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Storia di una Storia

raccontoOgni storia, che sia vera o del tutto inventata, prende la sua forma definitiva nella mente di chi la scrive. E come ogni mente è diversa dalle altre, così lo sono le storie che queste menti raccontano. 
Seppur alcune sembrano simili, c’è sempre un punto di vista che l’altra non ha considerato.
Ma vi siete mai chiesti cosa accadrebbe se la stessa storia venisse raccontata dalla stessa mente, ma in un diverso riferimento spazio-temporale? Probabilmente, se quella mente non ha subìto il fascino della conoscenza, le due versioni della storia alla fine potrebbero pure combaciare. Ma se, al contrario, ha trascorso la sua esistenza a navigare i burrascosi mari del dubbio, alla ricerca di risposte, faticando anche solo per trovarne una, cosa ne sarebbe della vecchia storia? Quella nuova risulterebbe così diversa da sembrare una nuova storia?
Se così fosse, tutte quelle menti capaci di percepire ed elaborare anche i più piccoli stimoli del mondo, potrebbero raccontare nuove vecchie storie continuamente, senza mai fermarsi.
Questa è la storia di una STORIA, catturata, in un preciso momento, da una mente capace di intercettarla.
Non sappiamo se la storia sia vera o se si tratti solo del frutto di una fantasia in fermento. Non sappiamo nemmeno se questa sia una tra le nuove revisioni o l’originale, diciamo la “prima” della storia. La raccontiamo così, per come l’abbiamo trovata, lasciando a ciascuno la libertà di ipotizzare cosa sia accaduto prima che questa storia venisse scritta, e anche cosa potrebbe accadere dopo.
Del resto, è ciò che facciamo quando ci accostiamo a un racconto. Iniziamo con il semplice atto di leggere fin quando, rapiti e appassionati dai suoi personaggi, cominciamo a fargli prendere forma e a delinearli, fino a farli diventare i nostri personaggi; gli diamo dei volti, proviamo a modellarli secondo il nostro gusto. E, quando osiamo osare, ci addentriamo nel luogo immaginativo del loro ideatore, credendo di riuscire a vederli così come lui li aveva originariamente creati. Se qualcosa del racconto non ci piace, allora proviamo a pensare come sarebbe andata se avessimo potuto intervenire proprio in quel punto della narrazione, facendo così prendere alla storia una nuova direzione. Nel far questo, non facciamo altro che creare nuove versioni della stessa storia, che diventano così nuove storie.

 

Quel giorno la STORIA sentì che era giunto il momento d’essere scritta; era stanca ormai di continuare a vivere come fosse un pensiero anonimo, isolato e astratto, da essere presto dimenticato e andar perso. Così, decise di andare da una vecchia donnina che osservava già da parecchi mesi, la cui casa era così calda e accogliente che ormai aveva finito col passarci gran parte delle sue giornate.
Vi starete domandando come mai una storia, che chieda di essere scritta, sia andata a rivolgersi proprio a una vecchia donnina. La risposta è semplice ma per nulla banale: i sensi spesso ingannano la mente, facendogli intendere ciò che non è; solo una paziente attesa può restituirle la giusta interpretazione della realtà. E la STORIA questo lo aveva imparato da tempo così come aveva imparato a riconoscere quale animo si celasse realmente dentro la custodia di un corpo qualunque.
La vecchia donnina, curvata dal peso del tempo, fischiettava e, impugnando un mestolo in legno come fosse la bacchetta di un direttore d’orchestra, mescolava una fumante zuppa il cui odore avrebbe potuto sciogliere anche i cuori più gelidi.

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La STORIA, dopo averla spiata per qualche minuto dal buco della serratura, si convinse ad entrare in cucina con la ferma intenzione di farsi riconoscere. La donnina intanto canticchiava e con un fare lento e delicato si alternava tra i fornelli e il tinello. Mentre era china, intenta a scegliere una tra le tante boccettine delle spezie riposte nel penultimo cassetto del carrellino portatutto (era così che la STORIA aveva finito col chiamarlo), fu presa da un capogiro. Lentamente, si portò verso una sedia e si mise a sedere, stringendo ancora in mano la boccettina del pepe. Iniziò a girarla e rigirarla tra le mani rugose, con lo sguardo fisso nel vuoto. Aveva smesso di fischiettare e tutto intorno era silenzio. Dopo qualche istante di esitazione, si rialzò, controllò la cottura della zuppa, quindi spense i fornelli. La zuppa doveva essere pronta, ne dedusse la STORIA. Stringendo ancora la boccettina tra le dita, la vecchia donnina si recò verso una stanza, posta sul lato opposto della cucina, aiutata da un nodoso bastone in frassino. La porta della stanza era chiusa. La donnina estrasse una chiave dalla tasca del suo grembiule, la infilò nella serratura e, premendo la maniglia verso il basso con tutte le forze che aveva in corpo, la aprì. La STORIA non era mai entrata in quella stanza: “che meraviglia” pensò. Capì, all’istante, che le sue supposizioni erano corrette: quella donna aveva letto e studiato molto nella sua vita. Quindi chi altri, meglio di lei, avrebbe potuto raccontarla?
La stanza profumava di legno, carta e libri. Lungo le tre pareti libere, dal pavimento fino al soffitto, si ergevano scaffali pieni zeppi di libri, intervallati da strani oggetti che sembravano provenire da ogni angolo del mondo. Al centro della stanza un enorme tavolo, anch’esso ricoperto di carte e di libri, occupava quasi tutto lo spazio lasciato libero dagli scaffali. La donnina, che sembrava conoscesse a memoria ciascun libro e la sua esatta collocazione all’interno di quella vasta moltitudine, ne estrasse uno che si trovava nella parte più bassa degli scaffali vicini alla finestra. La STORIA ipotizzò che la donnina doveva aver sistemato i libri che consultava con più frequenza nella parte più bassa, gli altri in quella alta. Il libro che aveva scelto era abbastanza grosso e doveva pesare molto, dato che dovette stringerselo al petto per trascinarsi fino alla scrivania. Qui si sedette e, dopo aver chiuso gli occhi e aver preso un lungo sospirò, lo aprì. La STORIA era così eccitata dall’idea di scoprire cosa contenesse quel libro, che si era perfino dimenticata il motivo per il quale si trovava lì. La donnina sfogliò delicatamente la prima pagina; poi la seconda. La STORIA si accorse che in quel libro mancava il titolo. Già aveva notato la sua assenza nella copertina, ma il tempo e l’osservazione le avevano insegnato che non tutte le copertine di libri, soprattutto se preziosi o antichi, contenevano il titolo. Ma, nella prima o nella seconda pagina, il titolo lo aveva sempre visto. In quel libro no; non ancora. La prima e la seconda pagina erano vuote. La vecchia donnina voltò la terza pagina: era coperta da armoniosi segni calligrafici scritti a mano e facilmente leggibili, con un inchiostro rosso (“scelta molto singolare” pensò dal canto suo la STORIA).

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