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Separazione e trasferimento

Sono separato da circa un anno e mezzo. 
Sono separato consensualmente e l'affidamento dei nostri tre figli è stato disposto per la mia ex moglie. Abitiamo nella stessa città e durante questo anno e mezzo abbiamo concordato i tempi in cui io posso vedere i miei figli nel seguente modo: ogni mercoledì, fine settimana alternati, festività di Natale e Pasqua alternate, due settimane di vacanza l'anno (per un totale di circa 130 gg/anno).

La mia ex moglie ha ora deciso di trasferirsi in altra città (distante quasi 500 km dall'attuale). (Per inciso: attualmente la mia ex moglie vive in casa di sua proprietà e passerebbe nell'abitazione materna o comunque di altro familiare). La decisione è sua, esclusivamente, e quindi mi trovo costretto a cambiare radicalmente il modo in cui potrò vedere i miei figli. Modalità peraltro che potrebbe incidere notevolmente sulla psicologia dei bambini (un conto è un papà a qualche decina di minuti di distanza e un conto è un papà che non c'è se non nel giorno/i concordato/i) oltreché sulle mie risorse di tempo e finanziarie.

Quello che chiedo è dunque quanto è possibile che la sua decisione di trasferimento possa essere condivisa o meno da me, e se e quali possibili cambiamenti nel contributo di mantenimento ho diritto di chiedere e concordare. La richiesta di affidamento congiunto dei figli potrebbe modificare la situazione?

 

Gentile signore,
dalla sua lettera intuisco che lei non condivide appieno la decisione di sua moglie di trasferirsi, cosa che sicuramente comporterà un notevole cambiamento nel vostro ménage familiare. La vostra separazione è stata consensuale, dal che ne deduco che gli accordi di separazione siano stati mutualmente soddisfacenti per entrambi, e che fino a questo momento sia lei sia la sua ex moglie li abbiate rispettati. Quindi che lei abbia potuto godere del diritto sancito dal giudice di vedere i suoi figli nei tempi e nei modi stabiliti negli accordi.

Ora, data l'intenzione della sua ex moglie di cambiare residenza, le circostanze di fatto sulla cui base sono stati varati quegli accordi sono mutate, e lei mi chiede se ha diritto di mutare conseguentemente quegli accordi. Lei certamente ha questo diritto, e può quindi sottoporre al Tribunale della sua città la richiesta di revisione. Esistono dei problemi in tal senso, dovuti ai tempi spesso lunghi della macchina giudiziaria, e al fatto che le modifiche degli accordi difficilmente soddisfano i padri come lei, desiderosi di mantenere un rapporto solido con i figli. Le dico questo non per dissuaderla dal chiedere la revisione, cosa perfettamente legittima nel suo caso, quanto piuttosto per metterla in guardia dalle possibili conseguenze di azioni legali che potrebbero danneggiare il rapporto con la madre dei suoi figli. In questi casi io consiglio sempre di cercare di mediare i conflitti in modi alternativi alle battaglie in tribunale, che, e questo è un dato di fatto, fanno più vittime che vincitori, e per lo più lasciano i padri con l'amaro in bocca.

Attualmente il nostro sistema giudiziario sostiene la figura materna più di quanto non lo faccia con quella paterna. In oltre il 90 per cento dei casi gli affidamenti sono alle madre, e come lei saprà l'esercizio della potestà è difficilmente scalfibile. L'affidamento congiunto è un'opzione valida e sicuramente degna di essere promossa dai giudici, che ancora stentano ad applicarla ad ampio raggio. Il problema dell'affidamento congiunto è che così come concepito dalla legislazione attuale è davvero difficilmente applicabile. Per questo è strettamente consigliato soltanto in casi in cui le circostanze oggettive lo permettano - assenza o basso livello di conflittualità fra gli ex coniugi, esistenza di circostanze pratiche che lo consentano -.

Esistono molte associazioni che si stanno battendo da anni, con buoni risultati, per modificare l'art. 155 del codice civile che regola l'affidamento dei figli. Una delle proposte più interessanti è quella dell'affidamento "condiviso": l'esercizio della potestà è concesso ad entrambi i genitori, che sulla base di competenze, abitudini e possibilità si distribuiscono i compiti educativi e di crescita dei figli, i quali tuttavia continuano a vivere con un solo genitore. In poche parole verrebbe a scomparire il concetto di "assegno di mantenimento" perché gli ex coniugi contribuirebbero alle spese per i figli in base alla loro personale disponibilità. L'idea che regge la proposta è insomma quella di sollecitare un coinvolgimento attivo da parte di entrambi i genitori, e non soltanto da parte del genitore affidatario, (le potrebbe interessare consultare il sito dell'associazione Papà separati Papà separati http://www.papaseparati.it/ e quello di Crescere insieme http://associazioni.comune.firenze.it/crescereinsieme/ ).

Detto questo, per quanto riguarda la sua specifica situazione io le consiglierei di parlare con la sua ex moglie dell'eventualità di consultare un mediatore familiare per rinegoziare gli accordi in vista dell'imminente cambiamento di città. Quello che deciderete insieme in quella sede ha il vantaggio di essere il frutto di interessi ed esigenze vostre e dei vostri figli, e non della stereotipia e impersonalità delle norme giudiziarie. La mediazione familiare dura al massimo 10/12 incontri, e comunque non più di quelli necessari al raggiungimento di accordi che soddisfano entrambi. Il mediatore, figura terza e neutrale, ha il compito specifico di far si che durante gli incontri vengano rispettate le regole di rispetto, sincerità e collaborazione fra gli ex coniugi, ma non ha alcun ruolo nel tracciare i contenuti degli accordi, che sono il risultato di una contrattazione dei genitori. In poche parole, i coniugi in mediazione cercano di trovare soluzioni - perché no, anche creative - ai problemi della separazione e ai cambiamenti che ne conseguono, mantenendo come punto di riferimento prioritario il benessere dei figli. In mediazione succede spesso che le mogli, prima restie a far vedere i figli all'ex marito, si rendano conto di come sia anche nel loro interesse poter delegare al padre alcuni compiti educativi, cosa che permetterà loro di avere più tempo per il lavoro o per se stesse. Si lavora, insomma, sugli interessi e non sulle prese di posizione aprioristiche.

 

 


copyright © Educare.it - Anno I, Numero 11, ottobre 2001

 

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