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“La
signora Antonella venne a parlarmi di sua figlia Vivì di
14 anni, perché non riusciva più a “comprenderla”,
la trovava nervosa, irritabile e poco disponibile al colloquio,
sempre sul “sentiero di guerra”, pronta a “polemizzare ed attaccare”.
Dopo qualche incontro, chiesi alla madre di poter incontrare sua
figlia.
Vivì, ai primi incontri manifestava chiusura netta e diffidenza.
Ascoltando le sue lunghe pause di silenzio, riuscii a far breccia
ed a comprendere che la sua difficoltà maggiore era quella
di non riuscire a parlare di sé ( “anche perché
nessuno era disposta ad ascoltarla!”).
Seconda di due figli, era l’unica rimasta a casa con i genitori.
La madre aveva una sola preoccupazione: il suo rendimento scolastico.
Il padre, tra impegni ed interessi vari, risultava essere distante,
se non addirittura assente, e non voleva “scocciature”, le sue
risposte, ai tanti interrogativi di Vivì, si limitavano
a “si”, “va bene..”, “forse”.
Una situazione che acuiva il senso di solitudine nella ragazza
ed inaspriva i rapporti, gli atteggiamenti di collera e chiusura
verso se stessa e tutti.
Tanto è che, la giovane usciva di rado ed altrettanto poco
si incontrava con i coetanei anche perché, a suo dire,
riteneva che non avesse nulla di dire e da raccontare.
Ma, il problema di fondo era la difficoltà ad esprimere
con il linguaggio le sue emozioni, paure, sentimenti, per comprendersi
e per essere capita.
Ed ogni volta che incontrava e si “scontrava” con la contrarietà,
con il non ascolto, con la non considerazione ed accettazione
si chiudeva in se stessa o urlava per dar sfogo a uno stato d’animo
da interpretare come richiesta d’aiuto.
Dopo diversi incontri, iniziò insieme a me ad analizzare
i suoi vari comportamenti, l’ambiente familiare e le relazioni
che desiderava intessere con gli altri.
Rimaneva, il suo cruccio maggiore, il fatto di non essere compresa
dai genitori e di non riuscire a farsi capire, ma si tranquillizzava
quando appieno comprendeva che il suo “sentiero di guerra”, il
suo “polemizzare ed attaccare” erano reazioni, atteggiamenti legati
all’età della ricerca di una identità, dello sviluppo
di una personalità, del distacco e non certamente di eventi
a carattere patologici……”
Diversi
i genitori incontrati e da continuare ad incontrare.
In tanti evidenziano il trovare strano e non comprensibile alcuni
comportamenti del figlio: la scuola lo ha annoiato, non ha voglia
di studiare, non parla, è continuamente nervoso, desidera
solo uscire oppure rimanere chiuso nella sua stanza con gli occhi
rivolti al soffitto, frequenta amicizie e coetanei che a noi (sottolineo
“a noi”) non vanno giù,ecc.
Altri,
non sono pochi, con scarse o sommarie conoscenze su quanto lo
sviluppo adolescenziale coincida con il momento di mutazioni profonde
di molteplici aspetti (fisici, psicologici, cognitivi, ecc.),
non riconoscendo più dal punto di vista affettivo il loro
“ eterno bambino”, diventano ansiosi nel pensare che questi cambiamenti
possano essere il segnale di qualche patologia ed, il più
delle volte, trasmettono tale stato ansioso ai propri figli che,
inevitabilmente, alimenta in loro il dubbio di una anormalità
che li porta, spesso, a chiudersi in sé e, di tanto in
tanto, ad esplodere e manifestare la propria rabbia verso tutti
e tutto.
In
ogni caso l’adolescente ha un grande bisogno di essere ascoltato,
considerato ed accettato. I giovani sono gli “esperti del proprio
vissuto” e devono essere al centro dello svolgimento del dialogo.
Un dialogo nel quale i genitori devono poter aiutare il proprio
figlio a riflettere sui molteplici aspetti delle situazioni, a
saper valutare i significati dei suoi comportamenti, ad assumersi
responsabilità.
Una relazione educativa dialogante che faccia emergere un’accettazione
della persona cosi come è, che permetta di immergersi nel
mondo interiore e soggettivo del giovane,che faccia comprendere
appieno che si è lì, a loro vicini, senza passività
ed eccessivo interventismo, per ascoltare e ristabilire una comunicazione
interrotta.
Ma,
se continuiamo a ritenerci gli unici esperti nel comprendere e
dare questa o quella soluzione, se deviamo discorsi che ci annoiano
o disturbano, se vogliamo imporre il nostro pensiero, proibire
ed esortare; se vogliamo,attraverso un monologo, rivelare tutto
il nostro egocentrismo, il nostro essere al centro dei pensieri,
delle emozioni, sentimenti dell’altro senza mai pensare a metterci
dal punto di vista dei figli; se alimentiamo una sterilità
dialogica che denota scarso interesse per il giovane, che non
favorisce l’indispensabile presa di coscienza dell’adolescente
di cosa sta succedendo, di essere responsabile del proprio dire
e fare e di quelle convinzioni, giuste o sbagliate, utili ad iniziare
un cammino di crescita; se continuiamo a giudicare, a classificare
in categorie dei “bravi” e “cattivi” ragazzi a seconda del comportamento,
senza soffermarci per un momento sulla completa accettazione del
personale mondo interiore dell’adolescente che sicuramente produrrebbe
fiducia, distacco da quelle difese e timori che bloccano la comunicazione;
se pensiamo che la relazione educativa non si configura come Io-Tu,
dove il Tu soggetto, figlio, persona deve significare che “Tu
esisti”, “Tu sei importante”, “Tu sei Tu”, allora il tutto diventerà
“una cosa difficile da concepire” da parte di chi “non ha mai
ascoltato, parlato ed agito partendo da uno schema di riferimento
diverso dal suo” (C.Rogers, G.Kinget, 1970). |