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"La mia storia"

A volte penso di essere nato
per scontare la vita di chi mi ha preceduto.
Non mi interessa
cosa sia di mio padre.
E allora?
Quando alla sera lui tornava a casa ubriaco
veniva sempre a prendermi a letto
- non te l’avevo mai detto? –
non ho mai saputo di cosa mi doveva punire,
ormai mi ero convinto di portare dentro
un peccato originale
che ogni sera dovevo scontare.

Non importa se già dormivo,
non importa se durante la giornata
avevo praticato ogni forma di correzione,
quasi perfezione, attento a non sbagliare nulla.
Quando la sera calava
il rito ogni volta si ripeteva.
Faceva parte della vita,
e di quel segno che ancora porto dentro.
Dentro!
Gli altri non vedono, non possono vederlo;
talvolta penso che se sapessero non ci crederebbero.
Per loro sono io – oggi cresciuto – che
devo occuparmi di lui – oggi ammalato -.
Io?
Io, che sono ancora intento a non sbagliare,
pronto a coprirmi, a nascondermi,
con il timore che qualcun altro
veda in me un motivo per svegliarmi,
per togliermi le coperte
e farmi male.

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E ti assicuro che
chi vive continuamente in una posizione di difesa
non riesce poi a viverla
una storia originale.
Dipendo sempre dalla lettura
di chi incontro,
dalle loro parole, dai loro discorsi,
da una vita che fatico sempre più a decifrare …
So che difendendola l’ho obliata,
ma era l’unico modo per proteggermi,
assumendomi anche il rischio
di non essere mai più capito.
Ho imparato che gli altri
dentro la tua vita
leggono altre cento, mille storie …
e non è più la tua storia,
è la storia di altre cento, mille persone.
E tu, ogni volta che incontri qualcuno
ti chiedi chi sei,
a chi appartieni,
se a te o alla storia narrata da quella persona.
Ciò che rimane, alla fine,
è l’amara sensazione che non è giusto:
perché se uno non può avere nella vita
una storia,
la sua storia,
allora,
che cosa gli resta?

 


copyright © Educare.it - Anno V, Numero 5, Aprile 2005

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