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Educare.it 2000-2012
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ISSN 2039-943X

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Studi ed articoli sull'educazione prenatale e la prima infanzia

L'educazione dal concepimento alla nascita

Il periodo della gravidanza è un periodo carico di emozioni di ogni tipo che coinvolgono non solo la madre ed il padre in attesa ma anche la famiglia di appartenenza di entrambi, che condivide con la coppia le gioie ed i dubbi che l'attesa di un bambino possono creare. Spesso molte donne amano condividere i propri stati d'animo per essere rassicurate, ma capita altrettanto spesso che desiderino creare un momento esclusivo di comunicazione col proprio bambino domandandosi se, dal posto incantato in cui si trova, la stia ascoltando.

Cammina l’uomo quando sa bene dove andare

L’aforisma che fa da titolo a questo articolo ci giunge da S. Francesco d’Assisi e mi permetto di prenderla in prestito dalla sua saggezza per sviluppare un tema introdotto in un precedente contributo, intitolato “La terapia del canguro”: la genitorialità consapevole in gravidanza (e oltre).

Già avevo accennato all’importanza del contatto affettivo ed affettuoso tra i genitori ed il feto, che è una Persona “in divenire”, caratterizzata da competenze comunicative e relazionali specifiche, in via di sviluppo, ma già reali e tangibili.

La gravidanza rappresenta una risorsa importante per la coppia e per il nascituro, è un’occasione di conoscenza reciproca e di consolidamento della relazione coniugale, è un’opportunità di crescita personale e costituisce l’esordio della vita psicofisica di un nuovo individuo.

Questo “esordio” merita molta attenzione, perché se una casa si regge su buone fondamenta ha anche buone possibilità di resistere agli agenti atmosferici (ad un ambiente ostile), alle ingiurie del tempo (alla naturale diminuzione dell’efficienza dovuta all’avvicendarsi degli anni) e ad interventi di errata o malcondotta gestione o manutenzione (un’educazione maldestra e scorretta).

Così è anche per l’essere umano, che necessita di una base solida – una Base Sicura, come dicono gli studiosi della Teoria dell’attaccamento – per potersi rapportare in modo efficace con se stesso e con la realtà che lo circonda.

Questa “sicurezza di base” deriva dall’aver esperito relazioni sane, serene ed appaganti con le proprie figure di riferimento più importanti che sono, nella maggior parte dei casi, i propri genitori.

Si noti bene che mi riferisco sempre alla coppia genitoriale, alla madre e al padre, senza voler determinare tra loro gerarchie di importanza o valore. Il ruolo materno è importante e determinante in sé e per sé, ha un valore unico e proprio, non paragonabile ad altri ruoli; così è per quello paterno, anch’esso singolare ed irrinunciabile. Non sono l’uno meglio dell’altro, sono entrambi necessari ed utili nella loro diversità di struttura e di espressione.

Affermare il contrario significherebbe negare una realtà di chiara evidenza psicologica ed evolutiva. La “famiglia”, tradizionalmente costituita da un uomo ed una donna che concepiscono ed allevano un figlio, nonostante l’avvicendarsi dei secoli e il mutare dei costumi, sembra resistere e permanere come la forma più naturale ed appropriata di continuazione della specie umana. Come afferma la psicologia prenatale, “il sistema triadico madre – padre – figlio è un sistema completo, in grado di accogliere e garantire il figlio”.

Millenni di evoluzione avranno pur il loro peso (…) e il senso di affidare ad un padre e ad una madre la custodia e la cura di una nuova vita ha, dal punto di vista psicologico, profondi significati.

La figura materna rappresenta per un feto l’“ambiente condiviso”, l’intimità, la stabilità e la dimensione interiore della relazione; la figura paterna rappresenta, invece, l’alterità, il mondo esterno, l’ambiente non condiviso, la socialità della relazione. Due versanti valoriali, psicologici e educativi irriducibili e, quindi, non sostituibili l’uno con l’altro.

Ora, se il ruolo materno è in linea di massima ri-conosciuto (anche se spesso interpretato in maniera distorta), il ruolo paterno subisce, invece, una sorte ben peggiore.

È paradossale come, in una società come la nostra che predilige e valorizza attitudini tipicamente maschili, quali la forza, la decisione, la determinazione, la realtà esteriore… il ruolo paterno sia dimenticato o sminuito invece che valorizzato.

Forse questo accade perché i ruoli di genere stanno perdendo quella caratterizzazione e quella specificità che li connotavano in maniera definita e chiara, per cui è sempre più frequente il riscontro di tratti caratteriali e comportamentali marcatamente maschili in donne e, viceversa, la presenza di tratti tipicamente femminili in uomini.

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In ognuno di noi sono presenti tratti ed elementi riconducibili all’universo maschile e a quello femminile, di modo che la dolcezza e la decisione coabitano nella donna così come nell’uomo, ma in misura e con modalità differenti a seconda che si tratti dell’uno o dell’altra.

La valorizzazione del ruolo materno (femminile) non significa – e non deve significare – la svalutazione di quello paterno (maschile) che, realizzato e vissuto in piena e vera consapevolezza, fornisce al bambino elementi di costituzione, sviluppo e crescita irrinunciabili. E tutto questo a partire dal concepimento (ed anche prima), poi durante la gravidanza e negli anni avvenire, lungo il percorso di vita che caratterizza ogni essere umano.

“Cammina l’uomo quando sa bene dove andare”, diceva S. Francesco. E aveva ragione.

E per spiegare la profonda verità di questa affermazione vorrei avvalermi dell’ausilio di un’opera d’arte: il dipinto “Primi passi” di Vincent Van Gogh.

I primi passi - Van Gogh

In questo quadro sono presenti alcuni elementi di valore psicologico eccezionale.

L’immagine offertaci è questa: una donna che sorregge una bimba mentre questa muove gli incerti “primi passi” ed un uomo che le guarda, accovacciato a terra con le braccia aperte.

Innanzi tutto poniamo attenzione al contesto; la casa è modesta ma soleggiata, l’orto piccolo ma curato, l’ambiente è rigoglioso, gli arnesi di lavoro semplici ed essenziali. Le persone sembrano di umili origini, l’abbigliamento è semplice ma dignitoso, niente fronzoli né ornamenti superflui. La casa è protetta da un cancello, che però non è sprangato, ma è accostato, forse aperto (di certo si può aprire!).

Sembra un luogo dove solo le cose importanti trovano posto, dove il tempo per prendersi cura di ciò che è vivo ha la priorità. E la priorità assoluta sembra attribuita alla Relazione.

Notate con quanta dolcezza ed attenzione la donna – la mamma – sostiene la bimba nel suo camminare, notate l’unità che queste due figure compongono, la loro stretta vicinanza; notate l’uomo – il papà – che sembra avere abbandonato a terra la vanga (forse interrompendo all’improvviso il lavoro) e si è accovacciato spalancando le braccia alla sua bimba, fornendole un punto d’arrivo, disegnando per lei una traiettoria da compiere, dandole uno stimolo al camminare.

Quel ginocchio poggiato a terra gli dà la stabilità necessaria ad aspettare con pazienza, le braccia e le mani così aperte sono un invito ed un incoraggiamento a provare. La mamma è punto di partenza e prima guida, il papà è la prima mèta e sarà guida poi, per più impegnativi percorsi. Il tutto in una cornice di palpabile amore e sollecitudine.

Quando gli esordi dell’esistenza di un individuo sono caratterizzati dalla presenza amorevole, attenta, partecipata e affettuosa di entrambi i genitori, il percorso della Vita inizia con maggior chiarezza e facilità ed anche la sua continuazione ne beneficia.

Un bambino senza radici è privo di riferimenti, non può orientarsi efficacemente e risulta confuso e disorientato; non a caso lo stile di attaccamento – cioè il tipo di relazione – che in genere i bambini trascurati sviluppano nei confronti delle “figure di riferimento” è stato definito propriamente “disorganizzato-disorientato” ed anche “confuso” (si tratta di due categorie diagnostiche differenti ma entrambe riferibili a modalità distorte e patologiche di relazione con se stessi ed il mondo esterno).

Se un bambino non sa da dove proviene, se non sa qual è l’origine del suo esistere, non può neppure capire chi è e meno che mai potrà capire dove andare e quale strada intraprendere.

“Cammina l’uomo quando sa bene dove andare”.

E un bimbo può sapere dove andare grazie ad un papà e ad una mamma che, fin dagli albori della sua esistenza, prima ancora che divenisse carne, quando era ancora un Pensiero, un Desiderio della loro Mente e della loro Volontà, lo hanno accolto, amato, rispettato, valorizzato, protetto, nutrito.

Da subito. Da sempre. Per sempre.

 

 


Bibliografia:
Bellieni, C.V., (2004), “L’alba dell’ ² io². Dolore, desideri, sogno, memoria del feto”, Società Editrice Fiorentina, Firenze

Chamberlain, D., (1998), “I bambini ricordano la nascita”, Bonomi Editore, Pavia
Righetti, P.L., (2003), “Elementi di psicologia prenatale”, Edizioni Scientifiche Ma.gi., Roma
Soldera, G., (2000), “Le emozioni della vita prenatale”, Macro Edizioni, Cesena

 

 


copyright © Educare.it - Anno V, Numero 5, Aprile 2005

 

L'importanza dell'acqua nello sviluppo psico-fisico del lattante

Ogni epoca educa e forgia la propria prole in relazione alle esigenze politiche, sociali e culturali dei tempi. Nell'antica Grecia, Sparta educava i suoi figli alla guerra e null'altro poteva sembrare utile alla comunità se non creare soldati forti e coraggiosi. Appena nato, il neonato veniva violentemente sbattuto per terra. Questo era il suo battesimo, il benvenuto al mondo, un procedimento rapido e diretto per saggiare la "tempra" del nuovo nato.

Senti chi (non) parla: riflessioni sul legame tra esperienze relazionali precoci e ritardo dello sviluppo linguistico

Gli esseri umani vengono al mondo con una specifica predisposizione a percepire i suoni del linguaggio; non esiste nessun altro stimolo uditivo che percepiamo con lo stesso grado di precisione nella medesima unità di tempo. Tutti i bambini, tranne quelli che presentano forme più o meno accentuate di ritardo cognitivo (o articolatorio/motorio), entro i tre - massimo quattro - anni di età, acquisiscono la piena capacità di comprendere e produrre il linguaggio.

Dolce fermezza ed educazione

Oggigiorno i giovani non vengono più allevati, ma si limitano a crescere [1]. Abbiamo disimparato l’arte di educare, le norme comuni sono andate perdute e si è diffusa la convinzione che i bambini cresceranno comunque, in un modo o nell’altro. Stiamo navigando senza bussola in mare aperto [2]. Bernhard Bueb esordisce con queste provocazioni nel proprio testo “Elogio della disciplina”, recentemente pubblicato.

La "terapia del canguro"

Nei mesi scorsi è stato pubblicato un interessante articolo sulla rivista Pediatrics, relativo ai risultati di uno studio condotto da alcuni ricercatori israeliani sugli effetti benefici del contatto pelle a pelle tra la mamma e il neonato subito dopo la nascita.

Vedere per crescere: il significato funzionale e relazionale della stimolazione visiva nel neonato

Il bambino, così caratteristico nella sua paffuta rotondità, nella goffaggine del movimento, nel capo illuminato dai grandi occhi tondeggianti, risveglia nell’adulto sentimenti di tenerezza e desiderio di accudimento, in risposta ad un istintivo atteggiamento di protezione nei confronti di ogni essere vivente con tali fattezze da "cucciolo".

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