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Non fatemi piangere!

Il pianto è un mezzo di comunicazione, l'unico mezzo che i bambini molto piccoli possiedono per esprimere i loro bisogni e i loro disagi. Purtroppo, ancora oggi, in molti sono convinti che sia giusto lasciar piangere i bambini e, tra questi, anche molti addetti ai lavori (psicologi, pedagogisti, pediatri…).

Alcuni pediatri consigliano ad esempio di lasciarli piangere per un’ora perché, dicono, tale strategia li aiuta a farsi i polmoni, cosa assolutamente falsa e priva di basi scientifiche. Alcune mamme mi hanno confidato che intervengono per consolare il loro figlio solo dopo che il pianto si protrae per un quarto d'ora, pensando che se il piccolo piange per un tempo minore non ha nulla di serio. Comunemente si pensa infatti che un bambino abbia bisogno di essere nutrito, lavato, cambiato e tenuto in un ambiente sufficientemente caldo o fresco a seconda della stagione; non si pensa invece che il bisogno prioritario di un piccolo sia quello di contatto e di vicinanza fisica. “I genitori sappiano che il loro bambino è del tutto normale se esprime la necessità del contatto fisico continuo. Per tutti i bambini del mondo questo è un bisogno primario e va soddisfatto” [1].

Succede che altre mamme li lasciano piangere ed escano a fare una passeggiata, in casa rimane il marito che alza il volume della radio per coprire il rumore fastidioso. Naturalmente le mamme escono perché non ce la fanno a rimanere in casa a sentire il loro piccolo disperarsi, cercando così distrazione alla loro voce interiore che invece suggerirebbe di consolarlo nel più breve tempo possibile. Le madri si comportano così per metterli in riga, per dar loro delle regole, probabilmente condizionate da tante raccomandazioni fin troppo comuni: “Lascialo piangere che sennò lo vizi”, “Mettilo giù che ce l’hai sempre in braccio!”. “Ma guarda che piagnone, certo è troppo coccolato! Ma così non diventerà certo indipendente!” Queste povere mamme sono disabituate ad ascoltarsi e cadono spesso vittime dei consigli dell’esperto di turno. Quasi sempre di sesso maschile e senza alcuna esperienza diretta di bambini, che con tracotanza ed autoritarismo si permette di sostituirsi all’innato ed autorevole buon senso femminile.

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Io penso che ogni mamma abbia bisogno solamente di essere accompagnata, incoraggiata e sostenuta per poter così reimparare ad ascoltarsi, perché consolare, cullare, allattare a richiesta il proprio cucciolo è la cosa più naturale e sensata che una donna possa fare. Il pianto dei bimbi è stressante, è irritante e questo per spingere i genitori ad attivarsi, a trovare una soluzione; un piccolo infatti non ha ancora delle risorse proprie di autocontenimento e ha bisogno che i suoi genitori lo aiutino a ritrovare una situazione di equilibrio e di tranquillità emotiva attraverso il nutrimento, il contenimento affettivo (un abbraccio, una coccola, il seno materno), attraverso la loro presenza attiva fatta di sorrisi, di parole sussurrate, di canzoncine dolci, solo così potrà sviluppare una buona autoregolazione interna, solo così potrà diventare una persona indipendente e fiduciosa rispetto agli altri. L’indipendenza infatti non può, come pensano in molti, essere imposta, ma va sostenuta e deve per forza essere preceduta da una dipendenza protratta per molto tempo. Sono lunghi a morire i pregiudizi e modelli educativi impregnati di anaffettività e di basso contatto, questo perché solamente due generazioni fa era considerata una forma di debolezza coccolare i propri figli, i bambini venivano infatti lasciati piangere e abbandonati a sè stessi per molte ore al giorno e presi tra le braccia solo per essere cambiati o nutriti. Tali idee sussistono intatte ancora oggi. Probabilmente tale modalità, che tentava di allontanare la mamma dal proprio bambino e che negava loro il diritto di affezionarsi era dovuta alle molte nascite e morti in tenera età, il non affezionarsi predisponeva apparentemente a non doverne soffrire la perdita.

Gli effetti negativi di questo tipo di educazione, che tenta di negare e soffocare i sentimenti, sono evidenti, soprattutto rispetto all'incapacità di molti adulti nell' esprimere e valorizzare le proprie emozioni. Certo è difficile accudire un bimbo, dargli attenzione e sollievo ogni volta che è agitato, ogni volta che è stanco o che solamente ne ha bisogno, alle volte è snervante, soprattutto per quelle mamme che da sole si sobbarcano la gestione della casa, di altri figli e che poi rientrano presto al lavoro. Forse tutto questo sforzo, questo impegno non retribuito, ci risulterebbe più sensato se sapessimo che è nella primissima infanzia che si pongono le basi per la salute fisica e psicologica futura. “Impegnarsi a fare i genitori significa perciò mirare in alto poiché fare il genitore con successo è una chiave di volta per la salute mentale delle nuove generazioni”[2]. Dobbiamo infatti diventare consapevoli che tanti disagi (depressione, ansia, malattie psicosomatiche) traggono origine da stati di abbandono o di incuria della primissima infanzia. “Come è crudele che coloro che sono stati meno curati nella prima infanzia possano avere anche maggiori probabilità di ammalarsi nel corso della vita successiva”[3].
Purtroppo a soffrirne sono non solo i figli di genitori disturbati ma anche quelli con genitori poco attenti ai loro bisogni emotivi, che non considerano importante dar loro rassicurazione, conforto, sicurezza probabilmente perché a loro volta da piccoli non l’hanno ottenuta. Dovremmo diventare più consapevoli che più i bambini sono coccolati, aiutati, sostenuti, più insomma si risponde affettuosamente alle loro esigenze più attiveranno i recettori del cortisolo che li aiuteranno a gestire lo stress in futuro. Infatti “se il bambino non ha l’esperienza di essere coccolato nelle braccia protettive della madre o se lei è assente per un periodo troppo lungo…il bambino sarà inondato di cortisolo, i cui recettori si disattiveranno”[4]. Inoltre “se non ottengono sufficiente attenzione empatica e una buona sintonia-in altre parole se non hanno un genitore interessato a reagire positivamente ad essi- allora parti del loro cervello non si svilupperanno bene”[5]. Non svilupperanno infatti il cosiddetto cervello sociale, quella parte cerebrale (orbito-frontale) atta alle relazioni. Quindi non abbiate paura di coccolare i vostri figli, di tenerli in braccio, di allattarli a richiesta, di portarli nelle fasce, o di farli dormire nel lettone, di sicuro non li vizierete, anzi rispondete ai loro bisogni di contatto e di vicinanza fisica e porrete così le basi per aiutarli a diventare più intelligenti e più resistenti allo stress, adulti equilibrati ed emotivamente in grado di gestire al meglio le situazioni difficili della vita.

 


Note

1. Alessandra Bortolotti, E se poi prende il vizio?, Il Leone verde, Torino 2010, p.81.
2. John Bowlby, Una base sicura, Raffaello Cortina Editore, Milano 1989, p. 1.
3. Sue Gerhardt, Perché bisogna amare i bambini, Raffaello Cortina Editore, Milano 2006, p. 107
4. Ibidem, p.122
5. Ibidem, p.128


Autore: Annalisa Gaspari,  laureata in Scienze dell'Educazione, ha proseguito gli studi specializzandosi in Pedagogia Clinica. Dal 2010 si dedica soprattutto all'educazione e alla formazione: svolge serate e supervisioni pedagogiche nelle Scuole dell'Infanzia, formazione negli Asili Nido ed accompagna genitori e bambini nel loro irripettibile percorso di crescita. Dopo essere diventata mamma, sente l'urgenza di lanciare un messaggio diverso rispetto all'educazione dei piccoli, ancora impregnata di autoritarismo e poco rispettosa delle loro esigenze.


copyright © Educare.it - Anno XI, N. 11, ottobre 2011

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