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Chi cambia chi?

“Sai, io ti vedo di più come un uomo d’azione …”.
Ecco, è lì che mi è scattato come un “clic” in testa, come se quello che mi aveva  appena detto Marco mi avesse sbloccato. E’ stato quasi un riflesso automatico, a quel punto, rispondergli: “Allora non ha senso che ce ne stiamo seduti a parlare dentro questa stanza, la prossima volta che ci vediamo vieni in bici, che ce ne andiamo a fare un giro assieme.”
Era già la terza o quarta volta che incontravo Marco, ma non riuscivo a scrollarmi di dosso una sensazione mista tra l’impotenza e l’impressione di girare a vuoto, senza alcuna meta o un qualche tipo di utilità.
Lo conoscevo da diversi anni, entrambi abbiamo “fatto la storia” del Servizio per le Tossicodipendenze (Ser.T.) dove lavoro. Non mi era mai capitato però di andare oltre le quattro chiacchiere di cortesia scambiate in sala d’attesa mentre lui aspettava la somministrazione quotidiana del farmaco. Finchè, qualche mese fa, il Primario - non potendo più garantirgli i colloqui periodici - ha deciso di affidarlo a me. La consegna del "capo" era piuttosto “asciutta”: trattandosi di un cosiddetto paziente “doppia diagnosi” (cioè con disturbo da uso di sostanze e disturbo psichiatrico) era importante aiutarlo ad accontentarsi della dose massima di metadone stabilita per lui e “insegnargli” (1) a fronteggiare l’angoscia che lo spingeva a procurarsi un altro quantitativo del farmaco al mercato grigio.

Non so bene perché, ma Marco mi era sempre stato simpatico, con quella sua aria flemmatica da mezzo inglese. Più che per la convinzione di portare a casa i risultati che mi aveva indicato il primario, accettai l’incarico di vederlo per la curiosità di conoscere meglio questo soggetto così particolare.
Così iniziarono i nostri incontri, tutti non prima delle dieci d mattina, nella stanza che utilizzo al Ser.T. Come previsto, Marco si rivelava come un tipo veramente interessante e ricco di conoscenze: anche troppo da un certo punto di vista! Per tener testa al suo parlare forbito e alla quantità di citazioni filosofiche che riusciva a tirar fuori ogni volta ho dovuto rispolverare in fretta e furia un bagaglio di citazioni (dai proverbi latini ai passi della commedia di Dante!) che avevo decisamente abbandonato negli anni. Ma in mezzo alla quantità di elucubrazioni e ragionamenti che Marco riusciva a produrre ogni volta che ci vedevamo, spuntavano qua e là, a sprazzi, alcuni dei suoi tormenti, passati e presenti: la storia di oppressione subita dal padre (“era una specie di spartano, credeva che solo se avessi retto le peggiori prove a cui lui mi sottoponeva avrebbe avuto un senso che vivessi”), il dolore e le sofferenze legate alla separazione “in casa” dei genitori, il vissuto di profonda disistima di sé, la fatica a riconoscersi in un corpo deformato e menomato (un ginocchio lesionato) dal sovrappeso, l’incapacità di far fronte alla passività e all’inedia di giornate trascorse rinchiuso in casa, a guardare internet o stando rifugiato sotto le coperte.

Le mie timide ed impacciate proposte di “smuovere” un po’ questa specie di acque stagnanti, così pesanti ma allo stesso tempo così “familiari” e rassicuranti per Marco, erano rapidamente svaporate davanti ai modi cortesi con cui lui mi presentava la sua fatica di mettere in atto anche il più piccolo cambiamento che andasse a perturbare la sua dolorosa condizione. Così, mentre non riuscivo a trovare assieme a lui nessuna motivazione per rompere il muro della sua inedia, mi sentivo sempre più una fotocopia sbiadita del suo psicoterapeuta e mi davo dell’arrogante per aver pensato di poter combinare chissà che con uno psicotico di lungo corso, rispetto al quale aveva già gettato la spugna da un pezzo il mio primario.

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E’ stato a questo punto che, proprio nel mezzo della ormai solita conversazione infarcita di più o meno dotte dissertazioni, Marco se ne è uscito con quella frase sul pensarmi “uomo d’azione”, che è stata come l’accendersi di una lampadina: lui, probabilmente senza accorgersene, mi stava aiutando a ricollocarmi, a dare un senso alla relazione tra noi. Mentre io mi ero perso e finivo, più o meno consapevolmente, con lo scimmiottare malamente qualche altro professionista, Marco mi stava risintonizzando sulla lunghezza d’onda dei suoi bisogni e delle possibilità per la sua vita che poteva assumere il rapporto tra noi. Lui sapeva in qualche modo che non avrebbe mai potuto domandare al suo terapeuta di condividere uno spazio e un tempo diversi dalla seduta nello studio di quest’ultimo, ma non sapeva come esprimere  diversamente la sua necessità di una storia “altra” con me.
Io non mi ero accorto che limitarmi a progettare assieme a tavolino di fare un po’ di movimento, senza coinvolgermi e condividere concretamente almeno una parte di questa esperienza, mi portava a svuotare di senso e di efficacia la relazione con lui.
Cosi adesso il venerdì mattina, tempo permettendo, ci vede gironzolare lungo le ciclabili del paese, condividendo il piacere di violare per un po’ lo schema classico “operatore – paziente” da ambulatorio e con la possibilità di sperimentare anche fisicamente, la fatica e la soddisfazione del fare un pezzo di strada assieme.
Intanto Marco si è procurato una cyclette, che deve imparare ad usare per non procurarsi stiramenti a muscoli e legamenti, e ha ripreso a frequentare il gruppo di auto aiuto presso il Centro di Salute Mentale, accettando, anche se con qualche timore per l’impegno che gli richiede, il ruolo di vice–facilitatore. Non gli riesce sempre di accontentarsi della quantità di metadone che assume quotidianamente al Ser.T., ma sta contemplando l’idea di troncare i contatti con chi gli fornisce il farmaco direttamente a casa spillandogli un bel po’ di soldi.

Stamattina, presentandosi sotto al Ser.T. in sella alla sua mountain – bike, Marco mi ha detto che la giornata migliora nel passare davanti al calendario dove segna il promemoria per la nostra pedalata settimanale.
Devo riconoscere che anche io ho guadagnato almeno un paio di insegnamenti da questa relazione con Marco. Il primo riguarda la dimensione dell'umiltà, intesa come rinuncia all’onnipotenza, alla pretesa di dirigere e orientare l’altro (per quanto in difficoltà ed apparentemente limitato esso possa presentarsi ai miei occhi) lungo le mie coordinate di tempo e di spazio, di ciò che è "utile" e "non utile". L’altro apprendimento, legato al precedente, riguarda il saper coltivare una relazione con la fiducia che, anche senza controllare tutti i passaggi del percorso, dal mio lasciarmi coinvolgere, toccare e, persino, cambiare può scaturire una reale opportunità di cambiamento anche per chi mi sta di fronte.

 

Note:
"Devo ancora incontrare una persona che riesca a crescere emotivamente attraverso l'educazione intellettuale. La vera crescita emotiva ha luogo soltanto come risultato dell'esperienza (...) Non dico che apprendimento e crescita non siano possibili, solo che non serve presentarli come suggerimenti, raccomandazioni o nozioni; e, peggio ancora, tutto questo spesso danneggia il processo".
C.A. Whitaker, W.M. Bumberry "Danzando con la famiglia – Un approccio simbolico esperienziale", ed. Astrolabio (Roma), 1989, pagg. 69 - 70


Autore: Alessio Cazzin, educatore professionale al SerT di Mirano dell'Azienda ULSS 13. Formatore per l'Associazione "Bona Tempora" di Mirano (VE).
E' il referente del Progetto CAMPUS per l'Azienda ULSS 13.
E-mail: alessio.cazzin[at]libero.it


copyright © Educare.it - Anno X, Numero 7, Giugno 2010

Note:
“Devo ancora incontrare una persona che riesca a crescere emotivamente attraverso l’educazione intellettuale. La vera crescita emotiva ha luogo soltanto come risultato dell’esperienza (…) Non dico che apprendimento e crescita non siano possibili, solo che non serve presentarli come suggerimenti, raccomandazioni o nozioni; e, peggio ancora, tutto questo spesso danneggia il processo”.

C.A. Whitaker, W.M. Bumberry “Danzando con la famiglia – Un approccio simbolico esperienziale”, ed. Astrolabio (Roma), 1989, pagg. 69 - 70

Autore:
Alessio Cazzin, educatore professionale al SerT di Mirano dell’Azienda ULSS 13. Formatore per l’Associazione “Bona Tempora” di Mirano (VE).

E’ il referente del Progetto CAMPUS per l’Azienda ULSS 13.
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