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Quando i gatti erano quarantaquattro

Chi di noi non è cresciuto con i quarantaquattro gatti che mettendosi in fila per sei ne avanzavano sempre due….? Quelle canzoni semplici che davano l’idea di una fanciullezza che oggi non è più quella di un tempo. I bambini sono molto diversi da quelli del 1957, anno in cui lo Zecchino d’Oro ha cominciato a dar voce ai più piccoli.

Era divertente sentire quelle storie che ancora oggi molti fanciulli cantano; il “Caffè della Peppina”, questa simpatica donna che faceva il caffè con pepe e sale, oppure quella canzone con un bambino che si ostinava a volere un gatto che doveva essere per forza nero, o ancora il naso di Peppone dove volava a ritmo di walzer un moscerino… Queste canzoni sono diventate degli evergreen della musica per fanciulli, facendo sorridere grandi e piccoli.

Lo Zecchino d’Oro sembra però aver perso quella sua specifica connotazione di musica che cantava la vita del bambino attraverso i bambini. Ascoltando le ultime canzoni del coro dell’Antoniano di Bologna (è il nuovo ruolo di papà ad impormelo!) ho scoperto che i testi di queste canzoni si allineano a quel prototipo di bambino che la società moderna vorrebbe formare: un bambino impegnato, informato sui problemi della politica, della pace, della guerra, che conosce la realtà di altri che vivono in paesi lontani. È il caso della canzone “Emilio” dove si parla di un uomo che viene da lontano e che sarà per la piccola protagonista – probabilmente adottata - il suo nuovo papà: “Emilio non so se mi assomiglia, ma so che con il cuore son sua figlia, è solo un anno che viviamo insieme, un anno intero di felicità. Emilio cosa c’è di meglio? Famiglia, è tutto ciò che voglio, sentire che qualcuno di vuol bene, sentire l’amore di un papà”. Nel testo di “Festival” c’è una frase che colpisce. Dei bambini di ogni età vanno ad un festival per stare in allegria e costruire un mondo di pace, facendo però una denuncia molto forte: “se segui questa musica, mai più malinconia […], mondo crudele non ci raggiungi più”. Mondo crudele… sono parole di bambini? Nella canzone “Una stella a Betlemme” un bambino palestinese dopo aver elogiato le bellezze della città di cui si sente padrone, canta prima in italiano, poi in arabo “Salam, ritornerò! Sì Betlemme tornerò la tua stella rivedrò, con la pace e l’armonia io ritorno a casa mia”.

Insomma lo Zecchino d’Oro quest’anno, aprendosi al mondo ospitando canzoni di varie nazioni, vuole far riflettere i bambini. L’intenzione sarebbe lodevole, ma la mia perplessità di genitore e di insegnante mi impone di chiedermi se questi bambini hanno le categorie mentali adatte per comprendere certe tematiche. Probabilmente no. Qualche anno fa una canzone dello stesso coro di Bologna chiedeva ai bambini di fare un momento di silenzio “per ricordare che più in là, oltre i monti ed il mare c’è chi ha un sogno di felicità” riferendosi ai bambini schiavi del lavoro minorile che in estremo oriente fanno i palloni, le scarpe colorate, i peluche e le bambole destinati ai coetanei occidentali.

A mio avviso dovremmo riflettere sul fatto che un bambino che va in prima elementare ha già 3500 ore di televisione alle spalle (indagine Eurispes). È la stessa pubblicità che lo spinge a comprare quel pallone e quel peluche fatto dal bambino della canzone. Non ha più la nicchia della famiglia che lo aiuta nell’interpretare quel problema dei bambini palestinesi - ma se vogliamo anche degli ebrei – davanti ad un’informazione che in nome dello share non tiene conto dei bambini che, ricordiamolo, formano un quinto della popolazione. E spesso i bambini sono confusi davanti a tanta abbondanza di dati e informazioni che non sanno vagliare attentamente: è il caso di un mio alunno di otto anni che nel sentire la storia di Abramo e Sara che in tarda età hanno un figlio per volere divino, interviene dicendo che ha visto alla tv una donna che a 64 anni ha partorito un figlio… e che quindi “se po’ fa!”. Del resto… lo ha detto la televisione!

Il “sistema” vuole creare un bambino pronto ad inserirsi nella società come soggetto consumante; nelle 3500 ore di tv c’è tanta pubblicità che condiziona i più piccoli nelle loro scelte. Non a caso l’infanzia, dai produttori, è vista come una fascia interessante di consumo, tanto da moltiplicare i prodotti per bambini. L’allarme che i pediatri lanciano in relazione all’obesità infantile non è solo il frutto di diverse ore di televisione consumata stando seduti, ma anche il consumo di prodotti alimentari di cui i bambini conoscono perfettamente il nome delle aziende produttrici. Ma il fenomeno si estende anche all’abbigliamento, ai giochi, alle calzature. Oggi le bambole vestono secondo precisi dettami che la moda impone.

L’educazione è lasciata in mano alla televisione, che ha soppiantato insieme alla scuola e ai libri anche la famiglia, dove i genitori non hanno più tempo per i figli. La tv e i mass media incidono sempre di più sull’educazione. La famosa “fascia protetta” in cui i programmi televisivi dovrebbero autoregolamentarsi andrebbe estesa non solo alle immagini visive che un bambino può vedere, ma anche ai contenuti dove gli argomenti offendono la sensibilità dei più piccoli. Pensiamo ai reality-show, esempio di cattivo gusto non solo per i più piccoli. Ricordo con grande preoccupazione il caso di una mia alunna di sette anni che vedeva il “Grande fratello” spesso da sola nella sua camera; quali effetti devastanti nel linguaggio e negli atteggiamenti aveva avuto questo programma in questa bambina. E non di rado scopro che oggi nei loro giochi che fanno durante la ricreazione a scuola, fingono di vivere in un reality dove lo scopo è eliminare l’altro. La logica dell’accoglienza è così completamente ribaltata dalla logica del reality che elimina l’antipatico, il poco socievole, il pettegolo. Proiettato nel mondo (veramente) reale potremmo allargare il discorso all’anziano, all’handicappato, a chi è svantaggiato.

Ripenso così al mondo crudele cantato dal bambino. Non sono parole di un fanciullo che per sua natura è aperto alla vita, alla meraviglia, allo stupore, alla gioia. I bambini devono tornare a fare i bambini, e non i cuccioli d’uomo. Devono cantare di una donnina che fa il caffè con la cioccolata e la marmellata, di tanti gatti che non riescono a fare una fila come si deve perché in soprannumero! Sarebbe bello poter ridare loro dei sogni di bambino, liberarli dalle molteplici forme di schiavitù che li minacciano. Permettetemi di concludere con una bella poesia di Giorgio Panariello che dice:

Bambini, Babbo Natale esiste ed esiste la Befana
Esistono i tre porcellini e la fata Morgana
Metti un dente sotto il bicchiere, il giorno dopo c’è un soldino
Peter Pan combatte ancora contro Capitan Uncino.
Boschi pieni di folletti e di orsi pasticcioni
Elefanti che con le orecchie volano come aquiloni
Esistono i giganti, i draghi, Artù e Merlino
E se segui quelle briciole puoi incontrare Pollicino.
Ma anche l’Orco sai esiste, te lo giuro su me stesso.
Ti dirà “C’era una volta”, stai attento, c’è anche adesso.

Come dire: dai quarantaquattro gatti agli orchi. Il passo sembra breve, ma incredibilmente pericoloso.



copyright © Educare.it - Anno V, Numero 5, Aprile 2005

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