Cammina l’uomo quando sa bene dove andare
16 Aprile 2005
Scritto da Maria Beatrice Nava
L’aforisma che fa da titolo a questo articolo ci giunge da S. Francesco d’Assisi e mi permetto di prenderla in prestito dalla sua saggezza per sviluppare un tema introdotto in un precedente contributo, intitolato “La terapia del canguro”: la genitorialità consapevole in gravidanza (e oltre).
Già avevo accennato all’importanza del contatto affettivo ed affettuoso tra i genitori ed il feto, che è una Persona “in divenire”, caratterizzata da competenze comunicative e relazionali specifiche, in via di sviluppo, ma già reali e tangibili.
La gravidanza rappresenta una risorsa importante per la coppia e per il nascituro, è un’occasione di conoscenza reciproca e di consolidamento della relazione coniugale, è un’opportunità di crescita personale e costituisce l’esordio della vita psicofisica di un nuovo individuo.
Questo “esordio” merita molta attenzione, perché se una casa si regge su buone fondamenta ha anche buone possibilità di resistere agli agenti atmosferici (ad un ambiente ostile), alle ingiurie del tempo (alla naturale diminuzione dell’efficienza dovuta all’avvicendarsi degli anni) e ad interventi di errata o malcondotta gestione o manutenzione (un’educazione maldestra e scorretta).
Così è anche per l’essere umano, che necessita di una base solida – una Base Sicura, come dicono gli studiosi della Teoria dell’attaccamento – per potersi rapportare in modo efficace con se stesso e con la realtà che lo circonda.
Questa “sicurezza di base” deriva dall’aver esperito relazioni sane, serene ed appaganti con le proprie figure di riferimento più importanti che sono, nella maggior parte dei casi, i propri genitori.
Si noti bene che mi riferisco sempre alla coppia genitoriale, alla madre e al padre, senza voler determinare tra loro gerarchie di importanza o valore. Il ruolo materno è importante e determinante in sé e per sé, ha un valore unico e proprio, non paragonabile ad altri ruoli; così è per quello paterno, anch’esso singolare ed irrinunciabile. Non sono l’uno meglio dell’altro, sono entrambi necessari ed utili nella loro diversità di struttura e di espressione.
Affermare il contrario significherebbe negare una realtà di chiara evidenza psicologica ed evolutiva. La “famiglia”, tradizionalmente costituita da un uomo ed una donna che concepiscono ed allevano un figlio, nonostante l’avvicendarsi dei secoli e il mutare dei costumi, sembra resistere e permanere come la forma più naturale ed appropriata di continuazione della specie umana. Come afferma la psicologia prenatale, “il sistema triadico madre – padre – figlio è un sistema completo, in grado di accogliere e garantire il figlio”.
Millenni di evoluzione avranno pur il loro peso (…) e il senso di affidare ad un padre e ad una madre la custodia e la cura di una nuova vita ha, dal punto di vista psicologico, profondi significati.
La figura materna rappresenta per un feto l’“ambiente condiviso”, l’intimità, la stabilità e la dimensione interiore della relazione; la figura paterna rappresenta, invece, l’alterità, il mondo esterno, l’ambiente non condiviso, la socialità della relazione. Due versanti valoriali, psicologici e educativi irriducibili e, quindi, non sostituibili l’uno con l’altro.
Ora, se il ruolo materno è in linea di massima ri-conosciuto (anche se spesso interpretato in maniera distorta), il ruolo paterno subisce, invece, una sorte ben peggiore.
È paradossale come, in una società come la nostra che predilige e valorizza attitudini tipicamente maschili, quali la forza, la decisione, la determinazione, la realtà esteriore… il ruolo paterno sia dimenticato o sminuito invece che valorizzato.
Forse questo accade perché i ruoli di genere stanno perdendo quella caratterizzazione e quella specificità che li connotavano in maniera definita e chiara, per cui è sempre più frequente il riscontro di tratti caratteriali e comportamentali marcatamente maschili in donne e, viceversa, la presenza di tratti tipicamente femminili in uomini.
In ognuno di noi sono presenti tratti ed elementi riconducibili all’universo maschile e a quello femminile, di modo che la dolcezza e la decisione coabitano nella donna così come nell’uomo, ma in misura e con modalità differenti a seconda che si tratti dell’uno o dell’altra.
La valorizzazione del ruolo materno (femminile) non significa – e non deve significare – la svalutazione di quello paterno (maschile) che, realizzato e vissuto in piena e vera consapevolezza, fornisce al bambino elementi di costituzione, sviluppo e crescita irrinunciabili. E tutto questo a partire dal concepimento (ed anche prima), poi durante la gravidanza e negli anni avvenire, lungo il percorso di vita che caratterizza ogni essere umano.
“Cammina l’uomo quando sa bene dove andare”, diceva S. Francesco. E aveva ragione.
E per spiegare la profonda verità di questa affermazione vorrei avvalermi dell’ausilio di un’opera d’arte: il dipinto “Primi passi” di Vincent Van Gogh.

In questo quadro sono presenti alcuni elementi di valore psicologico eccezionale.
L’immagine offertaci è questa: una donna che sorregge una bimba mentre questa muove gli incerti “primi passi” ed un uomo che le guarda, accovacciato a terra con le braccia aperte.
Innanzi tutto poniamo attenzione al contesto; la casa è modesta ma soleggiata, l’orto piccolo ma curato, l’ambiente è rigoglioso, gli arnesi di lavoro semplici ed essenziali. Le persone sembrano di umili origini, l’abbigliamento è semplice ma dignitoso, niente fronzoli né ornamenti superflui. La casa è protetta da un cancello, che però non è sprangato, ma è accostato, forse aperto (di certo si può aprire!).
Sembra un luogo dove solo le cose importanti trovano posto, dove il tempo per prendersi cura di ciò che è vivo ha la priorità. E la priorità assoluta sembra attribuita alla Relazione.
Notate con quanta dolcezza ed attenzione la donna – la mamma – sostiene la bimba nel suo camminare, notate l’unità che queste due figure compongono, la loro stretta vicinanza; notate l’uomo – il papà – che sembra avere abbandonato a terra la vanga (forse interrompendo all’improvviso il lavoro) e si è accovacciato spalancando le braccia alla sua bimba, fornendole un punto d’arrivo, disegnando per lei una traiettoria da compiere, dandole uno stimolo al camminare.
Quel ginocchio poggiato a terra gli dà la stabilità necessaria ad aspettare con pazienza, le braccia e le mani così aperte sono un invito ed un incoraggiamento a provare. La mamma è punto di partenza e prima guida, il papà è la prima mèta e sarà guida poi, per più impegnativi percorsi. Il tutto in una cornice di palpabile amore e sollecitudine.
Quando gli esordi dell’esistenza di un individuo sono caratterizzati dalla presenza amorevole, attenta, partecipata e affettuosa di entrambi i genitori, il percorso della Vita inizia con maggior chiarezza e facilità ed anche la sua continuazione ne beneficia.
Un bambino senza radici è privo di riferimenti, non può orientarsi efficacemente e risulta confuso e disorientato; non a caso lo stile di attaccamento – cioè il tipo di relazione – che in genere i bambini trascurati sviluppano nei confronti delle “figure di riferimento” è stato definito propriamente “disorganizzato-disorientato” ed anche “confuso” (si tratta di due categorie diagnostiche differenti ma entrambe riferibili a modalità distorte e patologiche di relazione con se stessi ed il mondo esterno).
Se un bambino non sa da dove proviene, se non sa qual è l’origine del suo esistere, non può neppure capire chi è e meno che mai potrà capire dove andare e quale strada intraprendere.
“Cammina l’uomo quando sa bene dove andare”.
E un bimbo può sapere dove andare grazie ad un papà e ad una mamma che, fin dagli albori della sua esistenza, prima ancora che divenisse carne, quando era ancora un Pensiero, un Desiderio della loro Mente e della loro Volontà, lo hanno accolto, amato, rispettato, valorizzato, protetto, nutrito.
Da subito. Da sempre. Per sempre.
Bibliografia:
Bellieni, C.V., (2004), “L’alba dell’ ² io². Dolore, desideri, sogno, memoria del feto”, Società Editrice Fiorentina, Firenze
Chamberlain, D., (1998), “I bambini ricordano la nascita”, Bonomi Editore, Pavia
Righetti, P.L., (2003), “Elementi di psicologia prenatale”, Edizioni Scientifiche Ma.gi., Roma
Soldera, G., (2000), “Le emozioni della vita prenatale”, Macro Edizioni, Cesena
copyright © Educare.it - Anno V, Numero 5, Aprile 2005