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Ombre nella nebbia

Cinzia Mazzoni barchetta in mezzo al mare«Oggi vi parlerò dei quattro elementi naturali da cui, secondo antichi filosofi, hanno origine tutte le sostanze esistenti: il fuoco, l’aria, la terra e l’acqua.»

Con queste parole la maestra Paola, appena entrata in aula, aveva annunciato alla classe l’argomento della lezione di scienze, la materia che Tarek amava più di tutte e che seguiva sempre con grande attenzione e concentrazione. Com’era suo solito, la maestra aveva preparato una lezione animata, che consisteva in una sequenza di immagini, proiettate da un fascio luminoso sulla parete bianca posta alle spalle della cattedra, che lei di volta in volta commentava avvalendosi dell’ausilio di una bacchetta, lunga e sottile, con cui indicava questo o quell’altro particolare della foto.

Presentò i quattro elementi, partendo dal fuoco, e proseguì con gli altri nello stesso ordine con cui li aveva enunciati all’inizio della lezione. Dopo aver visionato immagini di legna che ardeva e boschi in fiamme, di palloncini e mongolfiere, di campi arati e paesaggi montani, giunse il turno del quarto e ultimo elemento. La maestra aveva scelto come prima immagine quella di un bicchiere di vetro colorato riempito d’acqua e, come seconda, quella di una barca galleggiante al centro di uno sterminato spazio blu: il Mar Mediterraneo.

«Lo conoscete?» chiese la maestra Paola ai suoi alunni e, per tutto il tempo in cui le pareti dell’aula riecheggiarono i “sì” eccitati dei bambini, Tarek rimase immobile, con lo sguardo fisso su quell’immagine e la sua bocca, serrata, non riuscì a proferire alcun flebile suono.

La maestra disse tante altre cose interessanti sui quattro elementi, che di certo lui avrebbe trascritto nel suo quaderno, ma dopo la visione di quella foto la sua mano si era bloccata, chiusa in un pugno, il suo sguardo era immobile e fisso sul muro illuminato, mentre la sua mente, ormai in viaggio, aveva iniziato un lungo cammino dentro l’ingarbugliato dedalo dei ricordi.

Il Mar Mediterraneo: certo che Tarek lo conosceva! Lo aveva conosciuto personalmente, altro che! Anzi, era proprio grazie a quel mare che lui si trovava lì, a scuola, a seguire quella lezione di scienze. Ma quel mare era molto più grande rispetto a quello che si poteva vedere in foto, e anche molto più agitato. E di notte… oh, di notte: era buio, di un buio così scuro che di più non si poteva immaginare. Non era più azzurro, ma diventava tutto nero, e l’unica cosa a far luce su quella immensa oscurità erano le stelle. “Dovrebbero aggiungerle come il quinto elemento”, pensò Tarek tra sé e sé.

Sì, le stelle avrebbero dovuto essere il quinto elemento, perché nemmeno senza di loro si poteva vivere; almeno lui senza il loro conforto sarebbe certamente morto. Di questo ne era convinto. Si ricordò, infatti, che era di notte che tutto gli appariva più sopportabile: stretto fra le calde braccia della madre, alzava il naso all’insù e contava le stelle. Era certo che, prima o poi, sarebbe riuscito nell’impresa di contarle tutte e così, un giorno, lo avrebbero ricordato come colui il quale aveva contato tutte le stelle del cielo.

Una di quelle sere in cui contava le stelle, sua madre gli chiese come facesse a distinguere l’una dalle altre e lui le rispose che, con ciascun gruppo di quelle tra loro più vicine, aveva formato le iniziali dei nomi dei suoi amici, gli stessi che aveva salutato pochi giorni prima di partire per quel lungo e quanto mai curioso viaggio. Così, le spiegò, ogni qualvolta avesse alzato gli occhi al cielo, di notte, avrebbe potuto ricordarsi dei loro nomi e dei loro volti.

Ma il cielo non era sempre terso. Lungo quella interminabile traversata aveva mostrato anche le sue facce più spaventose. Tarek si ricordò, ad esempio, di quella notte in cui il cielo doveva essere così triste, ma così triste, da aver pianto un numero interminabile di lacrime, al punto che pareva volerli fare annegare, più che in mare, dentro la loro stessa barca, già così angusta, così sporca e così piena di gente dai visi sempre tristi e spaventati. Quella notte Tarek non poté contare le sue stelle, sia perché il cielo, dispettoso, non gliele lasciò vedere, sia perché fu impegnato tutto il tempo, insieme agli altri compagni di viaggio, a buttar giù dalla barca tutte le lacrime che ingombravano ogni angolo libero, semmai fosse stato possibile trovarne uno.

Si ricordò anche di un’altra notte in cui non riuscì a contare le sue stelle. Era quella che gli altri chiamarono la più bella; ma lui capì solo dopo qualche tempo il perché.

Quella notte il cielo era grigio, impregnato di una patina umida e appiccicosa, che non lasciava intravedere oltre la punta del proprio naso. C’era una grande agitazione sulla barca. Anche sua madre era diversa dal solito. Lo stringeva così forte a sé al punto che i battiti dei loro cuori pulsavano così vicini da formare l’unico battito di un cuore solo. Lui però voleva scorgersi un po’, per trovare un punto da cui poter vedere le sue stelle. Ma lei lo stringeva talmente forte da impedirgli qualunque movimento. Bloccato com’era in quella posizione, dall’abbraccio stretto di sua madre, iniziò allora a fare delle smorfie con la bocca, cercando di soffiare via quella nuvola bianca che gli occludeva la vista. Ma per quanto soffiasse quella, imperterrita, rimaneva lì, umida e appiccicosa sulla sua faccia. Pensò allora di provare a cacciarla con le mani; almeno quelle era riuscito a liberarle. Iniziò quindi a tracciare solchi in tutte le direzioni, usando le sue piccole manine come fossero le lame affilate di spade taglienti. Ma anche questo tentativo fallì. Rassegnato, decise che era meglio mettersi a dormire. Così, lasciò cadere lentamente il suo piccolo capo sul petto caldo della madre, poi chiuse gli occhi. Ma evidentemente le sua palpebre, sempre un po’ sbadate, avevano lasciato qualche fessurina aperta perché, dopo poco tempo (almeno a lui non sembrò di aver dormito poi così tanto), una luce iniziò a solleticare i suoi occhi assonnati.

«Le stelle! Le stelle!» urlò immediatamente. Ma le sue parole si persero nella confusione, mescolandosi al vociare dei suoi compagni, e nessuno badò a ciò che stava delirando.

«Mamma, guarda, quella stella è grandissima! Perché è così vicina secondo te?» insistette ancora. Questa volta la madre riuscì a udire le sue parole e con amabilità gli rispose: «Mio piccolo Tarek, quella luce è la stella che è venuta a salvarci.»

Tarek comprese solo più tardi come una stella potesse salvare le persone, ma in quel momento gli bastò sapere che, per la prima volta, una stella era scesa dal cielo per salutarlo da vicino.

Più la stella si avvicinava, fendendo la nuvola opaca con il suo fascio luminoso, più sulla barca aumentavano le urla, le preghiere e l’agitazione. C’era così tanto movimento che Tarek non capiva se quel trambusto fosse dovuto al forte ondeggiare del mare oppure all’impazienza incontenibile dei suoi compagni di viaggio. Si strinse forte a sua madre e, socchiudendo gli occhi, rivolse tutti i suoi pensieri alla stella che era scesa dal cielo per salutarlo.

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«Tarek, Tarek! La maestra sta parlando con te. Tarek, rispondi!» gli suonò nel timpano la voce stizzita del suo compagno di banco, che sembrò risvegliarlo da un torpido sonno.

«Oh… cosa?» e subito riprese «Sì, signora maestra!».

«Ti chiedevo, Tarek, quale tra i quattro elementi è il tuo preferito.»

E lui, non pensandoci su neppure per un attimo, le rispose: «L’acqua! Senza alcun dubbio: l’acqua!» e continuò «Infatti, senza acqua non ci sarebbe la vita; di certo, non ci sarebbe la mia né quella delle persone che amo» e mentre pronunciava queste parole, che per lo più risuonarono insensate, il tintinnio della campanella annunciò imperioso la fine delle lezioni.

«A domani, bambini!» sbuffò la maestra, china a raccogliere tutto il suo materiale dalla cattedra.

«A domani, signora maestra!» le fecero eco le urla festanti dei bambini, per i quali un altro giorno di scuola era finalmente passato.

Anche Tarek in cuor suo era contento: quello scorrere regolare e indisturbato del tempo era il motivo per cui lui, così come sua madre e qualunque altro loro compagno di viaggio, aveva affrontato le grande insidie di un mare blu che di notte si tingeva di nero, inghiottendo nel buio nomi, volti, timori e speranze.

 


Autrice: Barbara Lanza, ingegnere informatico vocata ad attività educative.


copyright © Educare.it - Anno XVII, N. 6, Giugno 2017

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