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Esperienza di una malattia

A Settembre del 2005 dopo diversi accertamenti diagnostici scopro di essere colpito da una malattia dal significato fino ad allora me oscuro: linfoma non Hodgkin IV stadio follicolare.
Intendo senz’altro, anche se da profano, che si tratta di qualcosa di serio, un tumore per intenderci, anche perché i medici (dall’ecografo, al chirurgo, al medico di base) mi “introducono” in questo labirinto della malattia dandomi le prime nozioni scientifiche e cercando di rassicurarmi in quanto agli esiti.
Le prime emozioni dopo la diagnosi, nel mio caso possono descriversi come preoccupazione, ansia per il futuro, legata alla famiglia, alle occupazioni quotidiane, ai progetti ecc.

I pensieri sembrano vagare incontrollati da una supposizione, da un’ipotesi o meglio da un’immagine all’altra quasi sempre con un’impronta negativa influenzata forse anche dall’impatto che la nostra cultura occidentale di taglio cartesiano ha prodotto nell’immaginario collettivo intorno all’idea di malattia , mi piace citare a questo proposito Foucault quando dice:
“La cura inautentica trae origine da un gesto, una scelta originaria, un gesto che sembra sorgere all’interno di una problematizzazione del rapporto dell’uomo con quello che rappresenta ciò che egli fatica a capire, a controllare, a sopportare.
Questa scelta originaria del pensiero occidentale nasce nell’ambito dell’esperienza della follia, della malattia, della morte: di ciò che effettivamente l’uomo moderno ha allontanato da sé, colonizzato con il linguaggio della razionalità e quindi esorcizzato, nel tentativo forse di mettere a tacere quell’inquietudine che tali esperienze sembrano tuttora non smettere di suscitare".
E in un altro passo:
“Quando la malattia e la morte cessano di rappresentare e di essere vissute come esperienze che aprono nell’uomo il dialogo con la ragione, con il mistero di una differenza che non si può né sopprimere né dominare; quando vengono decisamente separate dall’esperienza umana come infinitamente altro, quando poi vengono iscritte nella finitudine dell’uomo sottoforma di elementi scomponibili che si danno nello sviluppo della vita, allora malattia e morte possono essere conosciute come "cose del mondo", oggettivate, e così può essere conosciuto e curato anche l’uomo: come un corpo, come un organismo della cui fisiologia fanno parte, vita, malattia e morte allo stesso modo.
Ma, direbbe Heidegger così si perde l’uomo, si perde il senso dell’uomo e si affida il suo essere ad una conoscenza inautentica, che lo riduce a cosa, da ciò non si può che dedurre una cura inevitabilmente inautentica, appiattita sull’utilizzabilità.

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E’ vero la malattia ti rende “debole”, “vulnerabile”, si fa fatica a parlarne a mostrarla, raccontarla controllando le emozioni che suscita, la paura poi di essere rigettati dagli altri o di ingenerare timori inconsci come lo è nelle relazioni con persone handicappate o con i malati di mente o con i tossicodipendenti ecc., rischia di inibire le relazioni o di suscitare la tentazione di voler celare attraverso un’ apparenza ingannevole, un presunto “stigma negativo”.
Tutti gli aspetti della personalità paiono essere “umiliati”, ci si sente ad un tratto tornar come bambini, bisognosi di tanto aiuto, e si corre anche il rischio di farsi “coccolare” un po’ di più.
Tutto ciò però, questo stato emotivo, contiene un non so ché di più profondo, un sentimento di attaccamento, sperimentabile in un “ambiente favorevole”, che stringe in un patto d’amore, dove risuonano l’eco delle persone a te vicine che ti appaiono sotto altri aspetti, le vedi con occhi diversi, le relazioni si intensificano si fanno “a misura d’uomo” ed è palpabile un senso di solidarietà che rende forza, da coraggio, incute speranza e fiducia in vista di un riguadagnato “benessere” alla ricerca dell’omeostasi perduta.
Ciò che intendo dire e che per me è importante è il bisogno di restituire “significato” alla malattia anche quando questa ha a che fare con il pensiero della morte, e di rimando con il significato della vita, dell’esserci, dell’essere-con. Questo bisogno nella mia esperienza personale non può non entrare in contatto con quello che è la dimensione religiosa dell’uomo.
La malattia, gli errori, la morte mostrano che l’uomo non ha in sé la ragione del proprio esistere: egli è finitezza profonda che esige e richiama Dio, l’Infinito, l’Ineffabile, sorgente di essere e di vita.
Per i più scettici posso assicurare che questa non è una fuga consolatoria dove negare la realtà o vivere al di sopra di essa anzi è prendere in mano il proprio “compito” esistenziale con rinnovato vigore consci dell’unicità e irripetibilità del proprio esistere.

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