| Stava
arrivando il crepuscolo, eppure era sempre giorno, la luce era
limpida e l’aria quella di un pomeriggio d’inverno vicino al mare:
un’aria umida, fredda e trasparente.
Il cielo si colorava di rosso e a tutto quel azzurro si univano
i grigi disegnati da punti, linee e curve che aleggiavano ferme
nell’aria. Sembrava un disegno di una mano esperta.
Gianni guardava il cielo e vedeva i suoi colori che scendevano
pian piano sulle nuvole più basse, sulle cime dei pini
marittimi, e timide lame di luce giungevano fino al sottobosco
senza creare ombre alle radici incontaminate. La luce si tingeva
di arancione, rosso e rosa, e di quel po’ di viola che accennava
al freddo dell’inverno. Non si udivano auto quel giorno, tranne
qualcuna che passava lenta e lontana sulla strada principale che
seguiva la costa.
Camminava
vicino a suo padre lungo il marciapiede rosso che accompagnava
un lato della strada. Da sinistra veniva un leggero vento che
portava i profumi di pino e di rugiada, c’erano le selci, i giunchi
e più sotto i rovi ingrigiti e irrigiditi dal tempo autunnale.
Suo padre era alto, indossava un lungo cappotto blu marino. Lui,
per non lasciarlo indietro, teneva un passo molto lento, quasi
a soffermarsi seguendo il ritmo dei suoi pensieri. Una rete separava
la pineta dal marciapiede sulla quale un’edera selvaggia si era
abbarbicata indisturbata. Il marciapiede era intriso di rosso
e pareva di gomma, tanto era caldo il suo colore. Era un rosso
invernale, un po’ opaco, che accanto ai verdi degli arbusti risaltava
per intensità e differenza. Il manto stradale spariva in
mezzo a quei colori, rimaneva grigio, e così Gianni veniva
rapito da quel corridoio rosso che profumava dell’odore dei pini,
che le dune preservavano nascondendoli e lasciando traspirare
il fresco profumo di verde.
Ad
un certo punto il marciapiede finì e svoltarono a sinistra
per imboccare la stradina che portava al mare. Era il percorso
che faceva d’estate con la mamma quando andava sulla spiaggia,
carico di secchiello, rastrello e palette con la mente ai castelli
di sabbia, alle piste con le palline di gomma, ai giochi con i
bimbi scaldato dalla rena ardente dopo il bagno in mare.
Ora quella stradina gli appariva diversa, eppure era la stessa
di quei giorni caldi nei quali le cicale, come impazzite, sembravano
urlare a tutti la gioia di vivere, e dove lo strascinare delle
ciabatte sulla stradina sabbiosa dava un ritmo a quel cantico
interminabile.
Questa volta non c’era niente di quel tempo, ma una cosa era rimasta,
sembrava aspettasse lui per il congedo di settembre: in mezzo
alla via, era ferma immobile un’isoletta di cemento, coperta di
sabbia ed erba, a forma di barca con le punte arrotondate rivolte
l’una verso il mare, l’altra verso la strada. Era la sua navetta
dell’estate, ed ogni volta che la vedeva non poteva far altro
che salirci sopra per affrontare il mare. Quel mare azzurro di
agosto che ora immaginava tinto di blu. Di un blu metallico come
la luce dell’aria invernale; e poi c’erano i profumi delle piante
selvatiche che mischiate al sapore del mare lo penetravano dandogli
l’impressione di essere tra la terra e il mare, tra la sabbia
e l’acqua marina. Camminava agile sopra la “coperta” della nave
che ad ogni passo ritornava “sua”. Da lassù vedeva le dune
della spiaggia deserta che si allontanavano a dismisura divenendo
isole sconosciute a cui far approdo prima di giorno. Voleva raggiungerle
ad ogni costo, quelle isole che immaginava di toccare nei sogni.
Ma non riusciva a vedere l’orizzonte dietro di esse, si allungava
sulle punte; ma non ce la faceva. Vide così un miscuglio
di colori, di rossi intrecciati a viola e di un unico arancione
da cui partivano linee grigie immense in orizzontale, come ponti
sottili posati sul mantello del mare.
L’orizzonte
non era più quella linea ferma che separa il mare dal cielo,
era un misterioso immenso globo da cui uscivano fasci di luce
che si muovevano in mezzo al mare e al cielo. Qualcosa di nuovo
stava accadendo in quel momento, laggiù dove il giorno
stava per finire e dove la notte stava per iniziare.
Lasciò stare per un attimo il suo viaggio perché
era forte in lui la tentazione di vedere e toccare adesso il mare.
Scese dalla nave, guardò suo padre che si era soffermato
ad aspettarlo e gli fece cenno di seguirlo fino al mare. Gli disse
correndo: “voglio vedere se il mare è blu, e voglio toccare
la rena bagnata”. Correva forte, più forte che mai, ed
era felice perché sentiva crescere la sensazione che produceva
dentro, di un calore intenso ed asciutto come quello che si prova
sotto il sole. E sentiva in gola i palpiti del cuore. A un tratto
non sentì più nulla, non vide più nulla davanti
a sé, soltanto la notte. Tutti quei colori, il cielo e
il mare erano attirati dall’oscurità che si allungava su
tutto. Sforzò la vista sui suoi piedi bagnati d’acqua gelida
e pian piano allontanò lo sguardo verso il largo e vide
tutto l’insieme, tutto in una volta proprio quel mare blu che
aveva sognato. Un blu metallizzato con la sua voce profonda: la
voce del mare d’inverno.
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