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La
colla vinilica colava a grandi gocce lungo la gamba della sedia;
lacrime dense e appiccicose scivolavano sul liscio del legno formando
una macchia pantanosa sulla pagina di giornale messa a protezione.
Lei cercava di fermarle, si affannava a rincorrerle con le dita,
con le dita cercava di arginare quella lava bianca, ma le dita
non le bastavano e quell’ alluvione strabordante continuava a
piovere inesorabile come sangue da cento ferite aperte. Le sue
ferite.
C’era
qualcosa di tragico e disperato nella corsa di quelle dita, qualcosa
di drammatico nel tremolio della mano che indugiava sullo scheletro
della sedia, qualcosa di triste nei suoi occhi lontani.
C’erano cento ferite aperte grondanti sangue e lacrime che imbrattavano
come colla la sua vita e si appiccicavano alla sua anima. Le sue
ferite, da un tempo che pareva sempre ormai.
Guardava quella sedia rotta come fosse se stessa; di nuovo un
danno, un difetto, qualcosa che si rompeva, qualcosa da rattoppare,
da far tornare come prima. Un’altra imperfezione nella sua esistenza
imperfetta.
Rincorreva
le gocce di colla come da sempre rincorreva il sogno di qualcosa
che non era come avrebbe dovuto essere, come avrebbe voluto che
fosse.
Le rincorreva come quella volta aveva rincorso lui, partito su
quel treno lontano, partito da lei, da tutto il resto.
Lottava
contro di loro come per anni aveva lottato contro di lui per quel
matrimonio rotto, da rattoppare, da far somigliare a come avrebbe
dovuto essere, a come avrebbe voluto che fosse.
Rincorreva e lottava come da tempo lottava e rincorreva per ritrovare
quella se stessa che una volta era, almeno così le sembrava
di ricordare.
C’erano,
in quella sedia rotta, più di trent’anni della sua vita,
della sua storia.
C’erano, negli occhi di sua figlia che la guardava da dietro la
finestra,più di vent’anni di perchè.
C’erano, in quella casa, separate da un doppio vetro, due donne
troppo distanti rese troppo simili dalla paura di avvicinarsi
e riconoscersi l’una negli occhi dell’altra.
C’erano questi pensieri e mille altri ancora nella sua testa mentre
finiva di riempire lo zaino.
“Parto,
mamma”. Parole dense come colla.
Sentì bruciare la sua voce nelle orecchie, in testa, nel
petto, mentre lei chiudeva la porta dietro di sè.
“E’ così che voglio cercare di non essere”, pensò
chiudendosi la porta alle spalle.
Sentì bruciare questo pensiero nella testa, nel petto.
Questo
e mille altri ancora, come colla.
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| Autore:
Pamela Grazzini, Educatrice e Psicopedagogista.
Laureata in Scienze dell'Educazione con una tesi di Psicologia
Generale e Dinamica dal titolo "Etnopsichiatria e migrazione.
Il sostegno psico-sociale a soggetti migranti", attualmente
specializzanda in Pedagogia Clinica.
Opera da anni nel sociale, in particolare nel settore minori,
famiglie, migranti.
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