto. La domanda, a questo punto, va posta in merito all’intervento psicomotorio: lo sta davvero aiutando? Luca ne trae benefici “visibili”? Senza mai nutrire aspettative miracolistiche, credo che in situazioni “pesanti” come la vostra, l’efficacia di un intervento si debba misurare su dei miglioramenti piuttosto rapidi, seppur di minima entità. Se non ci sono, probabilmente occorre pensare ad un altro tipo di aiuto: nel vostro caso, il ricorso ad uno psicologo infantile potrebbe essere proprio opportuno. Cerchi con cura il professionista cui affidare il suo bambino, chieda che tipo di metodologia e di strumenti usa; l’età di Luca e le sue caratteristiche richiedono approcci non verbale e molto proiettivi, come l’arteterapia o la sandplay therapy.
La saluto con mille auguri di tutto cuore

 


copyright © Educare.it - Anno XI, N. 9, Agosto 2011

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