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Paura di far paura

Ricordo un grande banco, delle pareti grigie, io seduto da solo.
Ricordo che gli altri bambini non volevano sedersi accanto a me.
Una sola volta completai il compito in classe e per primo lo consegnai all'insegnante: che soddisfazione i suoi complimenti! Non successe mai più.
Io i compiti non li volevo fare. Gli altri bambini sedersi accanto a me non lo volevano fare.
Certo "quando si ha una certa fama" è normale che gli altri abbiano paura, e tu non ci puoi fare nulla.
Ora mi trovo in carcere, ed in questo momento sto ancora seduto in un'aula che si usa per fare scuola.
Nella lavagna qualcuno ha scritto:

Non dir di me
se di me non sai.
pensa a te
e poi di me dirai …
poche parole mal pensate
possono procurarti penosi tormenti …
la parola più bella è quella
che non si dice!
(F.N.)

Penso a me, penso a questo strano luogo.
Strano sì, perché qui sto re-imparando a leggere e a scrivere.
Ed io che pensavo che i maestri, gli assistenti sociali, gli educatori venissero a trovarmi solo per vedere il "diverso", il "mostro", perché anche da grandi si può fare paura! E invece no: rispetto a prima sembra che ora si interessino in modo "diverso", non mi sento "guardato", forse "capito"… o forse sono io che sto capendo.
Sto facendo anche qualcosa di "mio": sto seguendo un corso di recitazione ed uno di pittura. Il mio compagno di cella - che è diverso da me ed è qui per motivi più "nobili" dei miei - mi insegna ad interessarmi delle cose, non mi permette di passare la giornata in branda: mi ha iscritto a tutte le attività che organizzano in carcere. Non lo so se lo fa per me o per lui; sta di fatto che mi fa bene. Ieri sera davano in TV un programma sullo sterminio degli ebrei: non sapevo chi erano; mi ha spiegato la loro storia: ho capito.

Qui, chiuso in questo spazio ristretto, sto scoprendo che tutto non finisce, che un'altra vita in un'altra parte esiste.
Lo so a cosa pensi quando mi vieni a trovare: "perché non è successo prima?" continuerai a ripeterti. Ma non tormentarti, non cercare risposte.
Ero chiuso in un altro posto, pensavo che solo in un modo la vita potesse scorrere.
Non rispettavo le regole, non le riconoscevo: la società a me nulla ha mai dato, e d'altronde a lei io mai nulla ho chiesto; perché dovevo accettare i suoi ritmi, le sue condizioni, le sue imposizioni?
Ora da quella stessa società ho avuto il carcere: non è facile, non può nascere nulla qua dentro, non può avvenire cambiamento in questo luogo. Eppure… "eppur si muove", qualcosa è successo!
Certo molte cose stanno avvenendo, talvolta anche in modo confuso, e non sempre riesco a capire o a mettere in ordine.
Attendo, aspetto, cerco di cogliere ciò che mi si presenta.
Chissà, quando ti dicono o ti dici: "datemi un'altra opportunità"! Non ci penso, so che dovrò stare qui molto, non mi illudo. Quante cose mi passeranno dinanzi, quante cose succederanno là fuori, ma chi ha detto che in carcere non si può imparare?

Non credevo di poter imparare ad aver fiducia nelle persone.
Non credevo di poter imparare a non aver paura delle persone.

 


copyright © Educare.it - Anno II, Numero 12, Novembre 2002

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