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La tradizione di ricerca positivistica

positivismo

L’Europa, da metà Ottocento ai primi del Novecento, è interessata da una forte crescita demografica e da una riduzione del tasso di mortalità. Giocano un ruolo incisivo in questo fenomeno le grandi opere di miglioramento igienico delle città unite ai progressi delle scienze mediche, nonché le importanti invenzioni da parte di scienziati e inventori di professione che favoriscono la produzione industriale agevolando il benessere sociale.

In questo quadro, fortemente influenzato dalla ricerca scientifica e dai risultati dell’applicazione tecnologica, si consolida una concezione di conoscenza “positiva”, ossia fondata sui fatti, sulla sperimentazione e sulla matematizzazione del reale: il positivismo. Già in nuce almeno nel Seicento, come dimostrano celebri passaggi del Novum Organum di Francesco Bacone in cui alla conoscenza si perviene con l’osservazione e non mediante la dialettica, il positivismo si propone la conoscenza delle leggi che regolano i fenomeni tramite l’uso del ragionamento e dell’osservazione (Comte, trad. 1967). Mentre la visione teologica e quella metafisica considerano lo studio dell’uomo il fine principale della ricerca e lo studio del mondo esterno un obiettivo secondario, la filosofia positiva inverte gli elementi: la conoscenza delle leggi del mondo esterno è primaria mentre quella dell’uomo secondaria e spesso derivata dalla prima.

Il positivismo, a differenza di molte letture che lo interpretano come un orientamento emotivamente arido, romanticizza la scienza ossia la esalta al punto tale da ritenerla come unica guida della vita dell’uomo, singola e associata, nonché unica conoscenza, morale e religione possibile. La scienza è considerata come l’unica forma valida di conoscenza al punto da porla come guida dell’uomo in ogni ambito di attività. Ad esempio, secondo l’Herbert Spencer di Educazione intellettuale, morale e fisica (Op. orig. 1891), senza educazione scientifica, ossia senza una sviluppata capacità di conoscere e generalizzare le leggi dei fenomeni a partire dall’osservazione e nel rispetto delle regole del ragionamento, né le arti in generale raggiungerebbero risultati sublimi, né l’educazione artistica sarebbe efficace. Questa idea conforma anche il pedagogista che «può e deve [...] riunire quanto più coscienziosamente possibile i dati che la scienza mette a disposizione in ogni attimo di tempo per guidare l’azione» (Durkheim, trad. 1977, p. 30).

La tendenza a conoscere la realtà in modo oggettivo, ossia, come dice É. Durkheim in Le regole del metodo sociologico, ad esprimere i fenomeni in funzione non già di un’idea dello spirito ma in funzione di proprietà che sono loro inerenti (1963), è un altro aspetto fondamentale del positivismo. Per la sociologia, ad esempio, É. Durkheim suggerisce di considerare i fatti sociali come cose, ossia in sé stessi, distaccati dai soggetti coscienti che li rappresentano. Gli oggetti della scienza devono essere studiati dal di fuori come cose esterne dato che, secondo i positivisti, gli oggetti si presentano a noi in questa veste. I dati sensibili che rischiano d’essere troppo personali devono essere quindi scartati per considerare esclusivamente quelli che presentano un sufficiente grado di oggettività, la cui condizione è l’esistenza di un punto di riferimento stabile, costante e identico che permetta di eliminare ciò che è variabile, cioè soggettivo (Durkheim, trad. 1963, pp. 35-56).

 

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Autore: Manuele De Conti, Dottore di Ricerca in Scienze Pedagogiche, dell'Educazione e della Formazione, è laureato in filosofia e culture di Pedagogia Generale all'Università di Ferrara.

copyright © Educare.it - Anno XVII, N. 1, Gennaio 2017

 

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