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Bambino con attaccamento morboso al papà

Sono un papà di un adorabile bambino di 22 mesi il quale sta attraversando una fase di attaccamento morboso nei miei confronti, con reazioni rabbiose e di auto-aggressività qualora non sono disponibile.

Quando ci sono vuole stare quasi sempre con me, preferendomi addirittura alla madre, e capita che quando non posso più tenerlo in braccio, o se devo uscire per andare al lavoro o (fisicamente) staccarmi da lui per un qualsiasi motivo, allora strilla, minaccia di darsi schiaffi, poi se li da, a volte sbatte la tesata al muro o per terra fino a provocarsi dolore e piangere. Ultimamente, e questo mi preoccupa ancora di più, quando faccio per staccarmi da lui fisicamente, lui si butta alla cieca costringendomi a salvarlo dalle cadute; in queste circostanze è già successo diverse volte che ha sbattuto la testa per terra.

Tutto ciò ha molto effetto su di me, che tendenzialmente tendo a essere un po' ansioso e preoccupato per lui, e mi suona come una sorta di ricatto che lui attua per tenermi vicino. Inoltre devo dire che anch'io soffro nel separarmi da lui, se lui piange e strilla disperato come se avesse paura di essere abbandonato.

Quest'atteggiamento, anche se non così esagerato, ce l'ha anche con la mamma, la quale lo adora e lo cura ancora più di me.

A detta degli altri, baby-sitter e parenti che sporadicamente si occupano di lui, quando la mamma ed io non ci siamo (lavoriamo entrambi) lui è tranquillo e non fa molti capricci. Devo dire che mi sono occupato di lui insieme alla mamma fin dal principio, facendogli i bagnetti, svegliandomi la notte per riaddormentarlo giocando con lui nel tempo libero, ecc. Inoltre, altro aspetto da non sottovalutare, dall'età di 6 mesi lo abbiamo affidato a varie baby-sitter: la prima l'abbiamo mandata via dopo un mese, la seconda ha cambiato lavoro dopo due mesi, la terza, alla quale il bimbo si era affezionato di più, è durata un anno e poi è scomparsa improvvisamente per via di un incidente.

Ora, con l'aiuto dei nonni che si sono trasferiti a casa nostra, lo stiamo inserendo al nido, e da tre settimane va solo la mattina. Nonostante tutto, le cose procedono bene, a parte questi momenti di morboso attaccamento a mamma e (soprattutto) a papà, di mattina e la sera, per cui diventa difficile per noi fare qualsiasi cosa che non sia occuparci di lui.

Cosa possiamo fare per rasserenarlo e fargli superare quest'angoscia d'abbandono? Da una parte siamo portati a coccolarlo soddisfando quasi sempre le sue richieste dandogli molto affetto, dall'altra pensiamo che quando si arranbbia e fa i capricci con auto-aggressività dovremmo ignorarlo per indurlo a comprendere che è sbagliato. Potreste darci dei suggerimenti?
Grazie.

 

Gentile papà,
dalle ultime righe della sua lettera emerge la consapevolezza da parte sua e di sua moglie che ciò che affligge il suo bambino è "l'angoscia da abbandono". Operata questa breve considerazione forse è necessario fare qualche riflessione che ci permetta di capire il motivo per il quale il vostro bambino adotti la modalità del pianto o quella dell' autoprovocarsi dolore e come vengono interpretati i segnali e le richieste dalle figure di riferimento a lui vicine.

Dopo la nascita un bambino " si sente in contatto e in relazione" a seconda di come la madre fin dai primi istanti di vita, ma anche nella vita pre-natale, ossia nel mondo uterino, è stata in grado di percepire ed ascoltare segnali, le sue richieste ed i suoi bisogni. In questo rientra il modo con cui essa ascolta i suoi movimenti quando ancora egli è nel mondo intrauterino, come lo guarda, lo tocca, lo tratta, come gli sta vicino: questo è ciò che infonde nel bambino il senso di "essere degno" e che gli permette di acquisire la fiducia in se stesso, negli altri e la capacità di amare. Questo permette che egli sia in contatto ed in relazione oltre che con sé anche col mondo e costituisce la base della formazione del Sé. Con questi presupposti anche le separazioni inevitabili e dolorose verranno superate senza traumi profondi.

Se ciò avviene diversamente, per lui essere lasciato significa non essere sufficientemente amato. Questa diventa una paura che è presente anche per brevi separazioni: esse diventano tragiche, gettano nel panico di un pericolo imminente.
Nello stesso tempo la relazione con le figure genitoriali non deve cadere in un eccesso di iperprotezione, ma deve essere moderatamente frustrante in modo che il bambino possa sviluppare ed esprimere le sue capacità aggressive e ciò nonostante sentirsi amato. Questo lo condurrà ad affrontare in modo adeguatamente aggressivo la vita e a difendere i suoi diritti.

Certo, deve essere assecondato in questo fin dai primi mesi di vita, sentirsi compreso e accettato per questi suoi atteggiamenti, così da essere in grado di superare la simbiosi con la madre e compiere i primi passi per la sua individuazione, separazione. In tutto ciò le figure di riferimento non devono sostituirsi ad ogni sua iniziativa, né tanto meno devono sommergere il bambino di tenerezze o di critiche eccessive o impedire che egli si esponga al mondo con la modalità "lascia che faccio io". In questo modo gli viene impedita, oltre all'aggressività anche l'autoaffermazione attraverso divieti, timori e raccomandazioni che lui sente come una camicia di forza.
L'aggressività quindi nel bambino prende vie diverse o attraverso la sottomissione, o con equivalenti aggressivi che possono essere anche distruttivi.

L'equivalente aggressivo può essere adottato anche da un bisogno di sicurezza, o dalla necessità di controllare la situazione, di vigilare su una situazione che non può sfuggire dal suo controllo. Ma può anche trovare il suo imprinting nell'esclusione. Può essere che, inavvertitamente, le figure di riferimento tendano ad escludere il bambino dalla relazione. Spesso, il mondo del nostro quotidiano si svolge all'interno di una lotta con il tempo e ciò impedisce di coinvolgere nella relazione coloro ai quali siamo più attaccati.

Con questo non voglio affermare che il vostro bambino sia il protagonista di questa esclusione, ma forse ciò può essere un'ulteriore chiave di lettura che permette di comprendere la sua reazione come necessità di imporre la sua presenza accattivandosi simpatia, attenzioni, premure, in una parola, affetto.

Provate ad osservare il vostro bambino attraverso un mediatore importante, quale è la fiaba: essa è composta da elementi magici e fantasiosi, tramite il simbolo riesce a produrre un'azione benefica e positiva sul bambino che consente, attraverso l'attività fantasmatica di ritornare a temi conflittuali vissuti in precedenza o attuali e non completamente superati. Permette al bambino di investire le varie componenti di significati e permette di esternare anche le sue cariche aggressive. Infonde fiducia, ottimismo, speranza. Provi a pensarlo come un oggetto transazionale nel quale un bambino trova sicurezza soprattutto quando il legame con la madre si allenta. Si caratterizza per l'elemento magico, per la figura dell'eroe e il bambino può proiettare su di essa e sulle diverse figure che rappresenta, le sue ambivalenze.
Il vostro racconto non dovrà essere una lettura di tipo tecnico, ma una narrazione che permetta al vostro bambino di esprimere ciò che senta e di liberarsi dall'ansia.

Questa osservazione attenta permetterà di capire se è un momento passeggero e che può essere gestito modificando anche alcuni atteggiamento familiari, oppure se sarà necessario rivolgendovi ad uno specialista dell'età evolutiva e ciò potrà essere deciso soltanto da voi genitori, se lo riterrete necessario.

 


copyright © Educare.it - Anno V, Numero 6, Maggio 2005

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