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Educare.it 2000-2012
Rivista on line
ISSN 2039-943X

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Dipendenze patologiche

Il programma dei dodici passi. Una proposta operativa con l'aiuto dei Peanuts

Il programma dei dodici passi fa parte di quelle strutture di self-help (auto-aiuto) che hanno avuto una grandissima diffusione nel mondo a partire dagli anni trenta del secolo scorso. Strutturati in piccoli gruppi volontari, solitamente formati da pari, i suoi componenti si riuniscono per assistersi reciprocamente al fine di risolvere un problema condiviso e inabilitante allo svolgimento dei più comuni adempimenti della vita.

L'Educatore al Ser.D. Un metodo di lavoro e una base di confronto fra operatori delle dipendenze

I Servizi per le Dipendenze patologiche (Ser.D.) nascono a partire dalla metà degli anni ‘80, con un approccio prevalentemente di tipo medico. Tuttavia il legislatore, col D.P.R. n. 309/1990, ha introdotto nelle équipe dei Ser.D. la figura dell’educatore, lasciando però nell’indefinito quale avrebbe potuto essere lo specifico contributo. Ciò ha comportato, nei fatti, che nei Servizi per le Dipendenze abbiano trovato precisa contestualizzazione professionale i medici, gli assistenti sociali, gli infermieri e gli psicologi, mentre agli educatori sono state assegnate le funzioni più diverse: la prevenzione primaria, progetti di prevenzione secondaria o di riduzione del danno, fino ad attività di natura prettamente clinica.

Affinché i sogni non finiscano in fumo

"I have a dream …" iniziava così uno dei discorsi di M.L.King entrati ormai nella storia.
"Ho un sogno" possiamo dire noi o aver detto da giovani, in un passato in cui era più facile prendere contatto con questa dimensione. Ma oggi possiamo ancora riferirci a quel sogno?

E’ importante interrogarsi per orientarsi. Non si può far calare il sipario su un sogno (e sul progetto che sta dietro quel sogno) senza pensare all’importanza che hanno le motivazioni nell’accompagnarci e nel proiettarci nella vita.
Recuperare per orientare, quindi; recuperare un sogno o la consapevolezza di quel sogno attraverso un’interlocuzione pedagogica che può divenire strumento operativo per guidare l’esplorazione e la comunicazione. E’ questa la sfida, ma anche la proposta che può aiutare chi esercita funzioni educative.
Recuperare allora può significare intraprendere un percorso di riscoperta di quella biografia personale, che nel percorso di vita ha incontrato vicoli culturali ed ambientali, che si sono trasformati in vincoli perché rivelatesi vicoli ciechi.

L’uso di sostanze stupefacenti può divenire vicolo? E quando? All’inizio? Dopo un po’ di assunzioni? Quando non se ne può più fare a meno? Senz’altro, indipendentemente dalla quantità, quando chiude la creatività, quando esaurisce le risorse, quando - intermittenza dopo intermittenza -brucia la luce. Al buio è difficile cercare la strada, al buio si può sognare, ma chi sogna solo di notte si perde l’altra metà di quel che di giorno ci attende.

C’entra allora la ricerca di quel sogno negli interventi attuati con chi usa sostanze stupefacenti? Che significato occupa questa ricerca, in chi svolge funzioni pedagogiche/ educative/ promozionali, l’accompagnare in un percorso di ri-consapevolizzazione le persone che si incontrano perché hanno perso il filo nell’uso di sostanze stupefacenti?
Ripensare agli stili di vita comprende un ripensamento del progetto di vita personale, nel quale si innestano quegli obiettivi spesso così carichi e potenti in gioventù, ma successivamente "persi".
Recuperare qualcuno … allora può significare anche recuperare quel sogno personale che può essersi assopito nell’uso di droga: assopimento perenne nelle situazioni di "dipendenza", assopimento ad intermittenza nelle situazioni di "uso integrato".
In D. Demetrio (1996) troviamo le seguenti indicazioni :"il sogno è una sorta di autodefinizione del giovane individuo rispetto alla sua possibile realizzazione adulta; il soggetto comincia a strutturare la sua vita per poter, in termini realistici concretizzare gli elementi fondamentali del suo sogno". Il "sogno" presenta dunque caratteristiche di intenzionalità e di vitalità.

Allora diventa importante aiutare i ragazzi ad accedere, a reinterrogarsi sulla rappresentazione del loro progetto di vita, e, ancora più importante, su quali obiettivi e su quali valori innestano questo loro percorso.
Tutti noi sappiamo che il massimo desiderio di ognuno è quello di essere "felici", "sani" e di avere "buone relazioni"; tutti noi lo sappiamo, ma spesso lo diamo per scontato e ci dimentichiamo di rappresentarlo, immaginarlo, descriverlo.
Come educatori, o come coloro che si percepiscono tali, abbiamo il dovere di attivare processi di consapevolizzazione rispetto alle scelte che si fanno, su quanto queste ci avvicinano al "sogno", al successo di realizzarlo, o ce ne allontanano verso derive sconfinate (e forse anche già sconfitte).
Tutti noi vogliamo essere liberi di scegliere, ma è necessario anche rendersi conto che si sta "scegliendo"! Questo significa essere responsabili: "il tipo responsabile è cosciente del contenuto reale della sua libertà" (F.Savater, 1998).

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Credo che accanto al termine "responsabilità", nel quadro della riflessione che stiamo facendo, si possa affiancare il termine "rispetto", non solo di se stessi, non solo degli altri, ma anche del proprio sogno:

"Gli dica
di rispettare
i sogni della sua giovinezza
quando sarà uomo"

Ancora il sogno come elemento che ci può riscattare, che ci può fare uscire dalla normalizzazione.
Sì, desideriamo tutti "essere normali", essere "come gli altri"… ma siamo sempre alla ricerca anche di qualcosa di originale, di qualcosa che ci salvi da una "normalità" che tutto placa, che tutto nasconde, che tutto tace.

 

E’ questo un mondo da recuperare? E’ possibile ripensare un processo culturale?
Sin qui il termine "recuperare" poteva dar adito ad un intervento diretto verso chi si è perso, verso chi ha un problema. Ma non è tutto qui, non può ridursi in modo minimalistico a questo.
"Recuperare" significa anche rivisitare un processo culturale assorbito in "automatico"; "recuperare" significa anche riprendere un dialogo interrotto, tornando a parlarsi, a spiegarsi, ad ascoltare le "ragioni" altrui.
Si recupera quando qualcosa si interrompe: certo i tempi del recupero sono sempre relativi, non li conosciamo mai in anticipo, ma dobbiamo chiederci se è possibile recuperare anche alle prime intermittenze, quando ancora il sogno non si è rotto.

 

Convinti come siamo che solo stando dentro si può cambiare, che solo impegnandoci si può comprendere, che solo dialogando si può rispettare, e affinchè i sogni non finiscano in fumo, intendiamo rivolgerci:

 

ai giovani: affinchè la sperimentazione, l’iniziazione, la pressione all’uso non si "normalizzi", non diventi un automatismo … spesso una giustificazione. "Codesto solo oggi possiamo dirti: ciò che non siamo, ciò che non vogliamo": al verso di Montale appare si rifacciano i dialoghi con chi assume sostanze stupefacenti: "non siamo tossici, non vogliamo diventarlo". Ma il dialogo non può ridursi a ciò, è pure importante definirsi per quello che si è, fosse anche per quello che si sogna.

ai genitori: affinchè il passaggio dalla preoccupazione "temo, ma non so se mio figlio fuma…" ad "adesso che lo so, che faccio?", non si traduca né in un assillo disperato, né in generici "speriamo che se la cavi".

agli operatori che si occupano di educazione: affinché non vada in "fumo" la capacità di cercare e ricercare percorsi di consapevolizzazione rivolti non solo agli utenti "vecchi" e "nuovi", ma anche alle reti comunitarie, a chi "fa" cultura, a chi ancora "ha qualcosa da dire".

 

"Let’s talk!": parliamone! Contribuiamo a rimettere in moto processi di acculturazione.
Con questo spirito abbiamo posto interrogativi e riflessioni … chiediamo contributi, chiediamo rilanci. 
Non è importante in quale parte del campo possono andare. 
E’ importante che sappiano orientare.

 


copyright © Educare.it - Anno V, Numero 4, Marzo 2005

L'Educatore professionale in un ambulatorio per le tossicodipendenze

In quest'esposizione descrittiva, riguardo all'attività educativa in un Ambulatorio Pubblico per le tossicodipendenze (in questo caso un Ser.T che opera nella parte nord-ovest della città di Torino), parto dal presupposto che esistono molte esperienze significative riferite alla professionalità esercitata in quest'ambito, uniche nel loro genere e quindi non trasferibili in toto in altre situazioni. Da queste esperienze è preferibile trarre suggestioni, spunti di riflessione, elementi utili ad una personale composizione teorico-progettuale collegata al luogo educativo nel quale si opera. I pregiudizi (ridimensionati dal continuo confronto), il back-ground personale, la cultura professionale, la filosofia del servizio, la professionalità dal punto di vista organizzativo e le esperienze lavorative concorrono alla composizione del modo di essere educatore che mi appresto a raccontare in queste righe.

 

Alleanza terapeutica e cambiamento nell’esperienza di un Servizio per le Dipendenze

Nei Servizi per le Dipendenze patologiche ricorre il tema dell’alleanza terapeutica; si tratta di un concetto prezioso per le professioni di cura ma di non facile esplicazione nella pratica quotidiana.
Le riflessioni proposte in questo articolo scaturiscono da un approfondimento che l’Autrice ha avuto modo di compiere in occasione della riorganizzazione del Servizio per il quale lavora.

Segnali di fumo ... per imparare a decifrarli

Ultimamente, sempre più spesso, capita di dialogare con genitori o con giovani sull'uso di droghe "leggere" (cannabis).
Qualche mese fa ho ricevuto nella mia casella di posta elettronica la lettera seguente:

"Ho un figlio che sta vivendo il periodo dell'adolescenza. Come per tanti ragazzi fa fatica ad accettare alcune regole, non riordina volentieri la sua stanza, per fargli fare qualcosa bisogna ripetergliela un paio di volte. Ma questo, tuttosommato, è nella normalità.

Per una cultura delle dipendenze

Ciò che è evidente attrae la vista, ciò che è oscuro sollecita il sapere

La Kabbala

 

 

Cadi sette volte e rimettiti in piedi otto volte
(detto buddista)

Di fronte a colui che soffre e che fa soffrire, che si pone di fronte a te, per colpirti con un oggetto o con una legge, sii volto d’alterità, abito d’alterità, cammino d’alterità
M. Balmary

La tossicodipendenza può essere una "risposta problematica alla domanda di benessere" (G. Sissa) e la modernità ci ha consegnato l’illusione che ogni difficoltà o problema umani possono essere trattati e risolti, tramite la scienza e la tecnica, in tempi brevi. Il fenomeno tossicodipendenza, oltre ad essere fortemente mutevole, è relativamente recente e come tutti gli oggetti scientifici "nuovi", necessita di approfondimenti. Si può infatti affermare che il "sistema" in questione è relativamente giovane (come le problematiche relative all’adolescenza) in Italia, dove ha cominciato ad assumere rilevanza sociale, gradualmente e/o con fasi alterne, dal 1975 in avanti.

Riflessioni sui Servizi per le Patologie da Dipendenza in Italia

In questo scritto ho scelto di utilizzare un metodo di esposizione a reticolo, o a “mosaico” (Mc Luhan 1). A differenza del modo di procedere lineare, nel quale si parte da alcune premesse per giungere ad una conclusione, la costruzione reticolare del discorso fa riferimento ad un mosaico di opere, rimandi, associazioni di idee, intersezioni di discorsi disciplinari possibili. Mi è sembrato l’approccio più adatto per alcune riflessioni che intendono porre degli interrogativi e fornire alcuni spunti di approfondimento.

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