Tardo
pomeriggio, rientro a casa dopo il lavoro.
Matteo, quattro anni e mezzo abbondanti, mi aspetta al varco,
ha in mano la tombola dei personaggi dei cartoni animati.
-Chi
gioca con me? - domanda con finta noncuranza ma lo sguardo che
mi rivolge non lascia dubbi circa la sua preferenza sullo sfidante.
Avrei da fare mille cose che come al solito ho lasciato indietro,
sorrido: ma sì, una partita a tombola è quello che
ci vuole! Scegliamo con cura le cartelle, lui prende quelle con
gli eroi e a me toccano quelle con le giovani donzelle. Il tempo
passa, il gioco infervora sempre più gli animi (in verità
più il suo che il mio), poi si avvicina l’ora dei suoi
cartoni preferiti alla TV.
Accendo,
non sono ancora iniziati, faccio un po’ di zapping, un telegiornale
sta dando la notizia di un ragazzo morto in guerra, cambio canale
sperando che non abbia colto quanto annunciato, non voglio turbare
quel momento di serenità che si è creato. Matteo
continua a sistemare nella scatola le tessere della tombola ma
mi chiede: - E’ morto?
Non
ho chances, devo rispondergli.
- Sì, è morto in guerra, poverino! Che brutta cosa
la guerra!
Lui
prende le sue automobiline e comincia a farle sfrecciare lungo
il pavimento.
Poi dice:- Non la devono inventare! Anzi, perché l’ hanno
inventata? Per fare cosa? Niente!
Ribatto
che ha ragione, che la guerra non andrebbe mai fatta.
Lui è assorto nel suo monologo, forse non mi ha nemmeno
sentito, riprende a dire che la guerra non andava inventata.
E’ un monologo candido come il latte in cui intinge i suoi biscotti
preferiti, un monologo di un bimbo di quattro anni e mezzo ma
quella domanda, in fondo, a volte, ce la siamo posta anche noi.
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