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Ricordo
benissimo quella notte, era il 24 dicembre 1782, era la Vigilia
di Natale. Mio padre se ne stava seduto sulla sua solita sedia
a dondolo di fronte al camino, con una coperta a quadri appoggiata
sulla sola gamba che gli era rimasta dopo che, durante la guerra,
una cannonata gli portò via l’altra. La mamma invece, indaffarata
a cucinare, correva in continuazione da una parte all’altra della
cucina. E infine c’ero io, Tommaso, un ragazzino di undici anni.
Nell’ultimo
anno la nostra famiglia era caduta in una tale miseria che per
creare l’Albero di Natale ci dovemmo accontentare di un alberello
quasi spoglio e non più alto di un metro. Feci cadere dall’alto
un po’ di farina bianca a far finta che quella fosse neve e legai
all’estremità di ogni ramo, pochi in realtà, dei
piccoli fiocchetti rossi. Finita l’opera chiamai a grandi grida
mio padre per mostrargli con orgoglio il mio albero e non capii
davvero perché, al primo sguardo, la sua fosse un’espressione
più di sconforto e di tristezza che di gioia. "Forse
non ti piace, babbo?" "Certo che mi piace, figliolo,
è proprio un bell’Albero di Natale" e mi accarezzò
la testa. D’un tratto la mamma ci richiamò a tavola, la
vedemmo avvicinarsi al tavolo con un pentolone fumante fra le
mani, ricolmo di zuppa, di fagioli. Una preghiera a mani congiunte
e poi subito all’assalto della zuppa.
Sembrava
una sera come tante altre se non fosse che all’improvviso dalla
fessura bassa della porta cominciò a crescere l’ombra di
un signore grosso, così grosso che quando aprì la
porta, senza neppure bussare, per poter entrare dovette passare
su di un fianco. "Vedo che state festeggiando, ho forse dato
disturbo? Ohhh… Cosa sono queste facce? Un po’ di allegria, è
la vigilia di Natale!". E quando girandosi vide l’albero
che tanto avevo curato, si prese fra le mani la pancia e scoppiò
in una risata sguaiata. Mi arrabbiai, ma ben poco si poteva fare
contro un esattore delle tasse. Si avvicinò lentamente
a mio padre, gli sorrise, si guardò le dita e poi scagliò
verso di lui uno schiaffo fulmineo, così potente da farlo
ribaltare all’indietro, per terra, quasi senza che lui stesso
se ne rendesse conto. "Sei in ritardo con i pagamenti, ti
sei forse dimenticato che mi devi dei denari? Ho finito di aspettare,
cane di una miseria!". Mio padre, rimasto tramortito dal
colpo, venne trascinato da quel grassone fino alla sua carrozza,
caricato su di essa e portato via nel buio, mentre mia madre dalla
disperazione si accasciò a terra in lacrime. Ma io, che
all’epoca mi consideravo un ragazzo intrepido e coraggioso, che,
come gli eroi dei grandi romanzi non aveva paura di nulla, giunsi
fino all’uscio della porta e stetti qualche attimo in silenzio.
Poi mi decisi, infilai in tutta fretta il berretto, la sciarpa,
i guanti. Sapevo che quella sarebbe stata una lunga notte.
Mi
incamminai sul sentiero seguendo con attenzione le tracce che
la carrozza aveva lasciato sulla neve, fino a quando quelle tracce
si persero su una strada che qualcuno, forse per permetterne il
passaggio, aveva ben pensato di spalare. In quell'istante persi
tutta la mia sicurezza, ma non la volontà di salvare mio
padre.
"Ehi,tu! Sì, proprio tu… ma insomma! Sono qua sopra,
sulla tua testa, alza il naso!". Alzai gli occhi al cielo
ma il nero della notte non mi mostrò nessuno. Dallo spavento,
sì perché anche i grandi eroi a volte possono aver
paura, ripresi a camminare per qualche metro, fino a che, con
un salto attutito dalla neve un piccolo fanciullo non scese giù
da un albero spoglio. "E tu chi sei?" gli chiesi. "Sono
un vagabondo… anzi, no, sono un saccheggiatore, un viaggiatore,
un menestrello, un valoroso guerriero!". Per quanto mio padre
mi avesse sempre insegnato ad avere fiducia e rispetto per qualsiasi
persona, questo piccoletto mi rendeva non poco diffidente. Non
solo per quell’aria trasandata, dacché i miei abiti non
potevano vantare un lusso maggiore, ma anche per quel suo modo
di porsi così arrogante, e forse, anche per quel secchio
rovesciato che teneva sul capo come fosse un cappello e quella
scopa stretta fra le cosce come fosse al galoppo di un cavallo.
"Io sono un selvaggio e in quanto tale per me è normale
starmene nel mezzo della notte tutto solo. Ma tu non dovresti
stare a casa con i tuoi genitori? Ah, se solo potessi riabbracciare
la mia povera mamma! Devi sapere che quando ero un... marinaio!
andavo da un capo all’altro del mondo, navigando tutti i mari,
anche quelli che l’uomo deve ancora scoprire, e mia madre, dopo
tutti gli anni passati nella lontananza dal suo unico figliolo,
dimenticò me come io dimenticai il suo volto e al ritorno,
dopo ben nove anni, al mio dirle di essere suo figlio si arrabbiò
come mai avevo visto arrabbiarsi qualcuno nei miei otto anni di
vita e mi gridò di non farmi più vedere!".
Ovviamente non gli credetti e gli buttai subito addosso le mie
ragioni: "Hai detto di aver viaggiato per nove anni e allo
stesso tempo hai detto di averne otto. Sei un bugiardo, non mi
farò ingannare dalle tue belle storie". "Io mi
chiamo Dante, Dante Alighieri, e tu?" "Stai un po’ a
sentire! Non ho tempo da perdere con uno sbarbatello come te!
Vai via!". E solo dopo pochi passi ecco che il piccoletto
ricominciò a farfugliare qualcosa. Inizialmente feci finta
di non sentirlo proseguendo a sguardo dritto, ma alla parola “carrozza”
mi bloccai bruscamente. "Vedo che questa storia della carrozza
ti interessa… e’ passata da qui non molti minuti fa, e correva
così forte che a quella curva laggiù la carrozza
per poco non cadeva nel fosso, e poi ho visto cader giù
un uomo…". Cominciai a correre a più non posso verso
la curva che il dito di Dante aveva indicato. La corsa impazzita
mi fece venire dei dolori fortissimi alla milza, ma non importava,
quell’uomo avrebbe potuto essere mio padre. E più mi avvicinavo
e più mi sembrava che quel berretto fosse proprio il suo
e quella giacca la stessa che indossava quella sera. Sì,
sì, era proprio lui. Finalmente arrivai. Il suo respiro
era talmente debole che per i primi istanti sembrava che non respirasse
proprio. Volli piangere, ma sapevo bene che i grandi eroi non
si lasciano andare a queste debolezze. "Ti porterò
a casa, babbo!" "Ma come potresti riuscirci? Con una
gamba sola non posso camminare e anche se riuscissi a sorreggermi
l’unica gamba rimastami mi duole troppo!" "Allora ti
trascinerò!" "Peso troppo, non ce la faresti.
Oh, son destinato a morir qui, tra la neve, al freddo, col ricordo
dell’ultima zuppa calda". Stavolta non resistetti e scoppiai
in lacrime. Nel frattempo da dietro un albero sbucò Dante
trascinante una accozzaglia di pentoloni, tronchi d’albero, rami,
stoffe.
Era
incredibile l’assomiglianza di quella confusione con un carretto
ben fatto. "Su signori, svelti, salite! Montate tutti sul
mio carretto che ci penso io a trascinarvi a casa!". Per
la prima volta gli diedi retta senza esitazioni, senza preoccuparmi
del suo essere pazzo. "Dimmi caro, quale è il tuo
nome?", gli chiese mio padre. "Dante, signore, Dante
Alighieri!".
E nonostante il piccoletto viva a casa nostra ormai da parecchi
anni, il suo vero nome è sempre rimasto un mistero. Ma
se proprio dovete dargli un nome, beh, allora chiamatelo Dante,
Dante Alighieri.
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