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Mediazione sociale e comunitaria: per un’educazione alla cittadinanza attiva

comunitaL’articolo esplora la possibilità di applicare i principi della mediazione al di fuori di una dinamica tra due configgenti singoli, in un contesto comunitario dove gli attori sono inseriti in una cornice d’interazioni sociali. Dopo aver inizialmente provveduto a definire il concetto di mediazione,   si esplorano le valenze concettuali e la portata metodologica applicata al terreno della convivenza civile, con particolare riferimento alla condizione giovanile.

Introduzione

In generale si pensa piuttosto estesamente o “pigramente” che viviamo ormai in sistemi democratici affermati, sebbene si assista alla progressiva riduzione del numero di cittadini che esprimono la propria volontà tramite il voto. Tale fenomeno si registra anche in Paesi dove vi sono consolidate istituzioni e solide procedure di democrazia diretta, come ad esempio in Svizzera.

In tutt’Europa si registra una presa di distanza da istituzioni e strutture che erano le icone stesse del metodo democratico: l’astensionismo elettorale cresce di anno in anno; la fiducia nella sfera politica è crollata; gli iscritti ai partiti e ai sindacata si riducono senza posa; il credito della magistratura traballa …(Simone, 2015, pp. 22-23)

Forse troppo spesso dimentichiamo che la democrazia, concepita come impegno politico concreto e orizzonte intenzionale universale, è un’idea e una conquista piuttosto recente, frutto di un lungo cammino maturato nel XX secolo. La sua graduale ma decisa affermazione come convincente sistema di governo è stata incoraggiata e favorita da eventi storici cruciali e da temperie politico-culturali salienti, quali: la promulgazione della Magna Charta nel 1215, le rivoluzioni americana e francese nel XVIII secolo, nonché la progressiva concessione del diritto di cittadinanza e di voto all’intera popolazione adulta in Europa e Nordamerica nel XIX secolo. Ma è solo nel XX secolo che il concetto di democrazia si è imposto su scala mondiale come forma “normale” di governo, cui ha diritto ogni nazione dei vari continenti (Sen, 2004, p. 46).

Occorre altresì scardinare la (falsa) credenza che la forma più compiuta e avanzata di democrazia la si debba all’Occidente, poiché non si tratta di un’invenzione di cui quest’ultimo si possa fregiare in assoluto e in esclusiva, come tendono a far credere autori come Samuel Huntington (1996/2000) – fautore della discutibile teorie dello “scontro delle civiltà” – e Gertrude Himmelfarb (1984).

Infatti vi è una plurima, diversificata e antica tradizione di sostegno alla causa del pluralismo e delle libertà fondamentali riscontrabile nella storia di molte civiltà appartenenti a tutti i continenti terrestri: «Questa eredità globale è una ragione sufficiente per mettere in dubbio la tesi, spesso ripetuta, che la democrazia sia esclusivamente occidentale, e che sia perciò soltanto una forma di occidentalizzazione. La pratica della democrazia che si è imposta nell’Occidente moderno è in larga misura il risultato di un consenso coagulatosi a partire dall’Illuminismo e dalla rivoluzione industriale, e in particolare nell’ultimo secolo o poco più. Vedere in ciò un impegno storico – attraverso i millenni – dell’Occidente verso la democrazia, e contrapporlo alle tradizioni non occidentali (considerate in maniera “monolitica”) sarebbe un grave errore» (Sen, 2004, p. 12 e p. 77).

Del resto alcune pratiche di “esportazione della democrazia” attraverso la guerra, come quella promossa dalla superpotenza occidentale dominante (gli Stati Uniti d’America) in Medio Oriente (Iraq), con motivazioni rivelatesi poi pretestuose e create ad arte, fanno sorgere molti dubbi sulla messa in azione dei nobili principi e degli elevati valori ai quali l’Occidente dichiara ufficialmente di ispirarsi. Analogamente feriscono la reputazione delle democrazie occidentali le cosiddette “extraordinary renditions” condotte segretamente nei cieli di tutt’Europa, a seguito degli eventi dell’11 settembre 2001, con gli arresti extraterritoriali e il sequestro da parte della Cia di persone semplicemente sospettate di appartenere a cellule terroristiche, poi imprigionate e torturate in carceri segrete in paesi “amici”. Per non parlare dei dispositivi di sorveglianza messi in atto dalle cosiddette “intelligence” che stanno trasformando il mondo in una sorta di Grande Fratello come ha inesorabilmente smascherato Edward Snowden, la gola profonda dell’agenzia d’intelligence americana (Nsa), il quale ha reso noto al mondo un sistema di spionaggio su vasta scala volto a mettere sotto controllo un’enorme rete di tele-web-comunicazioni mediante l’apposito programma segreto di sorveglianza “Prism”.

Tutto questo per dire che la democrazia non va data per scontata una volta per tutte, nemmeno quando sembra abbastanza consolidata, giacché si tratta di una conquista fragile che va costantemente intrattenuta, preservata e co-costruita a tutti i livelli: a livello micro, nella quotidianità delle relazioni interpersonali e intergruppali; a livello meso, nei rapporti fra istituzioni di prossimità e cittadinanza; a livello macro, su scala nazionale, internazionale e mondiale, con l’attivazione di dispositivi efficaci dal punto di vista della governance globale.

La convivenza civile fondata su basi democratiche, dunque, non è un’acquisizione stabile e sicura, bensì è un traguardo che va mantenuto con costanza e determinazione, sennò si può facilmente trasformare in un bene prezioso in rapido deperimento/deterioramento.

E’ necessario poi non agire soltanto nell’urgenza, mobilitandosi solo a seguito di un’emergenza fortemente conflittuale o di una situazione ormai incancrenitasi: per promuovere un’azione proattiva, puntando sulla prevenzione, occorre far acquisire alla popolazione quegli strumenti mediativi che permettano di affrontare efficacemente gli inevitabili conflitti interpersonali, intergruppali, intra- e inter-comunitari.

Occorre studiare e sperimentare, in famiglia, a scuola, nel lavoro, nella vita comunitaria, tutte quelle forme di confronto e incontro tra le parti in contrasto che servano a salvaguardare il valore del conflitto impedendo che si pietrifichi trasformandosi in guerra. Il conflitto è necessario e fertile ma non lo è più quando è negato per ‘quieto vivere’ o si trasforma in accanita battaglia tra nemici che tendono all’eliminazione del conflitto attraverso l’eliminazione dell’avversario (Scaparro, 2001, p. 12).

Il presente lavoro si prefigge di trattare la questione di una possibile applicazione della mediazione in una dinamica che non sia tanto quella del rapporto biunivoco fra due configgenti singoli – come ad esempio nel caso di coniugi che vivono grossi conflitti familiari –, quanto piuttosto in un contesto comunitario, dove gli attori sono inseriti in una cornice d’interazioni sociali. Dopo aver provveduto, in un primo tempo, a definire il concetto di mediazione si procederà successivamente ad applicarne le valenze concettuali e la portata metodologica al terreno della convivenza civile – disponendoci pertanto in una prospettiva prevalentemente sociologica anziché psicologica –, con particolare riferimento alla condizione giovanile.

 


Autore: Fulvio Poletti è responsabile del Servizio didattica e formazioni dei docenti della SUPSI nella Svizzera italiana (www.supsi.ch/go/sedifo). Ha sviluppato i suoi interessi soprattutto attorno alle problematiche dell’educazione e della formazione, alle questioni giovanili e nell’ambito dell’interculturalità.

copyright © Educare.it - Anno XVI, N. 9, settembre 2016

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